L’Indosfera è uno dei blocchi civilizzazionali più antichi del globo ma, a dispetto di ciò, è anche uno dei più caotici e meno compatti. Uniti dalla comune appartenenza al vago ideale nazionale dell’India extra Gangem, gli abitanti del subcontinente più popoloso del pianeta sono, invero, divisi da una costellazione realmente variegata di barriere linguistiche, etniche e religiose – l’eterno dilemma dell’appartenenza di cristiani e musulmani all’Indomondo – che può essere compresa soltanto guardando ai numeri della composizione antropologica di Nuova Delhi.

Perché l’India è, dati alla mano, la nazione più identitariamente eterogenea e sfarinata del pianeta: oltre duemila gruppi etnici, 415 lingue vive – trentuno delle quali parlate da comunità di più di un milione di persone – e 330 milioni di deità venerate da quasi un miliardo di induisti, che a loro volta appartengono ad altrettanto numerose scuole e denominazioni.

Questa straordinaria unicità non è esclusiva dell’India, ma denota e caratterizza l’intera Indosfera, cioè Bangladesh, Bhutan, Nepal e Sri Lanka. Quest’ultimo, nel dopo-attentati di Colombo, sembra aver accelerato il ritmo del processo di indianizzazione, anche religiosa, come potrebbe indicare una legge sull’islam di cui si sta discutendo in questi giorni.

Lo Sri Lanka è sempre più indiano

L’islam è la quarta religione dello Sri Lanka – seguito da quasi il 10% della popolazione – e ha una lunga tradizione di convivenza pacifica con le altre fedi dell’isola. La strage di Colombo, però, in quanto espressione manifesta di un sotterraneo processo di radicalizzazione della minoranza musulmana eteroguidato da attori esterni, ha cambiato profondamente la percezione dell’opinione pubblica singalese sul tema dell’identità multinazionale e pluralistica dello stato-isola.

Il mutamento di percezione è stato emblematizzato dalla catena di eventi che ha dominato la scena nazionale nel dopo-attentato: dall’incremento delle tensioni (pubbliche) tra buddisti e musulmani circa la pratica della macellazione rituale degli animali e la questione della cremazione delle vittime di Covid19 ai malumori per le interferenze pakistane nella vita politica domestica, passando per la chiusura delle scuole islamiche “sospette” e la recentissima legge che metterebbe al bando l’utilizzo del burqa.

La legge

Sarath Weerasekera, titolare del Ministero per la sicurezza pubblica, nella giornata del 12 marzo ha apposto la firma su un ordine governativo inerente il bando totale del burqa e di tutti quei capi d’abbigliamento che coprono interamente il viso. Il testo, teoricamente elaborato per combattere la radicalizzazione religiosa, sta venendo duramente criticato dalla minoranza islamica, secondo la quale il paravento della sicurezza starebbe venendo utilizzato per portare avanti disegni di indianizzazione (e induizzazione).

La proposta di Weerasekera, che per essere approvata ha bisogno dell’approvazione del Parlamento (controllato per due terzi dal partito di governo), è parte di un più ampio pacchetto di misure draconiane in chiave anti-islam radicale che prevede, tra le varie cose, la chiusura di oltre mille scuole islamiche accusate di violazione della legislazione nazionale in materia di insegnamento. Scritto altrimenti, lungi dall’essere dei luoghi educativi, le madrase attenzionate dal ministro sarebbero dei semenzai di radicalismo deleteri per l’ordine pubblico.

Una legge-messaggio?

Lo Sri Lanka è uno dei principali teatri di scontro fra India e Pakistan. Quest’ultimo, interessato al destino di Colombo per ragioni di compartecipazione alle dinamiche dell’Indosfera, negli anni recenti ha iniziato a ricevere supporto significativo e sostanziale dal proprio partner ferruginoso: Ankara.

La Turchia sta cercando di allontanare lo stato-isola dalla sfera d’influenza indiana attraverso un corteggiamento persistente, portato avanti in concomitanza con quello pakistano, che nei mesi della pandemia ha assunto la forma di spedizione di aiuti sanitari destinati all’intera popolazione. L’India, d’altra parte, trae beneficio dalla contiguità geografica, nonché dal gemellaggio culturale, e ha inaugurato il 2021 ivi inviando gratuitamente 500mila dosi di vaccino.

La competizione geopolitica per il fato di questo piccolo stato-isola può e deve fungere da promemoria utile per tutti coloro che ignorano, o vorrebbero conoscere più approfonditamente, la complessità delle dinamiche regionali. Perché lo Sri Lanka, lungi dall’essere ai margini dell’arena internazionale, è il luogo in cui si incontrano e scontrano gli interessi di India, Turchia e Pakistan, ma anche di Cina e Stati Uniti. Diatribe (geo)religiose a parte, infatti, i porti singalesi dovrebbero giocare un ruolo determinante nella Belt and Road Initiative.

In sintesi, il processo di indianizzazione e induizzazione dello Sri Lanka, emblematizzato da questa campagna contro l’islam radicale – che potrebbe essere puramente apparenza –, si inquadra in un contesto articolato e conflittuale all’interno del quale ogni indizio è, potenzialmente, una prova. In questo caso, il leveraggio delle questioni identitarie a favore dell’influente comunità buddista, ieri primus inter pares e oggi nec pluribus impar, potrebbe essere letto e interpretato come la manifestazione del sotterraneo inglobamento dello Sri Lanka nell’Indosfera.