La crisi di Gaza, ben lungi dall’essere avviata a soluzione, ha provocato e provoca una continua serie di analisi sulle conseguenze che potrebbe avere, anche sull’economia mondiale, un allargamento del conflitto all’intera regione mediorientale. È una preoccupazione più che legittima, alla luce tra l’altro dello scontro aperto da due anni tra la Russia e l’Occidente. Ma la postura dei diversi Paesi del Medio Oriente, a dispetto della pomposa retorica pro-Palestina esibita dai loro leader, induce a pensare l’esatto opposto, e cioè che nessuno di essi voglia essere coinvolto in uno scontro aperto con Israele e la sua potenza militare, oltre che con lo scontato intervento degli Usa a fianco dello Stato ebraico.
Cominciamo dal caso più clamoroso, almeno per quanto riguarda la distanza tra le dichiarazioni e i fatti: la Turchia. Recep Tayyep Erdogan in questi mesi non si è risparmiato. Israele Stato terrorista, Netanyahu come Hitler, Hamas movimento di liberazione della Palestina, non lasceremo mai soli i palestinesi, e così via. In realtà, il Governo di Erdogan, anche dopo il 7 ottobre dell’attacco di Hamas e dell’inizio della reazione di Israele, ha continuato imperterrito a fare affari con lo Stato ebraico. Il giornalista turco in esilio Metin Cihan ha documentato l’intenso traffico di navi turche verso Israele, con carichi di armi e altri materiali anche di uso bellico, compreso l’acciaio di cui la Turchia è il primo fornitore. Non solo. Turchia e Israele hanno un concretissima e privilegiata relazione per quanto riguarda l’Azerbaigian. Entrambi hanno collaborato, con armi e intelligence, alla riconquista militare azera del Nagorno Karabkah, e per entrambi la collaborazione in quell’area è fondamentale. Per la Turchia, che non cessa di perseguire il sogno panturco, di cui è stato un capitolo fondamentale la costituzione, nel 2021, del Consiglio degli Stati turchi, di cui sono membri appunto Turchia e Azerbaigian ma anche Uzbekistan, Kazakstan e Kirghizistan, con un evidente proiezione verso l’Asia Centrale in concorrenza con Russia (soprattutto) e Cina. Ma anche per Israele, che dall’osservatorio azero può tener d’occhio l’Iran, il più dichiarato dei suoi nemici e Paese “scomodo” anche per la Turchia. Difficile, anzi impossibile, che Erdogan metta a rischio tutto questo per amore di Hamas. Prevedibile, invece, a crisi di Gaza spenta, un’ennesima sua piroetta.
E poi c’è, naturalmente, l’altro gigante della regione, l’Arabia Saudita. Toni molto meno aspri, qui, anzi: da un certo punto di vista conciliatori. I sauditi hanno convocato a Ryadh un vertice della Lega araba e dell’Organizzazione per la cooperazione islamica per chiedere un cessate il fuoco a Gaza, e hanno affermato che non riconosceranno Israele fino a quando la crisi non sarà risolta. Questo, però, equivale a dire che l’intenzione di riconoscere Israele non è stata archiviata ma solo rimandata. E si capisce bene perché. Un accordo con lo Stato ebraico, e l’eventuale accesso al suo grande know how tecnologico, potrebbe dare una grossa spinta ai piani di sviluppo del principe Mohammed bin Salman. Per arrivare al riconoscimento tra i due Stati, inoltre, gli Usa erano (e sono) disponibili a fare grosse concessioni all’Arabia Saudita: prima dei massacri di Hamas del 7 ottobre, Biden sembrava incline a siglare con Ryadh un accordo di difesa reciproca (essendo difficile che qualcuno attacchi gli Usa, l’accordo era ovviamente una garanzia di appoggio militare per l’Arabia Saudita) e di collaborazione spinta nel settore del nucleare, nell’evidente tentativo di riequilibrare le pulsioni atomiche del vicino Iran. I sauditi, inoltre, stavano accarezzando le prospettive del corridoio India-Medio Oriente-Europa progettato durante l’ultimo vertice del G20 in India: un’autostrada commerciale che, partendo dai porti indiani di Mumbai e Mundra, doveva far tappa negli Emirati Arabi Uniti (Dubai), in Arabia Saudita (Al-Ghuwaifat e Ryadh), in Israele (Haifa) e da lì raggiungere il porto greco del Pireo. Un disegno che avrebbe moltiplicato il già notevole peso specifico saudita sulla scena internazionale. L’appoggio saudita alla causa palestinese, quindi, pare più che altro di facciata, ribadito anche per evitare rigurgiti interni di estremismo islamista. Ma lo sguardo di Bin Salman e dei suoi è puntato su ben altri orizzonti.
Il Qatar. Come nel caso del principe saudita Mohammed bin Salman, l’emiro quatariota Tamim bin Hamad Al Thani sembra preoccupato soprattutto di difendere e magari incentivare il ruolo internazionale del proprio Paese, sfruttando le ricadute del conflitto tra Israele e palestinesi. Il Qatar ospita sul proprio territorio la base americana di Al Udeid (costruita con fondi qatarioti) dove ha sede il CENTCOM (il comando centrale Usa per le operazioni in Medio Oriente, Nord Africa e Asia Centrale). Solidissima quindi è la relazione con la Casa Bianca. Ancor più solida, però, è la relazione con Hamas, che dal 2007 (cioè dalla presa di potere a Gaza) ha ricevuto dal Qatar una montagna di miliardi, come pure molti altri movimenti del radicalismo islamico. Da questa posizione particolare il Qatar ha molto lavorato, in queste settimane, come mediatore tra Usa e Israele e Hamas, nell’obiettivo di arrivare alla liberazione degli ostaggi israeliani e a un cessate il fuoco per i palestinesi. In altre parole, ha cercato di ripetere quanto fece nel 2021 con il ritiro degli americani dalll’Afghanistan, quando la sua funzione di intermediario fu da entrambe le parti riconosciuta come essenziale. A Gaza l’impresa non è riuscita ma oltre ai buoni uffici diplomatici l’amico qatariota non è proprio disposto ad andare.
Eccoci quindi al grande nemico di Israele, l’Iran, il Paese che non ha mai smesso di ipotizzare la distruzione o la scomparsa di Israele. Anche in questo caso, non lasciamo ingannare dall’attivismo dei proxy di Teheran, gli Houthi dello Yemen e l’hezbollah del Libano: la minaccia alle navi nel Mar Rosso dei primi e i razzi contro Israele dei secondi tengono alta la tensione ma, soprattutto, evitano all’Iran di intervenire in prima persona. La Guida Suprema, l’ayatollah All Khamenei, del resto, ha detto subito che “l’Iran deve mostrare calma” e, a dispetto del grande sfoggio di nuovi armamenti e della strage di palestinesi, a quella linea si è attenuto. A questo hanno contribuito le pressioni della Cina e della Russia, partner politici ed economici decisivi per l’Iran, e il desiderio di non interrompere il disgelo in corso con l’Arabia Saudita. Per non parlare della prospettiva di scontrarsi militarmente con Israele, che non vedrebbe l’ora di regolare i conti con la Repubblica islamica, bene sapendo che in quel caso avrebbe tutto l’appoggio necessario da parte degli Usa.
Per finire l’Egitto. Legato a Israele dal Trattato di pace firmato nel 1979 e impelagato nella crisi economica più acuta della sua storia recente (inflazione al 40%), l’Egitto ha minacciato ritorsioni nel caso di un attacco israeliano a Rafah, il centro della Striscia di Gaza ai suoi confini. Ma in questa crisi il Cairo sembra più destinato a indossare i panni della vittima che dell’aggressore. Le autorità di Israele accarezzano il sogno di vedere i palestinesi di Gaza defluire verso il Sinai egiziano per poter così di fatto annettere la Striscia, e non si vede come gli egiziani potrebbero impedirlo se le operazioni militari israeliane portarono a uno sfondamento del confine. Resta, in pura teoria, l’ipotesi di una reazione militare. Ma è, appunto, una pura teoria.
