Un piccolo terremoto di immagine che svela un cambiamento forse molto significativo per l’Europa. Angela Merkel non sarà presente al vertice di Porto organizzato dalla presidenza portoghese del Consiglio europeo. Il portavoce, Steffen Seibert, ha detto ai media che la cancelliera ha scelto di partecipare via remoto per via della situazione epidemica in Germania che renderebbe inopportuno il su arrivo in Portogallo. Giustificazione che è stata utilizzata anche dal premier olandese Mark Rutte e che potrebbero sfruttare anche il belga Alexander De Croo e la danese Mette Frederiksen.

Quella che potrebbe apparire come una decisione dettata esclusivamente dalla pandemia nel proprio Paese racchiude però una realtà ben più complessa. Il vertice europeo in Portogallo è infatti il primo summit internazionale dell’Unione europea in presenza dopo la seconda e la terza ondata di coronavirus. Si tratta quindi non solo di un incontro politico di alto livello, ma anche di un segnale di ripartenza dei vertici europei dopo un periodo nefasto per tutta l’Ue, sia dal punto di vista sanitario che dal punto di vista economico, sociale e comunicativo. L’Ue, apparsa così lacerata, assente e carente di leadership troverebbe quindi proprio sotto la presidenza portoghese un momento per rimettersi fisicamente intorno a un tavolo, con i capi di Stato e di governo che si rivedono faccia a faccia per provare a rimettere in marcia un continente totalmente alla deriva. Quella stessa Europa che per molti anni è stata praticamente gestita da Berlino sotto il cancellierato di Frau Merkel: leader che si avvia verso un triste tramonto dopo aver rappresentato praticamente fino all’anno scorso la stella polare degli europeisti e della struttura solo formalmente capitanata da Bruxelles.

L’assenza di Merkel è quindi un segnale. Un segnale per la Germania, perché è chiaro che la cancelleria vuole fare capire al suo partito, al suo governo e anche al Paese che la situazione è critica sia dal punto di vista politico che sanitario. Stando a Politico.eu, il portavoce della cancelliera ha detto che sarebbe stato inopportuno partire per un vertice internazionale quando ai cittadini tedeschi non è permesso farlo. Ma è del tutto evidente che questa ragione sia quella da dare in pasto all’opinione pubblica per evitare di dover arrendersi all’evidenza di non essere più la leader dell’Unione europea e con una Germania che si avvia a cambiare radicalmente il quadro politico spodestando potenzialmente la Cdu dal trono tedesco.

Ma è un segnale anche per l’Europa (e quindi per l’Italia). Perché è chiaro che il tramonto di una figura carismatica come la Merkel impone di cercare un leader altrove, e di farlo guardando anche verso Roma. Per molto tempo, l’impressione è che l’erede naturale della cancelliera tedesca fosse il presidente francese, quell’Emmanuel Macron che ha condiviso la politica Ue con Berlino fino a metterlo nero su bianco nell’incontro di Aquisgrana. Ma l’avvento di Mario Draghi a Palazzo Chigi ha cambiato il percorso per una successione così diretta da Berlino a Parigi. Tanto che molti, anche in Germania, iniziano a guardare con interesse alla possibilità che Draghi sia, se non il leader unico, quantomeno un co-leader insieme proprio a Macron (indebolito e in vista delle elezioni presidenziali). Il Frankfurter Allgemeine Zeitung ha parlato di Draghi come attuale “figura dominante” tra i “quattro grandi dell’Ue”, benedicendo il premier italiano come colui che “risveglia la voglia di futuro”. Mentre Le Figaro si è spinto addirittura oltre, teorizzando un asse tra Francia e Italia che potrebbero “assumere insieme la leadership dell’Ue per spingere un nuovo modello europeo, meno germano-centrico e più coerente con i valori economici e politici del Vecchio continente”.

In questo contesto di tramonto merkeliano e debolezza macroniana, Draghi sembra essere il più ricercato tra i leader europei. Il suo passato al vertice della Bce ha un peso molto significativo nelle trattative europee, dove in tanti pensano che sia proprio il presidente del Consiglio a essere il vero interlocutore tra l’alta finanza europea e la politica. E la sua appartenenza al blocco “mediterraneo” rende anche più sereno il dialogo con i Paesi del Sud Europa, spesso tramortiti dal rigore germanico e dei falchi, inviati come arieti di sfondamento per ribadire il rigore dei conti. Una convergenza che in questo momento aiuterà l’Italia a strappare posizioni di vantaggio, a partire proprio dal summit di Porto.

Non sarà il vertice più importante dell’Europa, questo deve essere chiaro. E di certo l’Unione europea di oggi non è quella di quando la Merkel prese il sopravvento. Gli Stati Uniti hanno già fatto intendere che l’Ue non è più un interlocutore privilegiato, la Brexit ha assestato un colpo molto duro all’immagine di Bruxelles soprattutto dopo il divario mostrato da Londra nella gestione del Covid-19. E anche Cina e Russia adesso guardano all’Ue con estremo sospetto, senza capire bene cosa sia questo Leviatano in crisi di identità e di potere economico. Ma è un primo tassello da non sottovalutare nella gerarchia dei leader europei. Esserci o meno, anche visivamente, ha un suo significato anche nella gestione di questa nuova Ue che (forse) cambierà dopo il disastro di immagine lasciato in questa emergenza.

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