In Germania, i Governi di coalizione sono da sempre il risultato di complesse trattative tra partiti spesso molto diversi tra loro. Una tradizione che rispecchia la natura dolorosamente consociativa della democrazia tedesca. Eppure, il nuovo esecutivo guidato dal conservatore Friedrich Merz è nato in tempi record: poco più di sei settimane per trovare un’intesa con l’Spd, il partner socialdemocratico, e annunciare un programma di governo. Una rapidità che ha sorpreso gli osservatori. Ma, come spesso accade in politica, quella velocità ha un prezzo. Mentre Merz celebra l’accordo come segno di efficienza e determinazione, l’opinione pubblica tedesca sta reagendo in modo ben diverso: per la prima volta nella storia politica del dopoguerra, il partito di estrema destra AfD è balzato in testa nei sondaggi. Un segnale inequivocabile che il nuovo Governo, ancor prima di insediarsi formalmente, è già entrato in crisi di legittimità.
Una coalizione nata debole
L’accordo tra i cristianodemocratici di Cdu/Csu e Spd rappresenta di fatto un’alleanza di necessità. Merz, leader della Cdu ed esponente dell’ala conservatrice del partito, ha accettato di governare con un partner socialdemocratico in forte crisi di consensi. L’Spd è infatti fermo al 15 per cento nei sondaggi, il suo livello più basso da decenni. Ma il problema è che anche la Cdu/Csu non gode di buona salute: con il 28,5 per cento ottenuto alle ultime elezioni, è finita lontana dall’obiettivo dichiarato del 35 per cento.
Merz ha vinto la guida del partito e la candidatura alla cancelleria grazie a una campagna incentrata su un ritorno ai “valori tradizionali” della destra tedesca: controllo dell’immigrazione, rigore di bilancio, sicurezza. Ha promesso di restringere in modo radicale le possibilità di ottenere un visto (anche umanitario) e di non aumentare il debito pubblico. Ma già nei primi giorni ha infranto almeno la seconda promessa. Per rilanciare l’economia, ha sottoscritto un piano di investimenti da quasi 1.000 miliardi di euro, finanziato interamente a debito, destinato a infrastrutture e sicurezza. Un dietrofront clamoroso, che ha causato malcontento tra gli elettori e agitazione nelle file del suo stesso partito.
Il paradosso della Firewall Strategy
Merz ha ereditato dalla Cdu la cosiddetta firewall strategy, ovvero una chiara linea rossa contro qualsiasi collaborazione, diretta o indiretta, con l’estrema destra dell’AfD. Una scelta condivisibile sul piano etico e democratico, ma che oggi si sta rivelando politicamente rischiosa. Secondo tutti i principali istituti di sondaggio, l’AfD è cresciuta fino a superare il 25 per cento dei consensi, e in alcune regioni dell’Est è il primo partito. I motivi sono molteplici: stagnazione dei salari, paura dell’immigrazione, deindustrializzazione. La crisi della Cdu è parte di una più generale crisi delle destre liberali e globaliste in Occidente, abbandonate da elettori che cercano protezione e autoritarismo.
Secondo alcuni analisti, è proprio la strategia della Cdu per isolare l’AfD a favorirne la sua crescita, facendola apparire come l’alternativa allo status quo più autentica. Qualcosa di simile a quanto accaduto in Italia, con la destra post-fascista di Fratelli d’Italia, che è cresciuta durante il “governo di tutti” draghiano, mentre Forza Italia perdeva pezzi a destra senza guadagnare consensi al centro.
Merz sotto assedio
I problemi di Merz non finiscono qui. La base del suo partito è in fermento, e anche la Jugend-Union, l’organizzazione giovanile della Cdu, ha espresso critiche durissime verso il compromesso con i socialdemocratici, ritenuti troppo influenti rispetto alla loro forza reale. Merz si trova così in una situazione paradossale: ha vinto, ma non può governare secondo il mandato ricevuto.
Al centro della crisi c’è l’immigrazione, ma anche l’economia. La crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina – sempre più impopolare – la contrazione dell’export e le tensioni commerciali con gli Stati Uniti toccano trent’anni di retorica pubblica tedesca, la sua vocazione austeritaria e orientata alle esportazioni. Le nuove tariffe annunciate da Trump, che colpiscono anche beni intermedi e prodotti dell’automotive, rischiano di pesare in modo sproporzionato proprio sulla Germania.
Senza una ripresa solida del commercio internazionale e con la Banca centrale europea che mantiene alti i tassi d’interesse, Merz potrà contare solo sul pacchetto di investimenti promesso. Ma, come sottolineano gli esperti, un piano da mille miliardi non sarà sufficiente se i fondi verranno spesi senza visione strategica e con logiche ideologiche.
L’avanzata dell’AfD rappresenta il sintomo più evidente di una crisi di rappresentanza che attraversa tutta la Germania. Nata come forza euroscettica, l’AfD si è evoluta in un partito identitario, nazionalista e apertamente xenofobo. Con i conservatori socialisti di Sahra Wagenknecht e Oskar Lafontaine che non sono riusciti ad entrare in parlamento, potrebbe diventare l’unico porto disponibile per il malcontento di tanti ex moderati di destra.
Il nuovo Governo tedesco ha davanti a sé quattro anni in salita: Merz, che ha costruito la sua ascesa come il conservatore del “ritorno all’ordine”, si trova ora a governare in uno scenario di disordine strutturale.

