Sembra passata un’eternità da quando, lo scorso 3 dicembre, l’Italia consegnava alla Cina una nota ufficiale per comunicare a Pechino la volontà di non prorogare il memorandum di adesione al progetto della Nuova Via della Seta.
In quei giorni, del resto, Giorgia Meloni era ancora vista con un po’ di diffidenza da Bruxelles e dagli Stati Uniti, mentre i settimanali anglosassoni non l’avevano ancora battezzata come una delle tre donne che avrebbero “plasmato l’Europa”. In quel periodo, la premier doveva blindare la propria immagine e far capire all’Ue che, con il suo governo in carica, Roma sarebbe stata in buone mani, fervente alleata di Washington, della Nato e delle democrazie occidentali.
Recidere il patto italo-cinese siglato nel 2019 da Giuseppe Conte con Xi Jinping era insomma una sorta di prova del nove superata a pieni voti dalla leader di Fratelli d’Italia. Poi cosa è successo? Il governo Meloni ha trascorso inverno e primavera senza pensieri, pensando ormai che la strada fosse in discesa. Le elezioni europee avrebbero dovuto chiudere la pratica incoronando Meloni reginetta del continente.
Qualcosa è però andato storto. Intanto perché, a proposito della Cina, mentre l’Italia si allontanava dal Dragone, altri Paesi europei facevano il percorso inverso, infischiandosene di coerenza, critiche e polemiche. Il leader francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz sono volati a Pechino e hanno centrato intese allettanti con il presidentissimo cinese Xi Jinping. Che, per inciso, nel corso della sua visita in Europa ha pensato bene di fare tappa in Francia, Ungheria e Serbia, bypassando l’Italia.
Poi perché, a Bruxelles, Meloni è rimasta schiacciata dalla mossa del cavallo di Ursula von der Leyen, che ha sostanzialmente silenziato il peso politico della premier. A completare un quadro abbastanza cupo sono poi arrivate le decisioni delle grandi case automobilistiche cinesi, che sì hanno iniziato ad investire nel Vecchio Continente per timore di essere colpite dai dazi, ma che hanno ignorato o quasi l’Italia.

Il rilancio di Meloni passa attraverso la Cina
Per uscire da questo pasticcio a Meloni restavano poche carte da giocare. Con gli Usa invischiati in un pantano interno, tra l’annuncio del ritiro di Joe Biden dalla campagna elettorale presidenziale e l’attentato che per poco non uccideva Donald Trump, e gli alleati dell’Ue impegnati a pensare ai propri affari, la premier ha pensato bene di riesumare la Cina.
La tanto vituperata Cina, il rivale sistemico inserito in ogni paper della Nato, l’ombra che minaccia l’industria europea: proprio lei. Meloni ha quindi accettato, con un paio di anni di ritardo, l’invito di Xi ed è arrivata in piazza Tienanmen desiderosa di rafforzare la cooperazione con il gigante asiatico. E, perché no, vestire i panni di mediatrice tra l’Ue e Pechino.
La grande fortuna della leader italiana è stata una: Xi aveva bisogno di sbandierare a sua volta un successo diplomatico, e la sponda offerta dall’Italia – un alleato Usa e membro del G7 – rappresentava un’occasione troppo ghiotta per poterla sacrificare in nome di una qualche forma di vendetta per punire chi aveva cestinato la Via della Seta.
È così che Meloni si è ritrovata a parlare di questo progetto triennale attraverso il quale aprire un capitolo inedito dei rapporti tra i due Paesi, sulla scia di intelligenza artificiale, tecnologia e auto elettriche, e condito da sprazzi di cultura (il solito Marco Polo, l’incontro tra Occidente e Oriente e così via). Per adesso Meloni può dirsi soddisfatta, e può tornare a casa con qualcosa – un successo diplomatico – da sbandierare in Italia e a Bruxelles.

E la Via della Seta?
I guai, semmai, inizieranno quando l’attenzione dell’opinione pubblica si sposterà dal contorno, vago e aleatorio, del patto triennale al suo contenuto. In ogni caso, è curiosa la retromarcia attuata da Meloni, che ha gettato la Via della Seta dalla porta di Palazzo Chigi ma che se la vede, di fatto, rientrare dalla finestra.
Volutamente lasciata aperta per riaccogliere Pechino, perché anche i numeri lo certificano: l’Italia non può fare a meno della Cina. Tra il 2020 e il 2023 l’export italiano oltre la Muraglia è sempre stato positivo (nel 2023 il risultato si è chiuso con un +16,8%); l’import italiano dalla Cina, invece, è calato del +17,8% attestandosi a 47,6 miliardi di euro.
Per il Dragone, in sostanza, l’Italia ha appena siglato una “Via della Seta” parallela. Non è un caso che gli alti funzionari parlino in continuazione di nuove relazioni che mantengano “lo spirito della Nuova Via della Seta”. Detto altrimenti Pechino ha cambiato nomi e formule, per far contenta Roma, ma non il fine delle intese.
Giuseppe Conte, il premier italiano che cinque anni fa firmò l’adesione italiana alla Belt and Road, non ha perso occasione per tirare una stilettata alla collega: “Meloni è in Cina a implorare Pechino di investire in Italia per rilanciare un partenariato strategico ed equilibrare la bilancia commerciale tra i due Paesi. Questi obiettivi erano contemplati nel Memorandum del 2019”.
Il Renmin Ribao, il Quotidiano del Popolo cinese, ha intanto pubblicato in prima pagina le foto dell’incontro tra Xi e Meloni. Sono in prima pagina, ma affiancate ad un altro incontro effettuato dal leader cinese: con il presidente di Timor Est.

