Meloni, i voti non bastano. Le euro-nomine preparano l’autunno caldo per l’Italia

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Politica /

Giorgia Meloni ha vinto le elezioni europee ma non la partita dell’Europa. O perlomeno delle alte cariche per Bruxelles. La plateale accusa della premier all’Unione Europea alla vigilia del Consiglio Europeo chiamato a ratificare il trittico von der Leyen-Costa-Kallas per la presidenza della Commissione, quella del Consiglio Europeo e il ruolo di Alto Rappresentante per la politica estera è andata di pari passo al duro scontro consumatosi tra i Conservatori e Riformisti Europei (Ecr) guidati da Meloni e Fratelli d’Italia.

Meloni sotto scacco in Europa

Per Partito Popolare Europeo, Partito Socialista Europeo e liberali di Renew Europe i voti dei Verdi sono considerati più appetibili per espandere l’euro-maggioranza di quelli di Meloni. Per i conservatori polacchi, invece, Fdi ha troppo inseguito il mondo dei cristiano-democratici del Ppe finendo per appiattirsi. Insomma, l’euro-legislatura comincia pedalando in salita. E Meloni paga molti errori compiuti sul fronte politico a fini di consenso elettorale interno.

Le ambiguità costano care

Meloni avrebbe potuto scegliere nel dilemma, ben sintetizzato da Roberto Vivaldelli, tra Ursula von der Leyen e Marine Le Pen di puntare convintamente su una delle due. Decidendo se farsi figura di sistema al cento per cento o guidare la nuova euro-opposizione. Non lo ha fatto.

E, inoltre, la presidente del Consiglio in precedenza avrebbe potuto scegliere se prendere posizione sul Green Deal sostenendolo per migliorarlo o attaccare, semplicemente, le “euro-follie” a cui la destra ha accusato di aver contribuito anche il Ppe di maggioranza nell’ultima Commissione. Non si è fatto nulla, salvo strizzare l’occhio a von der Leyen sul Green Deal con le politiche di incentivo sbloccate dalla Commissione.

E ancora: l’Italia avrebbe potuto rivendicare l’originalità della sua posizione sul conflitto tra Russia e Ucraina decidendo se mettere a terra un approfondimento dell’agenda europea a fini di promozione di una roadmap per la fine del conflitto, non giostrandosi tra ambiguità di vario tipo tenendo sotto lo stesso tetto sostegno alla resistenza di Kiev e sintonie russofile come quelle della Lega. Meloni non ha sciolto nessun nodo su questo tema.

A Meloni l’Europa pare oggi un “gigante burocratico”. Ma in quella Unione lei ha voluto far di tutto per essere accolta come figura di spicco. “Io sono Giorgia” ricorda, alzando la voce alla Camera, che le euro-nomine non tengono conto della volontà popolare. Ma Ppe, Pse e Renew sommati hanno il 55% dei seggi: si sapeva sarebbe finito così e Meloni ha, meno smaccatamente dei leader sovranisti di Identità e Democrazia ma senza mai sanare alcuna ambiguità, sempre promosso l’idea, irrealizzabile, del “mandare la sinistra all’opposizione” anche in Europa.

Incubo Patto di Stabilità

C’è, come ultimo punto, un dato da osservare. Lo scacco sulle nomine prepara un autunno caldo. Questo sarà il primo anno dopo il ritorno del nuovo Patto di Stabilità e l’Italia rischia la procedura d’infrazione sulla base di un rinnovato accordo che prevede clausole di riduzione del debito eccedente le soglie di guardia del 60% in rapporto al Pil dell’1,5% annuo per sette anni. Questo significherà tagliare dai 10 ai 12 miliardi di euro di spesa pubblica ogni anno per sette anni.

Ebbene, in autunno il governo Meloni ha ratificato praticamente senza colpo ferire questa riforma partorita dalle logiche austeritarie dei Liberali tedeschi e del governo olandese di Mark Rutte preferendo combattere una battaglia di retroguardia, quella sul Meccanismo europeo di stabilità, rifiutandone la ratifica invece di usarla come leva negoziale per ottenere concessioni e maggiori flessibilità allo scorporo di investimenti sistemici per la crescita, concessi in forma parziale su transizione energetica e digitale nel nuovo Patto di Stabilità.

Lo stesso Mes poteva, riprendendo una vecchia proposta italiana e francese, essere rilanciato come Agenzia europea del debito per smaltire con l’emissione di un asset sicuro le passività accumulate durante la pandemia. Meloni ha preferito seguire l’istinto alla razionalità politica. Il no al Mes, in quest’ottica, è stata una voce dispersa nel vuoto, mentre altrove il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, ammutolito, approvava per ultimo, in assenza di voci contrarie, il nuovo Patto di Stabilità. Con 400 miliardi di emissioni in scadenza nell’anno in corso sul debito pubblico, consegnare il Paese a un settenato potenziale di austerità per non aver rotto le ambiguità elettoralistiche rischia di essere un errore che sul lungo periodo Meloni può pagare. Paradossalmente, proprio nella fase in cui sul fronte interno il governo è più stabile.