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Nelle ultime giornate il governo italiano ha preso almeno tre, importanti iniziative che mostrano una graduale crescita della freddezza verso il governo israeliano di Benjamin Netanyahu e della ricerca di una via diplomatica per confrontarsi con l’Autorità Nazionale Palestinese ritenuta internazionalmente rappresentante della nazione divisa tra Cisgiordania e Striscia di Gaza.

Il governo di Giorgia Meloni è ancora distante dal passo ufficializzato da Pedro Sanchez e dalla Spagna, che hanno riconosciuto ufficialmente lo Stato di Palestina assieme ai governi di Irlanda e Norvegia, ma nonostante la cautela ci sono almeno tre indizi che mostrano come anche la coalizione conservatrice che guida l’esecutivo di Roma inizi a essere meno bendisposta verso l’avventura bellica di Tel Aviv a Gaza.

Ha iniziato, a fine scorsa settimana, la Farnesina guidata da Antonio Tajani, che ha annunciato la riapertura dei finanziamenti italiani all’Unrwa, l’agenzia Onu per la Palestina, dopo lo stop per le accuse, non dimostrate, di Israele di un possibile coinvolgimento di suoi dipendenti nei massacri del 7 ottobre 2023 perpetrati da Hamas. Inoltre, Tajani ha annunciato l’aumento da 20 a 30 milioni di euro del finanziamento al progetto Food for Gaza.

Sabato, poi, è stata la volta del premier Meloni, che a Palazzo Chigi ha ricevuto Mohammed Mustafa, neo-premier dell’Anp, con una coreografia che non è stata trascurata dagli osservatori più attenti. L’Italia, che non riconosce ufficialmente la Palestina, ha però garantito a Mustafa un accoglienza protocollare da capo di governo, con tanto di bandiera palestinese mostrata a fianco del tricolore italiano e del vessillo europeo.

Meloni ha ribadito la volontà italiana di lavorare per il cessate il fuoco e il sostegno di Roma alla soluzione a due Stati. Una presa di posizione istituzionale e importante in una fase in cui le destre nazional-conservatrici e quelle liberali, libertarie e occidentaliste si stanno saldando in un contesto di appiattimento su Israele. Come ben dimostrato, ad esempio, dalla presa di posizione dell’ultradestra spagnola di Vox, di settori del Partito Repubblicano Usa e dal presidente argentino Javier Milei.

C’è poi il terzo, importante punto. Ovvero l’emersione della possibilità di una partecipazione italiana a una missione di pace post-conflitto in Palestina capace di garantire, come succede in Libano ove Roma ha il comando, la stabilità del territorio. “Paradossalmente, fanno notare fonti diplomatiche, Gaza presenterebbe meno problemi rispetto alla Cisgiordania dove la presenza dei coloni, difesi dall’esercito israeliano, renderebbe tutto molto più complicato”, nota Il Manifesto.

Parole che hanno risuonato alla luce delle dichiarazioni critiche di Netanyahu del Ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha ribadito nella giornata di lunedì come Israele “deve fermarsi” a Rafah e come Netanyahu rischi di “seminare odio” con i suoi atteggiamenti: “siamo di fronte a una situazione sempre più difficile nella quale il popolo palestinese viene compresso senza tener conto delle drammatiche difficoltà e dei diritti di uomini, donne e bambini innocenti che nulla hanno a che fare con Hamas”, ha detto Crosetto a SkyTg24.

Parole dure che segnano un graduale distanziamento italiano da una linea a lungo rimasta più aperturista alla causa israeliana rispetto a quella perorata da Paesi come la Spagna. Ma, in ogni caso, sempre attenta a evitare invasioni di campo. L’Italia, del resto, ha sempre fatto del suo equilibrismo geopolitico sul Medio Oriente un fattore di rilevanza e nelle crisi in atto nel quadrante regionale diversi componenti della sicurezza nazionale sono interessate. Roma è coinvolta nel Mar Rosso nella missione Aspides che ha nei raid Houthi “giustificati” da Gaza la sua giustificazione; mantiene rapporti saldi e strategici in campo energetico, politico e militare con lEgitto in trincea per la guerra e il rischio di un’ondata di profughi; deve tutelare la cooperazione con Israele mettendo i rapporti economico-industriali, su settori che vanno dalla ricerca accademica ai microchip, al sicuro dalle buriane dell’escalation bellica; si trova chiamata a garantire la continuità dei rapporti storici con la Palestina e l’equilibrismo che rende l’Italia una piattaforma diplomatica.

La cautela è a maggior ragione dovuta sulla scia del consolidato rapporto diplomatico che unisce Italia e Vaticano circa la volontà comune di risolvere le crisi globali. La Santa Sede ha preso posizione duramente contro l’escalation bellica, inviando il patriarca latino di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa a Gaza e aprendo sull’Osservatore Romano citando la sofferenza di una compatita “infanzia innocente nell’inferno di Gaza”. Messaggi che dall’altra sponda del Tevere non possono rimanere inascoltati. E così, passo dopo passo, nasce una rinnovata cautela italiana su Israele e sulla Palestina e si apre alla prospettiva di una partecipazione di Roma a un processo diplomatico sulla scia di quanto inaugurato dall’iniziativa spagnola. Anche l’Italia, insomma, pone di fatto linee rosse politiche a Israele. Quanti fatti seguiranno a ciò, sarà tutto da vedere.

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