Dopo la tappa in India, per Giorgia Meloni il tour diplomatico prosegue negli Emirati Arabi Uniti. Qui, alla corte di Mohammed bin Zayed Al Nahyan, la premier italiana si trova soprattutto a dover realizzare un primo fondamentale obiettivo diplomatico: ricucire lo strappo. Perché il capo del governo italiano, oltre a dover discutere di diversi dossier di particolare rilevanza, deve anche partire da una condizione non particolarmente facile, eredità della disastrosa operazione diplomatica attuata da Giuseppe Conte e Luigi Di Maio ai tempi del governo giallorosso.
Per comprendere il motivo dei rapporti ai minimi termini tra Roma e Abu Dhabi bisogna risalire al 2021, e precisamente a gennaio. Conte e Di Maio, con un’iniziativa probabilmente più realista del re, decidono di seguire la scelta di Joe Biden che, come uno dei primi atti della sua nuova amministrazione dem decide di sospendere la vendita di armi ai Paesi coinvolti nella guerra in Yemen. L’Italia, che nel frattempo ha anche rinsaldato i legami con il rivale emiratino in Qatar, rimuove così le autorizzazioni alla vendita di missili e bombe alle forze emiratine e tutta una serie di componenti per le forze armate tra cui anche componenti per la pattuglia acrobatica dell’emiro. Per gli Emirati Arabi Uniti un duplice schiaffo, dal momento che non solo le forze emiratine non sono più coinvolti direttamente in Yemen, ma anche perché quella pattuglia rappresenta un vanto per la “piccola Sparta” del Golfo Persico.
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Lo strappo mai ricucito
L’iniziativa di Di Maio provoca le dure proteste degli Emirati, che si sostanziano prima in un avvertimento, e cioè il divieto di sorvolo al Boeing dell’Aeronautica militare italiana che doveva andare a Herat per la la conclusione della missione in Afghanistan, poi nella decisione di non fare più utilizzare ai militari italiani la base di Al Minhad in territorio emiratino con tanto di richiesta di fare i bagagli. Una decisione, quest’ultima, che per l’Italia significa non solo perdere un fondamentale avamposto logistico nel Golfo Persico, ma anche un punto di appoggio essenziale per tutte le operazioni dal Kuwait all’Iraq ma in particolare per il graduale ritiro dall’Afghanistan.
Il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, prova a ricucire con l’omologo emiratino per scongiurare l’ipotesi di “sfratto”, come prima aveva provato anche il ministro degli Esteri. Da Abu Dhabi però la risposta è “no”, con timori crescenti per gli accordi commerciali e con l’inevitabile crollo delle relazioni su vari teatri in cui gli Emirati hanno un peso e che per l’Italia sono strategici: in primis la Libia.
Per gli Emirati, Paese che proprio per la sua conformazione politica è fortemente caratterizzato dai rapporti personali e da alcuni paradigmi di comportamento, la mossa di Di Maio ha quindi conseguenze su qualsiasi tavolo. Al punto che, come osservato da Il Sole 24 Ore, c’è chi ritiene che le difficoltà di nominare Di Maio a inviato Ue per il Golfo Persico “risieda forse anche nella chiara opposizione da parte degli Emirati”. E tutto questo avviene mentre sullo sfondo si gioca anche le complicata partita Alitalia-Etihad.
Il compito difficile di Giorgia Meloni
Meloni, che arriva negli Emirati con questa pesante eredità, si trova quindi a dover ripartire dagli errori fatti in passato dai predecessori ma anche con un graduale riavvicinamento partito già con l’inizio del suo esecutivo. Il mese scorso, a fare visita ad Abu Dhabi è stato il ministro della Difesa Guido Crosetto. Successivamente, il sottosegretario Isabella Rauti ha partecipato alla fiera Idex, una delle principali esposizioni internazionali della difesa, e all’Esposizione navale Navdex, entrambe ospitate da Mohamed bin Zayed.
Un filo conduttore, quello della difesa, che ha una ragione precisa: per l’industria strategica italiana, gli Emirati rappresentano un partner imprescindibile dell’area mediorientale. Come ricordato da Agenzia Nova, nel Paese sono presenti oltre 600 aziende italiane, e in diversi settori l’Italia è il più importante partner EAU dell’Unione europea.
Per Palazzo Chigi è dunque essenziale ristabilire rapporti di piena serenità, specialmente in una fase in cui la diversificazione energetica e la stabilità dell’area nordafricana rappresentano elementi centrali dell’agenda diplomatica del governo. Sotto il primo profilo, Abu Dhabi può essere importante nel processo di ricerca di nuovi fornitori di gas e petrolio in una fase in cui si è bloccato il flusso di idrocarburi dalla Russia. Sotto il secondo aspetto, l’influenza degli Emirati dal Crono d’Africa alla Libia (soprattutto in Cirenaica) passando per il Sahel può rappresentare un sostegno non indifferente nelle complesse partite strategiche che si giocano in tutta l’area del Mediterraneo allargato. Specialmente dopo che, con gli Accordi di Abramo, bin Zayed ha anche deciso di normalizzare i rapporti con Israele sotto il patrocinio di Washington.
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