L’opposizione al macronismo dilagante in Francia ha oramai un unico volto riconoscibile, ed è quello di Jean-Luc Mélenchon: il leader della gauche più autentica ha infatti consolidato il suo status nelle piazze di tutto il Paese guidando la resistenza alle recenti riforme di spiccata matrice neoliberista che il Presidente Macron intende imporre dopo aver riformato d’autorità, a fine 2017, il codice del lavoro.

Mentre continua da oltre un mese e mezzo l’agitazione dei lavoratori ferroviari, anche Air France ha subito il massiccio sciopero a catena dei suoi dipendenti che, unitamente alla bocciatura del piano di ristrutturazione aziendale ha portato alle dimissioni l’ad Jean-Marc Janillac.

In questo contesto, la Sinistra radicale guidata dal movimento La France Insoumise di Mélenchon ha avuto a disposizione enormi praterie per monopolizzare l’opposizione a Macron, che porta avanti nelle piazze e nelle strade prima ancora che in un Parlamento in cui detiene solo 17 seggi su 577 ed è egemonizzato da La République En Marché! ma puntualmente scavalcato dal Presidente nelle sue manovre da aspirante novello Napoleone.

L’obiettivo di lungo termine di Mélenchon, classificatosi quarto al recente voto presidenziale con poco meno del 20% dei suffragi, sono le presidenziali del 2022, in vista delle quali l’ex fuoriuscito del Partito Socialista divenuto leader della Sinistra transalpina punta ad amalgamare un blocco sociale in suo sostegno, partendo proprio dagli scontenti di Macron. 

Lavoro contro finanza: così si apre il solco tra Macron e Mélenchon

Mélenchon punta in particolare a capitalizzare il massimo numero di consensi nel momento in cui viene superato quello che Fulvio Scaglione ha definito su Famiglia Cristiana “uno dei misteri più buffi di questi ultimi anni”: l’innamoramento della Sinistra francese ed europea per Emmanuel Macron e la sua agenda stracolma di radicali ricette neoliberiste che hanno già dimostrato da tempo, sulla scia della crisi, la loro inadeguatezza. 

“È vero”, scrive Scaglione, “stiamo parlando di una sinistra che ormai bacia i piedi alla Nato […] e crede che la globalizzazione spinta dalla finanza sia l’equivalente moderno dell’internazionalismo proletario. Non di meno l’abbaglio è colossale, anche perché Macron in Francia è ormai più sopportato che amato (da tempo il suo indice di gradimento è sotto il 50%) e, da buon ex private banker presso Rothschild,  vara, per decreto e senza dibattito parlamentare, riforme che hanno un’unica filosofia di fondo: indebolire i diritti (i privilegi, dice lui) di chi lavora e spianare la strada a chi ha capitali da investire”.

Questo è ampiamente dimostrato dalla riforma del lavoro portata avanti da Macron, i cui capisaldi sono fattori che limitano, di fatto, le prerogative dei dipendenti: “contrattazioni sindacali anche a livello aziendale; licenziamenti possibili anche se l’azienda è in attivo; compensazioni per l’eventuale licenziamento stabilite per legge e non attraverso arbitrato; via tutta una serie di garanzie per i lavoratori impiegati in aziende con meno di 50 dipendenti; contratti a tempo determinato liberalizzati e contrattati a livello di settore”. 

Le riforme di Macron hanno rappresentato il miglior assist al suo nuovo rivale numero uno: Mélenchon è riuscito a compattare grazie all’antimacronismo larghe fasce della popolazione scontenta del Presidente e, tra fine aprile e inizio maggio, si è posto alla guida di una serie di manifestazioni che hanno dimostrato la rilevanza del suo progetto.

La marcia di Parigi turba il sonno a Macron

Il 5 maggio scorso la più rilevante di queste manifestazioni è stata una marcia organizzata da La France Insoumise, dalle organizzazioni sindacali più rappresentative, come la Cgt, e dalle associazioni studentesche e professionali.che ha visto riunite 160.000 persone (molte meno, 40.000, secondo la prefettura) in centro a Parigi, mentre in contemporanea altri eventi simili si tenevano a Marsiglia, Lione, Bordeaux e Tolosa.

Mélenchon ha convocato per il 26 maggio una nuova mobilitazione nazionale contro Macron: mentre il consenso del Presidente cala a picco e l’opposizione di destra, tanto repubblicana quanto nazionalista, è in fase di riassetto, è proprio l’esperto decano della Sinistra a rappresentare l’insidia principale per l’inquilino dell’Eliseo e a compattare in suo sostegno una popolazione sempre più disillusa dal nuovo corso degli eventi vissuto dalla Francia. 

Con la sua France Insoumise, Mélenchon consolida in Francia quell’alternativa credibile al declino del sistema politico occidentale, e della Sinistra in particolare, che nel mondo anglosassone è incarnata da Jeremy Corbyn e Bernie Sanders: per lui, come per i suoi esperti colleghi, la fase della lotta è quella più congeniale, ma dovrà essere funzionale al rilancio di serie prospettive di governo. La marcia verso le presidenziali del 2022 è appena incominciata, e Mélenchon intende trasformare il cammino di Macron in un vero e proprio Vietnam.

 

È un momento difficile
STIAMO INSIEME