Convergenza totale sull’antisemitismo, nuovo approccio nelle relazioni bilaterali, disaccordo sull’Iran. Il viaggio di Angela Merkel in Israele non è stato un viaggio come gli altri. La visita di Stato arriva dopo un periodo abbastanza turbolento nelle relazioni fra i due Paesi e le polemiche, in questi ultimi anni, non sono mancate.
L’approccio di Merkel e Benjamin Netanyahu su numerosi dossier è stato decisamente divergente. Il governo di Berlino ha sempre condannato le scelte della destra israeliana di applicare la linea dura nei confronti dei palestinesi. Ha mostrato una certa apprensione riguardo alla politica delle colonie voluta da Netanyahu, non ultimo lo scontro sul villaggio beduino di Khan al-Ahmar. Ma soprattutto, ha costantemente difeso l’accordo con l’Iran del 2015, che per il governo dello Stato ebraico rappresenta l’obiettivo primario della propria agenda politica.
Con queste premesse, il viaggio della cancelliera a Gerusalemme non poteva non essere importante. Per Berlino c’è la volontà di assumere un ruolo sempre maggiore in Medio Oriente. Ma per farlo, Merkel è dovuta partire da Israele, che rappresenta anche il trait d’union mediorientale fra Stati Uniti, Unione europea e Russia. E in questo senso, ha voluto anche rimarcare le sue divergenze con l’agenda estera dello Stato ebraico.
La sensazione scaturita dalla visita della leader tedesca è che ci sia effettivamente la volontà di entrambe le parti di intraprendere un percorso nuovo. Germania e Israele non vogliono essere su fronti opposti. Da un punto di vista economico, finanziario e anche sulla politica energetica, i due governi hanno molto su cui negoziare. E partire col piede sbagliato non interessa a nessuno.
Per questo motivo, uno dei primi risultati ottenuti dalla Merkel in Israele è stato quello di ricucire i rapporti partendo dall’economia. Come spiega Formiche, “il principale accordo che è stato firmato è un accordo di cooperazione economica che comprende cooperazione tra i ministeri dell’Economia e del Tesoro anche nel campo di analisi e scambio di informazioni, che avrà effetto immediato sull’import-export con un aumento stimato del 13%“.
L’aumento degli scambi commerciali è stato il primo segnale di questa volontà di modificare in meglio le relazioni bilaterali. Volontà confermata anche negli anni precedenti con le commesse militari israeliane nei confronti dell’industria tedesca (in particolare con i sottomarini classe Dolphin) ma messa a repentaglio dallo scandalo di corruzione che aveva fatto tremare l’accordo siglato fra i due paesi in campo militare.
Ma a fronte di questo quadro di relazioni migliorate, i punti di divergenza non mancano. Soprattutto per ciò che riguarda l’Iran. Angela Merkel ha fatto una premessa importante: ha pubblicamente ammesso che l’Iran in Siria è una minaccia per Israele. Però in politica le parole contano: e quelle della cancelliera tedesca non sono state parole in libertà. Alcuni termini utilizzati indicano chiaramente quali siano le differenze di vedute fra i due Paesi.
Durante la conferenza stampa con il uso omologo israeliano, ha indicato quali ritiene le minacce per Israele. La prima, la presenza delle truppe iraniane e legate a Teheran “presso le alture del Golan”. Cosa ben diversa da dire che tutte le truppe iraniane in Siria rappresentano un pericolo: come invece affermato costantemente da Israele e Stati Uniti. E infatti la leader tedesca ha affermato che la presenza iraniana in Siria dovrebbe annullarsi nel tempo e che ne ha discusso anche con la Russia.
Il il capo del governo tedesco, rivolgendosi a Netanyahu, ha poi detto: “Vedo sotto quale pressione e in quali circostanze lei vive qui, ed è molto diverso dalla situazione in cui viviamo nell’Unione europea”. E la Merkel ha concluso dicendo che “Israele ha naturalmente il diritto di difendersi quando viene attaccato“. Ma esplicitare il “quando viene attaccato” indica un approccio molto diverso rispetto a quello israeliano, che invece ha come strategia quella di colpire in Medio Oriente anche senza attacchi diretti sul suo dello Stato ebraico. Mentre gli Stati Uniti considerano il diritto all’autodifesa israeliana anche bombardare la Siria, per la Germania c’è il limite dell’essere attaccati.
Ed è su questa differenza di approccio che si fondano anche le profonde differenze fra Germania e Israele sul fronte dell’accordo sul nucleare iraniano. Dal punto di vista tedesco, “bisogna fare tutto per impedire un riarmo nucleare dell’Iran. Ma il punto in cui non siamo d’accordo con Israele è su quale sia la via per arrivare a questo risultato”.
Dal punto di vista israeliano, bastano le dichiarazioni di Reuven Rivlin durante il pranzo con la cancelliera tedesca: “Il mostro iraniano dev’essere affamato, non nutrito“. Un messaggio chiarissimo rivolto a Berlino, che invece non solo vuole mantenere vivo l’accordo con Teheran ma ha anche appoggiato la creazione dell’istituzione finanziaria europea che permetta le transazioni con l’Iran eludendo le sanzioni americane.