Il 7 aprile potrebbe essere il governo della verità. L’ennesimo, a fronte di una crisi che da sanitaria si sta sempre più trasformando in economica e sociale. E l’Europa arriva all’appuntamento del suo più importante Eurogruppo degli ultimi anni con le ossa a dir poco rotte. Frantumate per colpa di chi l’Europa ha detto di difenderla e che invece si è scoperto come il male peggiore all’interno dell’Unione europea.

Non sarà solo uno scontro tra Europa mediterranea e Europa settentrionale. Tra falchi del rigore e Paesi “cicale”. La riunione dell’Eurogroppo dovrà rispondere sì alla grave crisi economica che incombe sul continente, ma dovrà in particolare dare risposta a una domanda esistenziale: che cosa vuole essere davvero l’Unione europea. E lo potrà fare soltanto attraverso una risposta sistemica a quello choc rappresentato dal coronavirus che flagella milioni di persone e sui cui “scogli” si è infranta la grande barca di Bruxelles.

Purtroppo il tempo stringe e non sarà una decisione facile. In ballo ci sono manovre economiche, meccanismi in grado di strozzare intere generazioni, ideologie e strategie che si scontrano. Ma la strategia che avrà la meglio ci dirà il destino dell’Unione, che mai come questa volta si trova di fronte a un bivio probabilmente decisivo nella percezione che vuole dare di se stessa non soltanto agli Stati ma anche ai popoli che ne fanno parte.

Per rispondere alla domanda finale, l’Europa dovrà nel frattempo rispondere a delle domande intermedie su cui si scontrerà l’Eurogruppo. In primis sull’uso del famigerato Mes, il Meccanismo europeo di stabilità considerato dai gruppi sovranisti (e non solo) come un vero e proprio pericolo imminente per il futuro degli Stati.

Le trattative tra Stati del Nord e del Sud con in cabina di regia il duopolio franco-tedesco sembrano aver raggiunto un primo accordo quadro, ovvero l’utilizzo della Pandemic Crisis Support Enhanced Conditions Credit Line, una linea di credito interna al fondo salva-Statiche servirà a “aiutare” i Paesi più in difficoltà per la crisi economica ma che rischia di trasformarsi in una trappola dai contorni oscuri.

Il rischio di infilarsi in un cappio, con la speranza che questo si riveli qualcosa di meno stringente è molto alto. Innanzitutto perché arrivare a una trattativa in posizioni di debolezza non è mai una garanzia di successo. Inoltre, le garanzie offerte dai Paesi rigoristi sull’assenza di commissariamenti e di “Troike” si fondano su dichiarazioni che non fanno i conti con un dato elementare: i prestiti non saranno privi di condizioni. E anche nella forma più “lieve” possibile, come piace ricordare ai sostenitori del nuovo Mes, nessuno può assicurarci, oggi, che l’Italia acceda alla linea di credito senza offrire rassicurazioni su come vengano spesi sui soldi e sui modi per ripagarlo. Tanto più se, come ricordato Milano Finanza, il negoziato sembra vertere anche sul fatto che il cosiddetto “piano Marshall” dell’Ue venga condizionato a riforme strutturali che da tempo Bruxelles chiede ai suo ai membri.

Quello che è certo è che a questo giorno del giudizio l’Italia arriverà più o meno sola. Inutile sperare in quella presunta Lega latina contro i falchi del Nord. Non è mai esistita e forse mai esisterà, per il semplice motivo che le strategie dei singoli Paesi prevarranno sempre su presunte logiche di interessi comuni. Roma può fare sponda su Madrid e Parigi, ma non può credere di contare come gli altri. E quindi la partita è del tutto diversa da quella illusoria che molti pensano che possa giocare Palazzo Chigi. Non è il governo italiano a imporre una linea. Il governo può scegliere solo il male minore, che però sarà sempre rappresentato da qualcuno che curerà prima di tutto i propri interessi. E Emmanuel Macron, ne va dato atto, sa perfettamente come curare i suoi e quelli della Francia, condividendo le decisioni con il suo vero e unico interlocutore in Europa: la Germania di Angela Merkel.

Difficile che fra questi due Stati si arrivi a una rottura in sede di Eurogruppo, specie se il motivo nasce dai “coronabond”. Il Trattato di Aquisgrana parla chiaro e sancisce che i due governi decidano prima fra loro una linea comune e che poi questa venga più o meno imposta in Europa. E questo sta avvenendo, in effetti, anche sulla crisi da coronavirus, visto che ormai è chiaro come i due Paesi il patto l’abbiano siglato: un Mes a condizionalità leggere, niente eurobond e l’inserimento di altri istituti a garanzia della linea di credito. Tutto a patto che si ripristini in tempi brevi il Patto di Stabilità e quei vincoli sul deficit che imporranno agli Stati del Sud di muoversi troppo liberamente e senza pagare pegno.

Il problema però è che con questa mentalità l’Ue rischia di trascinare se stessa in un baratro da cui sarà difficile potersi riprendere. Gli Stati possono sopravvivere senza Ue, ma l’Unione non può sopravvivere senza Stati. Ed è questo che dovrebbe far cambiare idea ai rigidi burocratica della Lega anseatica e della corte di Bruxelles.

Gli industriali tedeschi l’hanno fatto capire benissimo alla Merkel: il richiamo a salvare Italia e Spagna per non far crollare la produzione di auto tedesche è un esempio perfetto di cosa si potrebbe scatenare nell’economia di chi pensa ai punti percentuali ma non al benessere. Ma anche discostandosi dai calcoli economici, è sul fronte politico che l’Europa rischia tantissimo. Non aiutare ora i Paesi in difficoltà non sarà soltanto una condanna verso questi Stati, ma sarà una condanna verso se stessi. Il Financial Times ieri ha lanciato un avvertimento nemmeno troppo velato all’Unione: l’Ue sta perdendo l’Italia.

Non è un timore da prendere sottogamba, perché il più grande quotidiano economico internazionale ha evidentemente colto il pericolo esistenziale del continente. L’Europa potrà anche perseverare in tecnicismi e vincoli di austerità, ma il rischio di rottura non è mai da sottovalutare. Se l’Ue vuole salvare se stessa, all’Eurogruppo dovrà pensare non come Ue. E solo così avrà ancora un futuro.

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