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In un contesto complesso per l’evoluzione della guerra in Ucraina, la posizione dell’Italia – e in particolare della premier Giorgia Meloni – risulta emblematica delle ambiguità europee. Fin dall’inizio della guerra Meloni ha cercato di accreditarsi come fedele alleata della NATO e dell’Ucraina, prendendo le distanze dalle simpatie filorusse di alcuni suoi partner di coalizione. E infatti, nei primi mesi del suo governo, la leader di Fratelli d’Italia ha confermato l’invio di armi a Kiev e si è recata in visita da Zelensky per manifestare sostegno. Tuttavia, di fronte al “piano Trump”, Meloni si è chiusa in un silenzio sorprendente.

Mentre Macron, Scholz e altri leader commentavano pubblicamente l’iniziativa americana (chi per criticarla apertamente, chi per dettarne le condizioni), lei è rimasta zitta, unica tra i principali capi di governo europei. Un mutismo che rivela l’imbarazzo e la difficoltà della situazione per il governo italiano. Meloni si trova infatti tra due fuochi: da una parte la lealtà atlantica ed europea, costruita anche grazie al saldo appoggio all’Ucraina; dall’altra la vicinanza ideologica a Trump e la pressione dell’ala più sovranista del suo elettorato, storicamente scettica sulle sanzioni alla Russia e sul coinvolgimento italiano nel conflitto.

All’interno del suo stesso governo, le posizioni non sono monolitiche. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani – esponente di Forza Italia con solide credenziali europeiste – ha ribadito la linea ufficiale: «Sosteniamo l’Ucraina e il legittimo governo di Zelensky. Finché sarà presidente, le nostre interlocuzioni saranno con lui. Al tavolo di un’eventuale trattativa dovranno esserci gli ucraini e gli europei, oltre ovviamente agli USA». Parole prudenti ma chiare nel difendere il ruolo di Kiev e dell’Europa nei negoziati. Colpisce che Meloni stessa non si sia spinta nemmeno a tanto. La premier infatti evita accuratamente di pronunciarsi nei dettagli: sa che ogni sfumatura potrebbe scontentare qualcuno. In privato, secondo indiscrezioni filtrate da Palazzo Chigi, già da mesi il suo entourage ragiona sulla necessità di una “trattativa realistica” e considera il presidente ucraino Zelensky **“sempre più un problema”**. In pubblico però Meloni non può permettersi simili affermazioni senza tradire l’impegno preso con gli alleati. È un esercizio di equilibrismo politico: mantenere ferme le apparenze, mentre sotto traccia si prepara eventualmente un aggiustamento di rotta.

Trump, con la sua irruzione, ha reso questo gioco ancora più delicato. Il tycoon americano non ha fatto sconti retorici: ha attaccato Zelensky arrivando a definirlo «un dittatore e un comico mediocre, rimasto con appena il 4% di consensi», e ha suggerito che gli Stati Uniti potrebbero scambiare il sostegno a Kiev con concessioni in risorse naturali ucraine. Di colpo, l’eroe celebrato fino a ieri in Europa viene dipinto (da un alleato occidentale di primo piano) come un ostacolo alla pace. Meloni è in forte imbarazzo: non può sposare questo voltafaccia senza perdere la faccia a sua volta. Ha investito troppo nel rapporto con Kiev per poter abbandonare Zelensky dall’oggi al domani, anche perché proprio sul suo affidabile filo-atlantismo ha costruito la credibilità in UE, differenziandosi dai partner Salvini e Berlusconi. Come nota un’analisi, Meloni “si è esposta troppo in passato per potersi permettere ambiguità senza arrecare un danno esiziale alla propria immagine, passando per traditrice”. Se improvvisamente si allineasse alla narrativa di Trump contro Zelensky, vedrebbe crollare “come un castello di carte” i rapporti con Bruxelles che ha pazientemente tessuto in questo anno di governo. D’altro canto, Meloni non vuole nemmeno trovarsi in rotta di collisione frontale con la futura amministrazione americana, specie se a guidarla sarà l’alleato ideologico Trump. Ecco dunque la strategia Meloni: temporeggiare, tacere, finché possibile. Fonti vicine al governo indicano che l’unica via, per ora, per non mettersi contro l’UE ma neppure creare frizioni con Trump, è appunto il silenzio. Un attendismo calcolato, in attesa di capire come evolveranno i rapporti di forza.

Questa postura però non può durare indefinitamente. Prima o poi la premier italiana dovrà esporsi. È probabile che, quando parlerà, cercherà di tenere il piede in due staffe: confermare il sostegno all’Ucraina e a Zelensky, ma al contempo mostrarsi “aperta” alla necessità di un accordo di pace, magari usando toni simili a quelli di Macron (pace sì, ma non “ingiusta” per gli ucraini). Intanto, Meloni si muove con discrezione sul piano diplomatico: ha partecipato a Parigi a un vertice europeo straordinario sull’Ucraina, manifestando dubbi e riserve sul formato (da cui l’Italia inizialmente era rimasta fuori), e al G7 ha sostenuto la linea dura verso Mosca pur evitando dichiarazioni troppo roboanti. Ambiguità e manovre politiche, appunto. La sua è una navigazione politica fatta di aggiustamenti continui: rassicurare gli alleati occidentali sulla fedeltà italiana, mentre all’interno ammicca agli elettori più scettici dicendo che “bisogna essere pragmatici” e prepararsi alla pace appena possibile. Questa duplicità riflette, in piccolo, le contraddizioni dell’intera UE: proclami granitici di unità e principi, ma anche tentazioni di realpolitik e distinguo dietro le quinte.

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