La battaglia per il controllo della Camera dei Rappresentanti sta trasformando il redistricting in uno dei terreni più delicati della campagna per le elezioni di novembre. Di fronte all’offensiva repubblicana sulla ridefinizione delle mappe elettorali, i Democratici stanno valutando una strategia che presenta un problema politico e costituzionale preciso: concentrare meno elettori afroamericani nei distretti urbani dove possono eleggere candidati neri e distribuirli invece in circoscrizioni suburbane più ampie, con l’obiettivo di rendere più competitivo il maggior numero possibile di seggi democratici.
La questione riguarda soprattutto gli Stati a controllo democratico, tra cui Illinois, New York e Maryland. Il principio alla base della strategia è semplice: trasformare alcuni seggi democratici urbani estremamente sicuri in distretti più competitivi, nei quali gli elettori afroamericani costituiscano una componente importante ma non necessariamente maggioritaria. L’obiettivo è aumentare il numero complessivo di seggi che il partito può conquistare o difendere alla Camera. Il problema è che molti di quei distretti sono anche il risultato di decenni di battaglie per garantire alla popolazione nera la possibilità concreta di eleggere propri rappresentanti. Modificarli significa quindi intervenire contemporaneamente sulla geografia del voto democratico e sulla rappresentanza politica afroamericana.
La corsa al redistricting
La corsa al redistricting è stata innescata soprattutto dai Repubblicani. Diversi Stati controllati dal GOP hanno cercato di ridisegnare le mappe congressuali per aumentare il numero di seggi potenzialmente conquistabili dai Repubblicani. La partita è diventata nazionale perché anche gli Stati democratici hanno iniziato a considerare una risposta simmetrica. La differenza rispetto ai normali cicli di redistricting è temporale: normalmente le mappe della Camera vengono ridisegnate dopo il censimento decennale. Quest’anno, invece, diversi Stati stanno intervenendo prima del termine naturale del ciclo, trasformando la distribuzione dei collegi in uno strumento immediato della competizione partitica.
Secondo la fotografia aggiornata della National Conference of State Legislatures, New York ha approvato nel giugno scorso una proposta di modifica costituzionale che potrebbe consentire un redistricting di metà decennio, anche se la procedura richiesta dalla Costituzione statale non è ancora conclusa e le nuove mappe non sarebbero comunque operative per le elezioni di quest’anno.
In Illinois il problema è stato affrontato lo scorso anno, quando il leader democratico alla Camera Hakeem Jeffries ha sostenuto la necessità di ridisegnare i collegi per aumentare il vantaggio democratico. La proposta ha incontrato una forte resistenza all’interno del partito statale, anche perché l’Illinois dispone già di una delegazione congressuale fortemente democratica: 14 Democratici contro 3 Repubblicani. Il nodo è la struttura dei collegi nell’area di Chicago. Tre distretti dell’Illinois sono almeno al 40% afroamericani secondo i dati del Census Bureau e lo Stato conta quattro rappresentanti neri al Congresso. Una nuova mappa pensata per massimizzare il numero di seggi democratici potrebbe richiedere di modificare proprio quei collegi, distribuendo una parte degli elettori neri in altre circoscrizioni.
È questa la logica che sta alimentando la discussione: non necessariamente eliminare la rappresentanza nera, ma ridurre la concentrazione geografica che oggi rende alcuni distretti democratici praticamente inattaccabili. Il vantaggio per il partito sarebbe potenzialmente un numero maggiore di seggi competitivi o democratici. Il costo sarebbe una maggiore dispersione del voto afroamericano.
La controversia non può essere separata dalla decisione della Corte Suprema nel caso Louisiana v. Callais, pronunciata il 29 aprile 2026. La vicenda nasce dalla mappa congressuale della Louisiana. Dopo una lunga controversia giudiziaria, lo Stato aveva adottato una nuova configurazione con due distretti a maggioranza nera, rispondendo a una precedente decisione secondo cui la mappa originaria non garantiva agli elettori afroamericani un’adeguata possibilità di eleggere propri candidati. La Corte Suprema ha però stabilito che la creazione di quel secondo distretto, basata in modo predominante sull’etnia, violava i limiti costituzionali applicabili al redistricting. La decisione non ha semplicemente risolto il caso della Louisiana. Ha modificato il quadro entro il quale gli Stati possono utilizzare l’etnia per costruire i distretti.
La questione è particolarmente importante perché per decenni la Section 2 del Voting Rights Act è stata utilizzata, attraverso procedimenti giudiziari, per contestare mappe che frammentavano o concentravano i voti delle minoranze in modo tale da impedire loro di eleggere candidati di propria scelta. Callais ha imposto nuovi limiti alla possibilità di creare deliberatamente distretti sulla base della composizione razziale.
Il paradosso per i Democratici è evidente. Nei decenni precedenti, la costruzione di distretti a maggioranza nera era stata spesso una delle principali garanzie della rappresentanza afroamericana. Ora, dopo Callais, la stessa costruzione razziale dei distretti è diventata più difficile da difendere costituzionalmente. Questo produce una conseguenza politica immediata: il partito deve decidere se difendere le configurazioni che garantiscono rappresentanza nera oppure utilizzare maggiormente criteri partitici e geografici per massimizzare il numero complessivo di seggi democratici.
Illinois, New York e Maryland: tre casi diversi
L’Illinois rappresenta il caso più diretto. Jeffries aveva cercato di convincere i Democratici dell’Assemblea generale a intervenire sulla mappa congressuale, sostenendo la necessità di rispondere alle iniziative repubblicane negli altri Stati. Ma diversi legislatori democratici dell’Illinois hanno espresso la preoccupazione che un nuovo disegno potesse diluire la presenza elettorale delle comunità nere di Chicago. La resistenza locale ha finora impedito che il progetto producesse una nuova mappa operativa.
New York presenta invece una situazione più complessa. A gennaio un giudice statale aveva stabilito che l’11° distretto congressuale, rappresentato dalla Repubblicana Nicole Malliotakis, diluisse illegalmente il voto degli elettori neri e latini. La decisione aveva ordinato alla commissione statale di intervenire sulla mappa. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha però sospeso quell’ordine il 2 marzo, lasciando in vigore la configurazione esistente per le elezioni del 2026.
La vicenda è significativa perché mostra quanto sia diventata instabile la relazione tra rappresentanza razziale e redistricting: in questo caso una controversia sulla diluizione del voto nero e latino ha portato a chiedere una nuova configurazione del distretto, ma l’intervento della Corte Suprema ha impedito che la modifica producesse effetti nel ciclo elettorale attuale.
Il caso del Maryland è ancora diverso. Lo Stato è già fortemente democratico: sette degli otto seggi congressuali sono controllati dai Democratici. Il solo Repubblicano è Andy Harris, rappresentante della costa orientale. Il governatore Wes Moore e altri Democratici hanno sostenuto una nuova mappa per cercare di conquistare anche quel seggio. Una commissione statale aveva raccomandato una nuova configurazione e, in agosto, la legislatura ha approvato una proposta di modifica costituzionale che avrebbe consentito un redistricting prima del 2028.
Ma il 26 agosto un giudice del Maryland ha bloccato la possibilità di sottoporre l’emendamento agli elettori nel novembre 2026, contestando le modalità con cui era stato approvato e la formulazione della proposta. Il caso è ora destinato all’appello. Il Maryland mostra quindi anche un altro limite della strategia democratica: non basta avere il controllo politico dello Stato per poter ridisegnare rapidamente le mappe. Esistono vincoli costituzionali, procedurali e giudiziari che possono impedire o rallentare l’operazione.
Il problema della rappresentanza nera
La questione più delicata riguarda il rapporto tra rappresentanza politica e composizione razziale dei collegi. Una parte del dibattito democratico parte da un presupposto: non è necessario che un distretto sia a maggioranza nera perché un candidato afroamericano possa essere eletto. Il caso di Lauren Underwood in Illinois viene utilizzato come esempio. Underwood rappresenta un distretto prevalentemente bianco e multirazziale e ha costruito la propria carriera elettorale al di fuori di un collegio a maggioranza nera.
La rappresentanza afroamericana al Congresso, inoltre, non coincide più esclusivamente con i distretti a maggioranza nera. Una parte significativa dei membri neri del Congresso viene eletta in collegi nei quali gli afroamericani non costituiscono la maggioranza della popolazione. Ma questo dato non risolve il problema del redistricting. Un distretto a maggioranza nera non serve soltanto a garantire l’elezione di un determinato candidato. Costituisce anche una concentrazione istituzionale del potere politico di una comunità. La sua dissoluzione modifica la capacità di quella comunità di determinare direttamente l’esito di una competizione elettorale.
La differenza è quindi tra due modelli di rappresentanza: il primo concentra il voto di una minoranza in un collegio nel quale quella minoranza può scegliere il rappresentante; il secondo distribuisce gli stessi elettori in più collegi nei quali diventano una componente elettorale tra le altre. Il secondo modello può produrre più seggi democratici complessivi. Non garantisce però automaticamente lo stesso livello di rappresentanza afroamericana.
Il Congresso ha già conosciuto questo conflitto. La stessa storia istituzionale della Camera documenta casi nei quali parlamentari neri si sono opposti a progetti di redistricting promossi da altri Democratici quando le nuove mappe avrebbero messo a rischio i loro seggi.
La contraddizione davanti alle midterm
La pressione politica nasce dal fatto che i Democratici non stanno partendo da una posizione favorevole nella guerra nazionale delle mappe. Le iniziative repubblicane hanno già prodotto nuove configurazioni in diversi Stati e, secondo le analisi disponibili, potrebbero generare un vantaggio significativo per il GOP alla Camera. Il redistricting è diventato quindi uno strumento per compensare, almeno in parte, gli effetti delle mappe favorevoli ai Repubblicani. Da qui la pressione sui governatori e sui legislatori democratici degli Stati controllati dal partito.
La strategia non consiste necessariamente nel creare distretti più “bianchi”. Il criterio formale è soprattutto politico: ridurre l’eccessiva concentrazione di elettori democratici in alcuni collegi e distribuirli in modo da creare un maggior numero di distretti nei quali il candidato democratico abbia una possibilità concreta di vittoria. Ma nelle grandi aree urbane americane etnia e appartenenza politica sono fortemente correlate. In molte città, soprattutto nel Midwest e nel Nord-Est, le comunità afroamericane costituiscono una parte rilevante dell’elettorato democratico. Spostarle verso le periferie significa quindi modificare contemporaneamente la composizione razziale e quella partitica dei distretti.
È questo il punto sul quale si concentra l’opposizione di alcuni Democratici neri: una strategia concepita per guadagnare seggi potrebbe ridurre il numero di collegi nei quali gli elettori afroamericani hanno una capacità decisiva di selezionare il rappresentante.