Il 16 maggio Recep Tayyp Erdogan volerà alla volta di Washington per incontrare il presidente Donald Trump. Reduce dal referendum che ha concentrato la quasi totalità dei poteri sulla sua persona, ora il leader turco ha – in cima alla sua lista – un altro grande dossier che lo preoccupa e che vorrebbe chiudere una volta per tutte e porre nell’armadietto dei successi. Ma sarà molto difficile che durante l’incontro previsto a metà maggio riesca nel suo intento: ovvero far cambiare la posizione della Casa Bianca nei confronti dei curdi del Ypg e dei peshmerga iracheni.Perché sarà proprio il rapporto di Washington con i curdi il principale tema di confronto tra Trump e Erdogan. Il presidente americano ha ereditato, senza apportare alcuna modifica, la politica che Obama stava portando avanti verso la minoranza curda. Quindi i curdi siriani del Ypg e i curdi-iracheni delle milizie peshmerga sono considerati, tuttora, i migliori alleati degli Stati Uniti e quindi del mondo occidentale nella lotta contro i terroristi di Al-Baghdadi.I bombardamenti con cui Erdogan ha colpito le basi curde nel Sinjar, la settimana scorsa, sono un chiaro messaggio all’inquilino della Casa Bianca, che il leader turco vorrebbe riuscire a convincere nell’ottica di un cambio di attitudine verso le milizie curde. Solo due giorni fa Erdogan si era detto “molto rattristato” dal fatto che il suo esercito avesse visto convogli militari con la bandiera degli Stati Uniti procedere al fianco dei combattenti Ypg lungo il confine iracheno. Evento collegato all’aumento di truppe americane nell’Iraq settentrionale, ordinato sia per porre freno ai bombardamenti dell’aviazione turca in chiave anti-curda, sia come parte del processo di addestramento, in continua evoluzione, delle milizie del Ypg. Oltretutto i curdi, dopo esser stati colpiti dall’aviazione turca, hanno minacciato di fermare le operazioni per liberare Raqqa – nonostante ormai abbiano portato a termine la liberazione di Tabqa e siano a meno di 30km dall’avamposto di Daesh – perché secondo l’opinione della minoranza gli attacchi di Ankara, indebolendo le loro unità, favoriscono chiaramente i terroristi di Al-Baghdadi. Per questo hanno chiesto a Washington di intervenire in maniera decisa.Il dilemma rimane sempre lo stesso e, comunque, non può essere trascurato. La contraddizione è che i curdi sono alleati degli americani nella lotta contro lo Stato Islamico, ma le milizie Ypg hanno un forte legame anche con i combattenti del Pkk, considerati un’organizzazione terroristica da Ankara. Questi ultimi stanno portando avanti quella che potrebbe essere considerata “un’insurrezione” nei confronti dello stato turco, ovvero di un alleato della NATO. Che fare, dunque? Come slegarsi da l’ennesima situazione di ambiguità nel pantano mediorientale? L’unico dato certo è che Trump si sia perfino spinto a chiamare Erdogan dopo il referendum che lo ha incoronato leader assoluto della Turchia, elemento che dimostra come il presidente americano tenga all’alleanza con Recep. I curdi sono alleati degli americani ma prima o poi negli uffici di Washington saranno costretti a decidere con chi rischiare di recidere i rapporti: con Ankara, o con i curdi della Regione autonoma dell’Iraq e del Rojava siriano?Erdogan nel frattempo ha avvertito che non intende frenare le operazioni militari contro i curdi sia in Iraq che in Siria: il presidente turco è però consapevole dell’aumento della presenza di truppe americane sul territorio colpito dai bombardamenti dell’aviazione turca e senza dubbio sarà costretto a tenere in considerazione la pericolosità delle prossime incursioni militari ordinate da Ankara. A mettere pressione sulla scelta di Trump, che durante l’arco della sua presidenza dovrà sicuramente confrontarsi con il dossier dei due Kurdistan, ci sarà la volontà di avvicinare la Turchia a Washington allontanandola dalla sfera di influenza di Mosca. Forse è anche per questo che il leader turco ha deciso di incontrare oggi Vladimir Putin , quasi due settimane prima l’incontro previsto con Donald Trump.