Al di là dei trionfalismi propagandistici del premier Giuseppe Conte e del governo giallo-rosso, c’è un dato politico estremamente rilevante che emerge dai negoziati sul Recovery Fund: Angela Merkel ha forse salvato l’eurozona da una crisi che sembrava insuperabile, ma lo ha fatto accettando di cambiare radicalmente gli equilibri europei e rafforzando sia i Paesi “frugali” sia l’asse di Visegrad: come nota Tonia Mastrobuoni su La Repubblica, infatti, i nuovi centri di potere in Europa sono almeno tre. Il tandem franco-tedesco, desideroso di favorire una maggiore integrazione europea, i cinque “frugali” e il blocco dei Paesi di Visegrad. Il prezzo da pagare però è altissimo, come spiega Wolfgang Munchau in un tweet: “Rafforzamento del sistema di sconti di bilancio; abbandono del collegamento dello Stato di diritto con il bilancio dell’Ue; spremere sugli investimenti per i cambiamenti climatici; e tutto questo per un misero trasferimento fiscale dello 0,7% del Pil”.
Si rafforzano i Paesi “frugali”
I leader dei Paesi cosiddetti “frugali”, infatti, esultano: “A Bruxelles abbiamo evitato l’Unione del debito, siamo riusciti a ridurre le sovvenzioni da da 500 a 390 miliardi, abbiamo alleggerito i contribuenti” austriaci, “abbiamo ottenuto garanzie sull’attuazione delle riforme e siamo riusciti ad aumentare gli sconti per l’Austria”. Ha commentato cancelliere Sebastian Kurz in un video in cui celebra il “buon risultato” raggiunto al vertice Ue, come riportato dall’Ansa. “Il nostro impegno è stato ripagato”, aggiunge Kurz, che rende merito al gruppo dei ‘frugali’ “grazie a cui siamo stati in grado di portare i nostri interessi” in Ue e “raggiungere un risultato che altrimenti non sarebbe stato possibile”. “Il risultato è un buon pacchetto che tutela gli interessi olandesi e renderà l’Europa più forte e più resistente” ha inoltre osservato Mark Rutte.
E hanno tutte le ragioni per festeggiare, soprattutto Kurz e Rutte. Come ricorda l’Ansa, sono stati accontentati i frugali con succulenti rebate, i rimborsi introdotti per la prima volta su richiesta del Regno Unito ai tempi di Margaret Thatcher, che con la Brexit molti leader Ue avrebbero voluto cancellare. In alcuni casi sono stati raddoppiati. Alla Danimarca sono andati 322 milioni annui di rimborsi (rispetto ai 222 milioni della proposta di sabato); all’Olanda 1,921 miliardi (da 1,576 miliardi) ; all’Austria 565 milioni (da 287), e alla Svezia 1,069 miliardi (da 823 milioni). Senza contare che nella nuova proposta il margine sulle attività doganali che resta nelle casse dei Paesi Bassi arriva fino al 25%. Di fatto i frugali hanno ottenuto un notevole risparmio sul loro contributo al bilancio Ue.
E anche l’asse di Visegrad ne esce rafforzato
L’asse franco-tedesco ha dovuto lasciare ampio margine di manovra anche ai Paesi di Visegrad, dicendo addio a possibili sanzioni per le violazioni dei diritti umani e dello stato di diritto. Come ha sottolineato il premier magiaro Viktor Orban in conferenza stampa congiunta con l’omologo polacco, Mateusz Morawiecki, infatti, “qualsivoglia tentativo di legare lo Stato di diritto al bilancio dell’Unione europea è stato subito efficacemente bloccato”. Secondo quanto riporta l’agenzia di stampa Pap, Orban ha detto che “il motivo del successo” ottenuto al termine del vertice straordinario di Bruxelles è “che Morawiecki è il leader del gruppo di Visegrad”. Il capo del governo di Budapest ha evidenziato che la Polonia e l’Ungheria hanno ottenuto quello che volevano, perché “non ci sarà alcun legame tra lo Stato di diritto e la disciplina di bilancio, tra questioni politiche ed economiche”.
Quella che esce dai negoziati sul Recovery Fund è dunque un’Europa completamente diversa, dove i Paesi frugali e quelli di Visegrad hanno guadagnato un nuovo peso specifico, molto più rilevante di prima. È un’Europa fatta di blocchi antagonisti e contrapposti, dove l’Italia stenta a emergere.