Merz e gli Usa, le contraddizioni del cancelliere

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Politica /

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha parlato chiaramente al congresso dell’Unione Cristiano-Sociale (Csu), il partito-gemello bavarese della sua Unione Cristiano-Democratica (Cdu), ammonendo l’Europa sul fatto che l’era della Pax Americana che ha garantito progresso e sviluppo al Vecchio Continente è pressoché giunta alla fine.

Un riconoscimento – forse tardivo – del dato strategico più saliente dell’Europa odierna, andato consolidandosi nell’ultimo decennio tra le amministrazioni di Barack Obama, Donald Trump e Joe Biden: il Vecchio Continente per Washington ha valore d’uso come puntello della deterrenza contro la Russia, nel quadro della divisione del lavoro che fa concentrare gli Usa sull’Oceano Pacifico, ma, soprattutto, ha valore di scambio come perla più preziosa dell’Impero americano del cui futuro discutere potenzialmente in un grande negoziato sull’ordine globale di domani con la stessa Russia.


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Merz e la Pax Americana

Merz, che ha posto in essere il più vasto programma di riarmo della Germania dalla caduta del Terzo Reich nel 1945 ad oggi, invita dunque a fare i conti con un cambio di passo dell’ordine globale e con un’evoluzione della politica Usa da cui non si tornerà più indietro. E in un certo senso mostra di comprenderlo. Così come mostra di comprendere, sostanzialmente, che nell’era del tardo Impero americano l’Europa rischia di essere messa sotto e in minoranza nella definizione dell’ordine globale. E che l’America non farà come la Roma imperiale, la cui Pax finì per trasmettere il testimone a un mondo europeo a trazione germanica (come a Berlino intendono l’Unione Europea). Au contrarie, come su queste colonne spesso ricordiamo, l’Europa non è invitata ai tavoli del nuovo ordine mondiale perché inserita tra le principali portate del menù.

Tutto corretto, tutto lucido. Ci chiediamo però se Friedrich Merz sia lo stesso cancelliere tedesco che solo due giorni prima, leggendo criticamente alcuni punti della Strategia di sicurezza nazionale di Donald Trump, aveva sostanzialmente messo nel dimenticatoio l’Europa, rivolgendosi in conferenza stampa agli americani e ricordando agli Usa: “Avete bisogno anche di partner nel mondo. E uno di questi partner può essere l’Europa. E se non potete collaborare con l’Europa, allora almeno fate della Germania il vostro partner“. In sostanza: bene l’europeismo, ma purché germanocentrico. E se Berlino può guadagnare posizioni a scapito di Bruxelles o quest’ultima diventa una zavorra, si può procedere a sganciare le strategie dell’Ue e della Germania.

La miopia di Merz

Un approccio politico a dir poco miope. Innanzitutto perché il riconoscimento della fine della Pax Americana mal si concilia con la spinta a volersi presentare come partner privilegiato degli Usa o con l’invito a una partnership transatlantica pronta a tornare integra come in passato.

In secondo luogo, perché la fine della strategia tradizionale degli Usa e la spinta di Washington su un trend revisionista dell’ordine globale, che mira a cristallizzare la gerarchia delle potenze tramite un sostanziale patto “imperiale”, passa anche per l’eliminazione sul nascere di qualsiasi velleità europea di acquisizione di un ruolo autonomo. Un’eliminazione a cui gli Usa hanno lavorato con attenzione da almeno un decennio, mettendo la Germania nel mirino in una vera e propria guerra economica che, assieme alla rottura di Berlino col gas russo e all’ascesa di una irresistibile concorrenza cinese, ha travolto il modello di sviluppo della seconda potenza industriale e commerciale globale.

La Germania di Merz come il gatto di Schrodinger

Friederich Merz è dunque un giorno il Dottor Jekyll della nuova Machtpolitik tedesca, un altro il Mister Hyde pieno di valori transatlantici. La corsa alla potenza della Germania è come il gatto del celebre paradosso del fisico austriaco Erwin Schrodinger, che chiuso in una scatola può essere considerato al tempo stesso vivo o morto finché non si osservano concretamente le sue condizioni. Ovvero, in questo caso, le scelte strategiche di Berlino per il futuro del Paese e dell’Europa tra industria, diplomazia, riarmo.

Schrodinger descriveva la meccanica quantistica, in questo caso il gioco è quello delle dinamiche del potere, condizionate dall’elefante nella stanza chiamato Stati Uniti d’America. Ad oggi, al contempo, troppo ingombrante per far sdoganare un’agenda tedesca di potenza, troppo importante per apparire prescindibile, troppo imprevedibile nella sua leadership per essere letto concretamente. Un mix che nei solitamente inquadrati e razionali tedeschi rischia di creare un cortocircuito. E, di conseguenza, paralisi sulle grandi scelte politiche.