L’Unione Europea batte un colpo. Il vertice di Bruxelles del 12 febbraio, complesso nonostante la natura informale, del Consiglio Europeo e la precedente riunione al castello fiammingo di Alden Biesen sulla competitività hanno provato a fare sintesi delle geometrie variabili del concetto di Europa che dividono le varie potenze del blocco.

Si è provato a fare sintesi tra la visione francese di Emmanuel Macron, sostenuto dal primo ministro spagnolo Pedro Sanchez, sulla necessità di un piano “Made in Eu” per gli appalti strategici, tra la spinta di Giorgia Meloni e Friederich Merz, fautori di una rinnovata sintonia italo-tedesca, per de-burocratizzazione e re-industrializzazione e sulle pressioni esercitate sulla Commissione Europea dal rapporto sulla competitività di Mario Draghi di fine 2024 che, unitamente a quello di Enrico Letta sul mercato interno, dovrebbero fornire una bussola strategica all’esecutivo Ue di Ursula von der Leyen.

L’Europa a più velocità

Il risultato? Importante per almeno tre motivi, che ci si aspetta saranno solidificati nel Consiglio formale di marzo. Il primo è la spartizione tra i leader dei risultati del summit. Fatto non scontato, dopo una premessa fatta di indecisioni e incertezze. Macron incassa il via libera a “Made in Eu”; Meloni ha dovuto mettere da parte la storica battaglia italiana sugli Eurobond, che accomuna Roma, Parigi e Madrid, per ricostruire la sintonia con Berlino, ma incassa l’apertura dei partner sulla lotta ai costi alti dell’energia e la deburocratizzazione; Merz, infine, sblocca l’apertura europea a nuovi accordi di libero scambio, dopo l’altalenante esperienza tra Mercosur e India, e soprattutto il dato più importante, sul piano politico, del vertice. L’idea, cioè, che l’Europa d’ora in avanti potrà istituzionalizzare la corsa a più velocità. Ovvero quella “cooperazione rafforzata” su singoli dossier.

Il secondo punto è il fatto che tale dottrina potrà spingere sulle conseguenze concrete diventando la regola e non l’eccezione. Insomma, l’Europa si prepara ad agire con nuclei ristretti di potenze chiamate a formare vere e proprie task force. Politico.eu nota che a marzo von der Leyen presenterà un piano che “definirà riforme in settori quali la riduzione degli oneri amministrativi e la liberazione di capitali privati ​​e pubblici per aiutare le start-up europee a crescere”, e “un ambito in cui la cooperazione rafforzata potrebbe essere utilizzata è l’Unione del Risparmio e degli Investimenti, il progetto dell’Ue per un mercato dei capitali di stampo statunitense” capace di bypassare le ritrosie di Irlanda e Lussemburgo sul tema.

L’agenda strategica dell’Europa

Last but not least, c’è il nodo geostrategico. Aprire alle più velocità sul piano politico vuol dire abilitare discorsi strategici chiari, come quello anticipato dai Big Six (Germania, Francia, Italia, Olanda, Spagna e Polonia) per un progetto di rafforzamento congiunto della Difesa di cui Paolo Mauri ha dato conto prospettando l’ipotesi di un comando congiunto europeo. L’Europa potrà rafforzarsi e prosperare, chiaramente, se la cooperazione rafforzata sarà un abilitatore di un crescente rafforzamento e non la premessa per la nascita di un’Europa-Arlecchino.

In tal senso, uno spunto di rafforzamento può venire dalla lettura congiunta dei report di Draghi e Letta. Essi hanno indubbiamente il merito di leggere la situazione economica europea come dirimente per il ruolo globale del blocco. Antonio Villafranca, Vice Presidente per la Ricerca di Ispi, ha detto che “l’Europa rischia di perdere il suo posto nell’economia mondiale, ma la realtà è proprio questa. Basta vedere i dati sulla nostra produttività e crescita che arrancano da troppi anni. Abbiamo un eccesso di regolamentazione, il Mercato Unico è incompleto e quello dei capitali è messo anche peggio”.

Draghi e Letta, i rapporti per l’Ue tra forze e limiti

Draghi presenta molti dati importanti sul declino della competitività europea in settori critici ma, ha scritto l’economista Daniel Gros nel Journal of Common Market Studies, “la sua idea che alcuni settori debbano essere lasciati esposti alla concorrenza globale, anche se sleale, mentre altri debbano essere protetti perché strategici, si presta molto meno a un messaggio chiaro”. Letta, invece, prospetta per Gros il fatto che “l’integrazione dei mercati, in particolare dei mercati dei capitali e delle industrie di rete, produca benefici, fatto indiscutibile tra gli economisti. Ciò che manca nel rapporto Letta è un’analisi degli ostacoli all’integrazione dei mercati in termini di economia politica e di un modo per superarli”.

Ciò che i decisori europei dovrebbero cogliere è una spinta a consolidare l’investimento in settori critici, come Draghi prospetta dall’energia al tech, e capire dove il mercato unico si può compiere (reti, tlc, banche e via dicendo) e dove si può invece pensare alla cooperazione rafforzata. I tre risultati del giovedì caldo dell’Europa possono invitare a una lettura pragmatica dei due report, anche alla luce di un dato fondamentale: l’Europa resta guidata da un’economia industriale, non dall’economia dei servizi. E questo dato di realtà deve plasmare ogni azione commerciale, diplomatica, tecnologica e anche militare del blocco. Pena perdere la consapevolezza di ciò che l’Ue in realtà è.

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