“Il Pentagono è sempre più preoccupato per l’intensificarsi delle attività di spionaggio israeliane nei confronti degli Stati Uniti, tanto da aver recentemente innalzato il livello di allerta per il controspionaggio, da ‘principale alleato americano in Medio Oriente’, al livello più alto”. Così la NBC rivelando quanto appreso da funzionari anonimi dell’intelligence.

“Tale designazione”, continua la NBC, “deriva dalle forti preoccupazioni del Pentagono sulle manovre di Israele per sorvegliare alti funzionari statunitensi al fine di ottenere informazioni riguardanti le decisioni interne e sul processo decisionale dell’amministrazione Trump in merito ai conflitti in Medio Oriente”.
Allo stesso tempo, l’invasività dello spionaggio israeliano denota le preoccupazioni delle autorità di Tel Aviv riguardo l’amministrazione Trump, sfuggita in parte al loro controllo e conferma le divergenze esplose la scorsa settimana nella burrascosa telefonata tra Trump e Netanyahu.
Quella telefonata ha avuto un effetto, sebbene minimo: quello di impedire che il conflitto libanese si ampliasse su larga scala, con i jet israeliani pronti a bombardare Beirut, sviluppo che avrebbe comportato la discesa in campo dell’Iran contro Tel Aviv e la conseguente ripresa delle ostilità da parte delle forze americane.
Da allora, sebbene il conflitto libanese abbia seguito il suo corso, con Israele che continua a far strame del sud del Paese dei cedri, Beirut non è stata toccata. Per salvare la tregua con l’Iran, Trump si è affrettato a difendere l’asserito cessate il fuoco concordato a Washington tra Tel Aviv e il governo fantoccio libanese affermando, contro ogni evidenza, che l’accordo era in vigore perché in Medio oriente il cessate il fuoco si declina in modalità diversa che altrove, cioè “quando si spara meno“.
Minimizzazione che si allarga anche agli scontri isolati che si susseguono nel più ampio confronto tra Iran e Stati Uniti, che ieri ha visto una nuova fiammata, con le forze Usa che hanno colpito alcuni obiettivi iraniani e Teheran che ha risposto bombardando nuovamente le basi americane in Bahrein e Kuwait.
Si perpetua lo stallo ad alto rischio. Il conflitto libanese potrebbe ampliarsi da un momento all’altro, forti infatti le pressioni interne su Netanyahu perché rada al suolo Dahieh, il quartiere di Beirut abitato dai musulmani sciiti.
Mentre il confronto tra Iran e Usa rischia di precipitare in una guerra aperta, come da avvertimento dei Guardiani della rivoluzione, i quali, dopo l’ennesima provocazione americana, hanno ammonito che la prossima violazione della tregua innescherà una reazione non più limitata (finora le navi americane che presidiano Hormuz sono state oggetto solo di colpi di avvertimento).
Nello stallo, e nell’incerta confusione, due dati rilevanti. Il primo riguarda gli interna corporis israeliani. Amos Harel su Haaretz riferisce di “un’accesa diatriba tra i vertici politici e militari israeliani. Nello Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) serpeggia la frustrazione per la mancanza di interesse del governo nel raggiungere un accordo stabile basato su intese diplomatiche su qualsiasi fronte. Il Libano, dove le IDF hanno perso in media due o tre soldati a settimana nelle ultime settimane, è la principale fonte di frustrazione”.

Una rivelazione confermata da un’indiscrezione filtrata dal Timesofisrael, che riferisce come il generale Eyal Zamir, Capo di Stato Maggiore dell’IDF, in una recente riunione del governo israeliano, abbia sollecitato i ministri a procedere in fretta verso un cessate il fuoco – evidentemente reale, non quello fittizio attualmente in vigore – perché, dati gli sviluppi sul campo di battaglia, ora sarebbe possibile imporre condizioni “accettabili” per Israele.
Al di là delle motivazioni del generale, ciò che interessa è sottolineare tale divergenza, che nasce dalle difficoltà che l’IDF sta incontrando nell’affrontare Hezbollah più che dalla necessità di trasformare i successi militari conseguiti – che evidentemente il generale deve sbandierare nonostante i rovesci – in guadagni politici.
Tale divergenza, e il logoramento progressivo delle forze israeliane, potrebbe favorire una soluzione del conflitto, dove il condizionale è d’obbligo dal momento che per Netanyahu sarebbe comunque una sconfitta, e come tale sarebbe brandita contro di lui dai suoi oppositori interni. E non vuole arrivare alle elezioni di novembre gravato di questa macchia. Resta che da quando Zamir è diventato Capo di Stato Maggiore è la prima volta che l’IDF entra in contrasto con Netanyahu.
Quanto ai negoziati tra Iran e Usa sembrerebbe che appartengano ormai al passato e che siamo entrati in una nuova fase, nella quale Washington sta adottando una strategia analoga a quella riservata a Cuba, che poi è alquanto antica: un tempo si chiamava assedio. Una stretta che alla lunga dovrebbe costringere gli assediati a cedere.
La stretta sull’Iran, però, secondo politici e analisti russi, e non solo, avrebbe anche un orizzonte globale: servirebbe a controllare le rotte energetiche planetarie e ridisegnarle a beneficio dei produttori americani. Una convinzione che deriva dall’aggressività riservata dagli Usa al Venezuela, alla Groenlandia e altrove.
Più che probabile, ma è pur vero che la chiusura di Hormuz da parte degli iraniani, non messa in conto al momento dell’attacco di febbraio perché si riteneva certa la caduta di Teheran, sta mettendo a dura prova non solo l’economia mondiale, di cui agli States poco importa, ma anche la loro (vedi Daily Mail: “Panico a Wall Street…”).

Da cui le pressioni per uscire da questa situazione e il lavorìo sottotraccia per trovare soluzioni che tutelino l’immagine di Trump. Ne dà conto Axios, che riferisce di una visita segreta di Steve Witkoff e Jared Kushner in Tennessee, presso il Dipartimento dell’Energia di Oak Ridge, dove si trovano l’Oak Ridge National Laboratory e il complesso di sicurezza nazionale Y-12, dove lavorano i più autorevoli fisici nucleari del Paese.
Axios mette in relazione la visita ai negoziati con Teheran, che quindi non sono collassati, con i due inviati di Trump intenti a formare un team che dialoghi con cognizione di causa con i colleghi iraniani. Spiraglio piccolo quanto si vuole, ma di cui pure occorre dar conto.

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