I media israeliani adesso accusano: “A rischio la sicurezza del Paese”

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Quello della sicurezza è stato sempre uno dei temi principali discussi in Israele; sia da un punto di vista militare che sotto il profilo degli attacchi terroristici, interi governi ed interi bacini di voti sono stati spostati e decisi negli anni proprio grazie alla capacità o meno di affrontare il tema della sicurezza. Indubbiamente anche l’attuale primo ministro, Benjamin Netanyahu, deve la sua anomala longevità al potere (è in carica dal 2009, fatto insolito per un paese il più delle volte chiamato alle elezioni anticipate) alla gestione della sicurezza ed alla sua fama di conservatore dal pugno duro; l’uso della forza, sia in territorio israeliano che nei territori occupati, accompagnato dagli investimenti sempre onerosi sulla difesa, stanno contribuendo a prolungare gli anni di permanenza al potere dell’attuale premier. Ma, a volte, la sicurezza appare anche come un’arma a doppio taglio per chi è al governo: il pugno duro verso i rivali, genera sempre più rivalse in un territorio contrassegnato da decenni di violenze e vendette, permettendo in tal modo la maggiore possibilità di attentati ed attacchi verso militari e civili.

Il tunnel scovato e distrutto nella Striscia di Gaza

Nei giorni scorsi ha destato non poco scalpore la scoperta, lungo il confine tra la Striscia di Gaza ed Israele, di una profonda e lunga galleria operativa da tanti mesi in grado di poter condurre attacchi anche in territorio israeliano; come si legge sul quotidiano israeliano Haaretz, si tratta di un’opera ingegneristica tanto imponente quanto pericolosa, che ha sorpreso gli stessi militari dello stato ebraico impegnati nelle indagini e nella sua successiva distruzione. La galleria, lunga quasi un chilometro, penetrava per 180 metri in territorio israeliano ma non solo; il tunnel infatti, presentava anche una biforcazione in grado di raggiungere anche il territorio egiziano: in poche parole, era possibile collegare grazie a questo tunnel il Sinai direttamente con il valico israeliano di Kerem Shalom. Il sospetto dei militari di Tel Aviv era quello di vedere il tunnel utilizzato di fatto per trasportare, dall’Egitto e non solo, armi in grado di attaccare l’esercito direttamente in territorio israeliano.



Il 13 gennaio scorso, l’aviazione è entrata in azione bombardando e distruggendo la galleria; dopo l’attacco diretto a far crollare le pareti dell’infrastruttura utilizzata, molto probabilmente, soprattutto da Hamas, il valico di Kerem Shalom è stato chiuso fino a nuove disposizioni di sicurezza. Quello scovato ed annientato nei giorni scorsi, appare essere addirittura il quarto tunnel distrutto da Israele nella Striscia di Gaza negli ultimi mesi; questa notizia ha inferto, nel cuore dell’opinione pubblica, la sensazione di una sicurezza traballante nel paese, dove i timori di attacchi ed attentati potrebbero rivelarsi sensati dopo diversi anni di relativa quiete. Il clima che si respira non è certo quello dei giorni migliori, il pericolo di un’escalation specie dopo l’invocazione di una terza intifada dopo il riconoscimento, da parte di Trump, di Gerusalemme quale capitale d’Israele non lascia dormire sonni tranquilli. Per Netanyahu adesso la sfida è confermare la sua affidabilità nel campo della sicurezza, partita non certo semplice da gestire.

“Israele troppo concentrata in una sfida che non può vincere militarmente”

Risposte militari a problemi di carattere politico e sociale; è questa l’accusa che al governo Netanyahu viene mossa da Uri Bar-Joseph, editorialista di Hareetz che, in un articolo dello scorso 22 gennaio, punta il dito contro l’esecutivo di Tel Aviv: “La scoperta del grande tunnel di Gaza è un’importante dimostrazione – si legge – Il clima è tornato ad essere torbido, mai come adesso la sicurezza di Israele appare in pericolo”. Un’accusa molto pesante, che parte proprio da quanto scoperto nel sottosuolo della striscia di Gaza, con il tunnel oramai emblema dell’aria che si respira nel paese; non solo secondo il giornalista israeliano, ma anche per varie fette dell’opinione pubblica, è impossibile concentrarsi solo sull’uso della forza militare in tematiche, quali quelle concernenti i rapporti con i palestinesi, che necessitano soprattutto risposte di tipo politico. Il rischio è che, paradossalmente, proprio il governo Netanyahu passi alla storia come quello in grado di esporre Israele a profondi pericoli legati alla sicurezza.

Il timore più pertinente avvertito da tutti nel paese ebraico, è quello di vedere trasferito nel territorio israeliano quanto avviene già nelle colonie in Cisgiordania, lì dove la situazione dalla fine del 2017 si è fatta incandescente; ma se la violenza negli insediamenti ebraici presenti nei territori palestinesi appare figlia di una situazione che vede, di fatto, le colonie essere considerate illegali dalla comunità internazionale, circostanza questa che inevitabilmente espone i suoi abitanti ai rischi legati alla sicurezza, gli israeliani che vivono nel territorio dello Stato si ritroverebbero certamente spiazzati da un incremento della violenza. Per Netanyahu e per il Likud, la sfida in tal senso appare destinata ad essere anche elettorale, con il voto della primavera del 2019 che inizia ad incombere negli ambienti interni alla Knesset.