L’Italia scrive Giorgia: alle Europee Fratelli d’Italia si è confermato primo partito, è cresciuto dal 26% delle politiche a poco meno del 29% al voto comunitario, e per Giorgia Meloni il risultato è confortante. La premier italiana, a diciotto mesi dall’insediamento, è ancora davanti a tutti. E non era scontato: alla vigilia del G7, questo per Meloni vuol dire arrivare nettamente rafforzata in un contesto che ha visto, invece, il duo di testa franco-tedesco, Emmanuel Macron e Olaf Scholz, diventare il grande sconfitto del voto europeo.
Di fronte a questa proporzione, ogni ragionamento tattico, come quelli sulla ridotta affluenza, vale meno. Ma per Meloni il difficile viene ora. Si tratta di capire come capitalizzare per sé e il governo italiano questo risultato. Dato che la premier ha potuto beneficiare di una sostanziale ambiguità, nei mesi pre-voto, che ora dovrà venire meno.
Meloni, in primo luogo, ha dichiarato a lungo di voler inseguire una maggioranza alternativa in Europa, paventando senza mai citarla l’unione di tutte le destre: il Partito Popolare Europeo, il suo gruppo Conservatori e Riformisti Europei (Ecr) e il gruppo sovranista Identità e Democrazia. Vaste programme fin dall’inizio, che dati alla mano, guardando gli esiti del voto per il Parlamento Europeo, si è rivelato irrealizzabile. Meloni ha citato l’idea di “mandare all’opposizione” la sinistra socialista. Ma al contempo ha anche spesso trescato con Ursula von der Leyen, candidata a un secondo mandato per il Ppe.
Per Meloni è arrivato il momento del leniniano “Che fare?“. Che fare di fronte a un risultato che premia Fdi ma impone a Meloni di scegliere tra Von der Leyen e Marine Le Pen, ovvero tra la necessità di continuare il dialogo con un Ppe rafforzato dal voto e quella di difendere le radici identitarie della destra su cui ha costruito l’immagine di coerenza che l’ha premiata alle urne?
Questo è un punto dirimente. A cui ne segue un secondo: come capitalizzare il peso italiano su un’agenda concreta di politica estera negli imminenti appuntamenti internazionali? Poniamo un esempio: Macron e Scholz sono stati puniti alle urne dopo aver centrato il discorso sul tema della guerra in Ucraina, su cui il governo Meloni è stato, almeno per quanto riguarda il rilancio del contrasto alla Russia, ultimamente più cauto. Meloni saprà trasformare in una piattaforma diplomatica questo peso politico? E su Gaza-Israele, la linea anti-escalation di Roma avrà peso? Come indirizzare, invece, le energie italiane ed europee su fronti caldi come quello africano? Dal prossimo G7 di Fasano potremo capire se Roma saprà passare dalla potenza all’atto.
C’è poi il tema fondamentale della necessità di compromessi in campo economico in una fase critica ove il dialogo di Fdi e Meloni con le euro-burocrazie potrà avvenire in un contesto conscio dei rapporti di forza. Con il Patto di Stabilità che è ritornato, una manovra economica che si prevede lacrime e sangue e il dilemma del futuro del Meccanismo Europeo di Stabilità possibile chiave di volta di una nuova agenda sul debito comune, Roma non potrà limitarsi a criticare. Se si vuole superare la stagione dell’austerità e del rigore, servirà fare alleanze. E, paradosso dei paradossi, per Meloni il leader più vicino in tal senso è a sinistra: lo spagnolo, socialista Pedro Sanchez.
Insomma, sono in arrivo una serie di sfide sistemiche per Meloni. La cui forza politica di oggi rischia di essere, domani, la base di un indebolimento se alla crescita di aspettative e obiettivi non uscirà una concretizzazione di una posizione più equilibrata per l’Italia. Dall’elettoralismo all’azione passa un ampio solco. Dopo i loro trionfi alle Europee, Matteo Renzi e Matteo Salvini nel 2014 e 2019 si sono bruciati guardando unicamente al fronte interno. Ora il contesto internazionale è propizio. E in un G7 alle porte dove si parlerà di molti temi caldi, dall’Ucraina al futuro dell’intelligenza artificiale, Meloni ha la possibilità, forse irripetibile, di presentarsi di fronte a un presidente francese dimezzato, a un cancelliere tedesco ridimensionato e a un leader in bilico come Rishi Sunak, che si gioca il governo britannico al voto del 4 luglio, e Joe Biden, su cui incombe lo spettro di Donald Trump. L’Italia è, oggigiorno, un perno di stabilità nell’Occidente. Appare doveroso, per Meloni, far buon uso di questa posizione. Altrimenti si potrà legittimamente parlare di occasione sprecata.

