Il movimento dei gillet gialli, nato come spontanea ondata di protesta contro Emmanuel Macron, ha rappresentato la più forte manifestazione dell’opposizione montante in Francia contro un presidente sempre più isolato dalla realtà del Paese, colpito dalle dimissioni a raffica nel suo esecutivo e dal crollo, prima ancora che dell’indice di gradimento dei sondaggi, dell’illusoria immagine mediatica artificiosamente costruita attorno alla sua persona.

Il movimento dei gilet gialli si è contraddistinto per la sua natura apartitica: nelle immagini delle manifestazioni ripetutesi a Parigi e nel resto del Paese nelle ultime tre settimane spiccano, soprattutto, le numerose bandiere francesi, a indicazione della volontà di rappresentare una voce corale ed unita contro le fallimentari politiche di Macron. Ciò ha consentito ai manifestanti di ricevere un sostegno generalizzato da parte delle forze di opposizione. L’ex presidente François Hollande ha irritato Emmanuel Macron, con frasi di sostegno ai gilet gialli, sostenuti anche da Ségolène Royal, ex Ministro dell’Ambiente socialista, mentre il Presidente del Senato, Gerard Larcher dell’opposizione di centrodestra dei Republicains, ha avvertito che “il governo non ha diritto a un altro sabato nero” e ha chiesto una risposta che sia “anzitutto politica”.

I due esponenti dell’opposizione che hanno maggiori margini di inserimento nell’onda lunga politica generata dalle proteste autunnali sono, in ogni caso, Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen, che da due versanti opposti dello schieramento politico hanno rappresentato finora i più duri critici di Macron e, complice la sottorappresentazione parlamentare dovuta alle distorsioni del sistema elettorale, hanno da sempre portato a più riprese nelle piazze migliaia di delusi delle politiche dell’Eliseo. I gilet gialli rappresentano un assist per i due leader, ma li hanno anche presi in controtempo: sul lungo periodo, tuttavia, le proteste condizioneranno inevitabilmente le agende dei portavoce della più dura opposizione a Macron.

Mélenchon sostiene i gilet gialli e punta a prendersi le piazze

Nello scorso maggio la sinistra radicale de La France Insoumise, guidata da Jean-Luc Mélenchon, ha conquistato centralità nelle piazze in subbuglio contro l’Eliseo, garantendo al loro leader una visibilità sempre crescente. Mélenchon punta, in vista delle Europee, a catalizzare su di sé il consenso del vasto elettorato di sinistra orfano del Partito Socialista e della breve infatuazione per Macron, ponendo fine a quello che Fulvio Scaglione ha definito su Famiglia Cristiana “uno dei misteri più buffi di questi ultimi anni”, l’innamoramento della Gauche per l’agenda stracolma di radicali ricette neoliberiste di Macron.

I gilet gialli portano in piazza la voce dei francesi dimenticati, del Paese rurale distante anni luce dall’opulenza di Parigi. “Alla France Insoumise”, scrive Il Manifesto, “c’è la volontà di usare i gilet gialli come leva per la “convergenza delle lotte”, che però si sta incrociando a forti tensioni interne. Ci sono difficoltà a formare la lista per le europee, alcune personalità sono state escluse o se ne sono andate”.

L’azione di Mélenchon risponde a precise motivazioni politiche, ma ha solide basi concrete: del resto, le rivendicazioni dei gilet gialli non sono affatto distanti dal programma politico della sua formazione. Come sottolineato da Senso Comune, che ha riportato le istanze perorate dal movimento, i gilet gialli reclamano l’innalzamento del salario minimo a 1.300 euro al mese, la lotta senza quartiere alla povertà, la promozione delle piccole e medie impresi, una fiscalità più equa, un ecologismo sano ed equo basato sulla promozione del trasporto locale e regionale. Richieste forti e coraggiose che hanno difficoltà a incontrare decisori politici capaci di promuoverle attivamente. Saprà Mélenchon cogliere un’occasione che potrebbe dare al suo partito una nuova caratura in vista delle Europee e delle presidenziali del 2022?

Le Pen chiede il voto subito

Marine Le Pen appare decisa a testare il suo rinnovato Rassemblement National con l’urto politico che seguirà alle manifestazioni dei gillet gialli.

Le istanze politiche dei gilet gialli più vicine alle politiche lepeniste riguardano sicurezza e immigrazione. In particolare, i manifestanti chiedono che i richiedenti asilo respinti siano rinviati al loro Paese di origine e che sia implementata una vera politica di integrazione, fondando l’acquisizione della cittadinanza sulla frequentazione di corsi di francese, storia francese e educazione civica.

Come segnalato da Barbadillo“su France 3, la leader del Rassemblement National ha dichiarato che non vede alternative a “come uscire da questa crisi, se non tornando alle urne”. Per la Le Pen, è necessaria una “rappresentanza proporzionale e dobbiamo sciogliere l’Assemblea nazionale in modo da avere nuove elezioni proporzionali”. Le Pen ha anche annunciato che intende chiedere “una moratoria totale su tutte le tasse che colpiscono benzina e gasolio”, all’origine della protesta”. Le ultime due proposte la vedono concorde con Mélenchon, con cui Marine Le Pen pare aver stretto una tacita alleanza tattica.

Di accordi a lungo termine non se ne parla: France Insoumise e Rassemblement National restano alternativi e radicalmente concorrenti. Essi competono anche per indirizzare le istanze dei gilet gialli su un terreno più propriamente politico e ottenere dividendi elettorali dalla delegittimazione di Macron andata in scena nelle ultime settimane. Solo temporanee convergenze parallele li uniscono, e il terreno comune è rappresentato dalla constatazione della debolezza di Macron. Debolezza che un proseguimento delle manifestazioni dei gilet gialli e delle incertezze del governo nel venire incontro alla voce del Paese, invece che limitarsi a sovrapporre pochi teppisti con una maggioranza pacifica, potrà solo esacerbare.

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