Mentre tra incontri e senza un accordo definitivo prosegue il confronto diplomatico tra Russia e Stati Uniti per capire se esistano i margini per un nuovo accordo tra Mosca e Washington, tale da coinvolgere anche la crisi ucraina, i leader europei ragionano su come muoversi per avere una voce nei negoziati e, secondo quanto riportato dal Telegraph, avrebbero individuato una rosa di cinque figure in grado di incontrarsi con Vladimir Putin. Tra queste la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, l’omologa danese Mette Frederiksen, il primo ministro norvegese Jonas Gahr Store e i presidenti di Repubblica Ceca e Finlandia, Peter Pavel e Alexander Stubb. Una rosa di cinque nomi eterogenei su cui la diplomazia europea starebbe confrontandosi.
Cinque leader pro-Kiev per parlare con Mosca
“Una fonte a conoscenza delle discussioni ha affermato che sarebbe più probabile la scelta di un gruppo di leader, evitando così una competizione tra i Paesi per il ruolo e il rischio che i singoli candidati vengano bloccati dal veto”, scrive il Telegraph. Le figure in questione sono accomunate da un tratto comune politico: sono tutti convinti sostenitori della necessità di difendere e sostenere l’Ucraina, guidano Paesi che presidiano contesti critici per la difesa europea e sono tutti, al contempo, convinti sostenitori del progetto transatlantico e della Nato. Non essendo la Norvegia membro dell’Unione Europea, è plausibile pensare che il discorso sulla presenza di una figura mediatrice europea o di un pool di leader capaci di portare un’istanza comune di fronte alla Russia avvenga in maniera esterna o non pienamente sovrapponibile alle decisioni politiche di Bruxelles, e che si stia cercando una via per consolidare operativamente una voce del Vecchio Continente a dei negoziati che appaiono frastagliati.
In tal senso, i Paesi europei si trovano di fronte a un quadro consolidato quantomeno complesso. In primo luogo, la trattativa russo-americana nei quasi due anni dall’insediamento di Donald Trump non si è rivelata risolutiva e al contempo si sente il peso di un’asimmetria politica che vede un sistema europeo dei Paesi del Vecchio Continente membri della Nato assumersi l’onere crescente del sostegno militare e finanziario all’Ucraina trovandosi, parimenti, marginali sul piano politico. La proposta che è stata discussa da Steve Witkoff, inviato di Trump, nel recente incontro con Putin ha trovato la freddezza del Cremlino e mentre si prepara il trilaterale dei negoziatori russi, ucraini e americani a Abu Dhabi a novembre annunciato da Volodymyr Zelensky i Paesi europei possono sfruttare una finestra politica di opportunità. L’appoggio militare e politico dell’Europa all’Ucraina, sommando le forniture economiche e in armamenti dal 2022 a oggi, è secondo il Kiel Institute pari complessivamente a 237 miliardi di euro (100 dei quali garantiti da Commissione e Consiglio Europeo), più del doppio dei 115 statunitensi.
La spinta europea per Kiev, le prove di un dialogo con Mosca
L’Europa è riuscita, indirettamente, a garantire a Kiev un risultato: non ci potrà essere pace in Ucraina senza gli ucraini e senza la voce delle istituzioni di un Paese in grave difficoltà materiale e sul campo di battaglia, la cui prospettiva di una vittoria militare è estremamente remota ma la cui posizione politica e diplomatica non è compromessa. Corollario di questo teorema, che ha sfatato una convinzione personale di Donald Trump e alzato il costo del negoziato per la Russia anche di fronte agli stessi Stati Uniti, è per i Paesi del Vecchio Continente la possibilità di avere voce sulla fine del conflitto. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha di recente detto che “la capitolazione dell’Ucraina è fuori discussione” perché “significherebbe la capitolazione di tutti noi”. La prospettiva di un confronto con la Russia parte dal presupposto che i Paesi europei si sentono in grado di giocare un ruolo in relazione al peso esercitato nel sostegno a Kiev.
Berlino ha provato un abboccamento diplomatico con Mosca ai margini dell’Assemblea Generale dell’Onu con il dialogo tra Johann Wadepuhl, ministro degli Esteri di Merz, e l’omologo russo Sergej Lavrov. Ma Merz è un cancelliere in grave difficoltà politica e l’altro leader di prima fascia dell’Unione Europea, Emmanuel Macron, è a fine ciclo.
Parimenti è incerta la posizione dello spagnolo Pedro Sanchez, che andrà presto a elezioni, mentre fuori dall’Ue il britannico Andy Burnham incarna la linea di Londra di fermo sostegno a Kiev e non può permettersi politicamente di andare in prima linea a dialogare con Putin, almeno per ora. Quindi è emersa questa cinquina di leader. Figure che condividono nei fatti il teorema politico di fondo su Kiev (il potere negoziale dell’Ucraina è una derivata prima del sostegno europeo) e il corollario della necessità di un ruolo europeo per una fine del conflitto e, parimenti, possono avere un canale aperto anche con gli Stati Uniti.
Cinque leader stabili per la trattativa
Stubb, presidente finlandese, ha un rapporto personale solido con Trump; Frederiksen ha di recente negoziato l’accordo sulla Groenlandia con Washington; l’Italia di Meloni è dei quattro grandi dell’Ue l’unico Stato che mantiene la necessaria stabilità politica per poter immaginare, da qui al voto dell’autunno 2027, una continuità diplomatica; Pavel, ricorda il Telegraph, “ritiene che sia giunto il momento di avviare seri negoziati con Putin per allentare le tensioni, nel timore di un conflitto su vasta scala tra l’Occidente e la Russia” e può parlare sia da capo di Stato che da generale ex comandante militare Nato. Last but not least, Store ha dalla sua il potere negoziale di un Paese come la Norvegia che è attivo partner Nato nel sostegno all’Ucraina e grande potenza energetica, ma anche nazione dalla grande e consolidata tradizione diplomatica, capace di leggere le mosse di Mosca con attenzione.
Le figure politiche ipotizzate, inoltre, non sembrano almeno per il momento interessate dal rischio di caducità politica e di avvicendamento al vertice. Questo rappresenterebbe un importante fattore di continuità. La Danimarca ha appena votato e Frederiksen è stata confermata per un nuovo mandato, l’Italia voterà nell’autunno 2027, in Repubblica Ceca Pavel può contare su un mandato che durerà fino a gennaio 2028, in Norvegia Store e il suo Partito Laburista affronteranno il prossimo voto nel 2029 dopo esser stato riconfermato dopo le elezioni del 2025 e, infine, per Stubb il mandato in Finlandia è fino al 2030. Detto questo, la prospettiva dei potenziali mediatori sarebbe tutta da confermare e, operativamente, resta da capire molto su quale potrebbe essere il mandato della figura o delle figure prescelte a un confronto con Mosca.
Gli scenari aperti per la mediazione
In primo luogo, quale sarebbe la carica e quale il mandato politico con cui confezionare la missione di trattativa con la Russia? La missione si svolgerebbe con o senza il cappello dell’Ue? La presenza della Norvegia nel quintetto lascia pensare a un partenariato autonomo, e in questo caso a nostro avviso il cappello politico potrebbe essere quella della Coalizione dei Volenterosi con Parigi e Londra come principali sponsor, o in misura meno probabile del Gruppo di Contatto per la Difesa dell’Ucraina (l’ex “formato Ramstein”) ora a sostanziale trazione tedesco-britannica. Del resto, la stessa missione dei Volenterosi è proprio quella di garantire le basi per una pacificazione dell’Ucraina funzionale a un disegno di sicurezza collettiva condivisibile.
Aggiungiamo a ciò altre questioni: con che posizione comune presentarsi davanti ai principali mediatori, gli Usa, per trovare una linea comune occidentale per la fine della guerra in Ucraina? Come apparire capaci di agire di fronte alla Russia e farsi portavoce di una strategia di de-escalation che oltre l’Ucraina eviti anche lo sdoganamento dei venti di conflittualità in Europa? E, soprattutto, come convincere della possibilità di trattare con Mosca i Paesi più preoccupati per le iniziative geopolitiche della Russia o più ostili a trattare con Putin, soprattutto in Europa orientale? Come reagirebbero, poi, le istituzioni dell’Unione Europea se venissero, sostanzialmente, messe ai margini in questo contesto?
Infine, potrebbero i mediatori svincolarsi dal loro ruolo di leader pro tempore di esecutivi nazionali o di apparati istituzionali sottoposti a pressioni politiche interne ed internazionali e, per quanto non vincolati nell’immediato dalla caducità dei cicli elettorali, chiamati a gestire le conseguenze di possibili emergenze o di cambi di rotta delle rispettive opinioni pubbliche? Queste domande restano aperte così come resta aperta la riflessione sul physique du role ideale della figura che potrebbe essere l’animo di una trattativa con Mosca su cui, in passato, l’ambasciatore Marco Carnelos ha scritto una riflessione interessante per InsideOver.
Nessun ordine di sicurezza europeo senza gli europei?
Ragioniamo su ipotesi, ma riteniamo che quanto discusso dal Telegraph sia indizio di una maggior volontà di “voce” politica dell’Europa che, potenzialmente, può essere funzionale a entrambe le parti in causa nel conflitto. All’Ucraina, che ha tutto l’interesse di vedere al tavolo delle trattative al suo fianco i Paesi maggiormente attivi a puntellarne l’indipendenza. Ma anche la Russia potrebbe avere da che guadagnare dal fare un passo nella direzione dell’Europa se una postura dialogante emergesse e anche il Cremlino capisse che il deterioramento definitivo del rapporto con l’Europa non è nel suo interesse, specie in un contesto di potenziale tensione economica nel dopoguerra, quando il conto del conflitto sarà presentato al Cremlino.
Per quanto riguarda Washington, la presenza dell’Europa ai negoziati creerebbe un dilemma tra il necessario appoggio per concludere una trattativa che gli Usa da soli non riescono a risolvere e la spinta al divide et impera che la guerra in Ucraina ha promosso in Europa a tutto vantaggio degli interessi statunitensi, nell’era di Joe Biden come in quella di Donald Trump. Sono gli Usa pronti a rinunciare a un contesto in cui l’Europa è diventata acquirente di gas naturale liquefatto a stelle e strisce, segue le linee americane sul boom della spesa militare e in prospettiva si intesta la deterrenza antirussa nel quadro del doppio contenimento di Washington contro Mosca e la Cina?
La scelta di cinque atlantisti doc come mediatori potenziali potrebbe, in tal senso, testare la capacità europea ma anche stanare Washington: che pace vuole per l’Ucraina e l’Europa e che ordine continentale intende? Così come nessuna pace in Ucraina si potrà fare senza gli ucraini, partecipare alla trattativa potrebbe garantire ai Paesi del Vecchio Continente la prospettiva di far sì che nessun ordine di sicurezza europeo possa essere discusso senza gli europei. Ammesso che emerga la volontà politica di concretizzarlo.
Fonti
- Iryna Kutielieva, Valentyna Romanenko, “Germany’s Merz: Ukraine’s capitulation would mean the capitulation of all its allies”, 21 ottobre 2026 – https://www.pravda.com.ua/eng/news/2026/10/21/8059062/
- Joe Barnes, “Europe auditions negotiators to face off with Putin”, The Telegraph, 22 ottobre 2026 – https://www.telegraph.co.uk/world-news/2026/10/22/europe-auditions-negotiators-face-off-putin/
- Ukraine war briefing: New peace proposals lack ‘substance’, says Kremlin after Witkoff-Putin meeting in Russia, The Guardian, 22 ottobre 2026 – https://www.theguardian.com/world/2026/oct/22/ukraine-war-briefing-peace-proposals-lack-substance-witkoff-putin-meeting
- Andrea Shalal e Olena Harmas, “Zelenskiy says Ukrainian, Russian and US negotiators to meet in early November in Abu Dhabi”, Reuters, 23 ottobre 2026 – hhttps://www.reuters.com/world/europe/zelenskiy-says-ukrainian-russian-us-negotiators-meet-early-november-abu-dhabi-2026-10-23/
- Ukraine Support Tracker – Kiel Institute – https://www.kielinstitut.de/research/topics/war-against-ukraine/ukraine-support-tracker/