Non avete letto male, il senatore americano John McCain ha detto proprio la frase riportata nel titolo: Putin «è la minaccia più grande, più ancora dell’Isis». E lo ha detto lunedì sera a un media australiano, lAustralian Broadcasting Corporation.Certo, l’Isis può fare «cose terribili», riconosce il senatore, ma i russi possono distruggere le «fondamenta stesse della democrazia», influenzando le elezioni americane e francesi.Il senatore ammette di non avere prove che i russi siano riusciti nel loro intento, ma è certo che ci hanno provato e ci riproveranno. «Dunque io considero Putin […] i russi come la più grande sfida che dobbiamo affrontare».Parole che suonano offensive, quelle di McCain. Offensive nei confronti delle tante vittime del Terrore, non solo quelle di Manchester, ma anche quelle di Parigi, di Nizza… come risultano offensive nei confronti di quei bambini assassinati oggi da un’autobomba davanti a una gelateria di Baghdad, vittime di un attentato rivendicato dall’Isis.Non solo offensive, anche inquietanti, in particolare per quanto riguarda il teatro di guerra siriano e quello iracheno, dove il Califfato del Terrore ha posto radici.In Siria i talgiagole dell’Isis hanno trovato il contrasto dei russi e di Damasco. In Iraq ad affrontare i tagliagole vestiti di nero sono le milizie sciite legate a Teheran, che di Mosca è alleata regionale, oltre che la fantomatica coalizione internazionale guidata dagli Usa (alla quale hanno aderito anche le Petromonarchie del Golfo, legate a doppio filo alle milizie jihadiste che hanno straziato i due Paesi).Su ambedue i fronti in questi anni gli Stati Uniti hanno condotto una politica più che ambigua. In Siria hanno contrastato a tutto campo Assad e i suoi alleati russi, affermando di sostenere i cosiddetti ribelli moderati.Ribelli che poi tanto moderati non sono e che conservano inquietanti legami con le altre milizie jihadiste, in particolare al Nusra (al Qaeda in Siria) e l’Isis, impegnate anche loro in una parallela lotta all’ultimo sangue contro Assad e suoi alleati russi.Il nemico comune ha creato alleanze di fatto nel teatro di guerra siriano tra le forze del Terrore e quelle sostenute con armi, finanziamenti e informazioni, dal Dipartimento di Stato americano (e dall’Arabia Saudita, ma questa è un’altra storia).Un’ambiguità che ha conosciuto a volte anche quella che appare un’applicazione alla lettera della dottrina esposta da McCain riguardo le priorità da affrontare: è il caso del bombardamento avvenuto nel settembre scorso a Deir Ezzor, quando l’aviazione americana ha ucciso circa sessanta militari siriani favorendo la parallela offensiva dell’Isis contro la città assediata.Un errore impossibile dell’aviazione americana, che si somma ad altri errori altrettanto improbabili.Errori avvenuti anche sul fronte iracheno, dove gli Usa avrebbero dovuto sostenere dall’alto, con l’aviazione, la riconquista delle zone occupate dall’Isis da parte delle milizie sciite legate a Teheran e dai curdi iracheni.A tale scopo Washington aveva messo su una coalizione internazionale talmente ampia che sembrava destinata a spazzar via il Califfato in poche settimane.La realtà è stata tutt’altra, e la geometrica potenza di fuoco della coalizione è evaporata alla prova dei fatti, costringendo le milizie sciite e quelle curde a duri contrasti sul terreno.Tante ambiguità americane, appunto, in questi conflitti. Che hanno permesso al Califfato di resistere alle offensive congiunte di siriani, russi, hezbollah, milizie sciite, esercito iracheno, curdi (siriani e iracheni). Ombre che forse le parole di McCain aiutano a interpretare.Certo, McCain non è l’America. Ma egli in questi anni si è fatto portavoce delle istanze dei neocon, che di influenza ne hanno in America, (eccome), sia negli apparati di intelligence che in quello militare (e altrove).E che, con la loro influenza, hanno appunto determinato questa ambiguità di fondo delle politiche dispiegate dalla passata amministrazione. Politiche volte a parole a contrastare il Terrore, nei fatti un po’ meno.Sono gli stessi ambiti che oggi brandiscono ferocemente il russiagate nella speranza di abbattere o almeno piegare ai propri desiderata la nuova amministrazione americana targata Donald Trump, che con il suo programma isolazionista rischia di mandare all’aria i loro progetti sul Medio Oriente (e altrove).È una battaglia feroce quella che scuote le fondamenta dell’Impero. E dalla quale dipende il futuro del mondo, come anche il destino della lotta al Terrore. Se vinceranno i neocon, come è evidente dalle parole di McCain, il contrasto all’Isis verrà dopo quello alla Russia.Il che vuol dire non solo un surplus di destabilizzazione globale, destinata ad aumentare se non si attutiscono le tensioni sull’asse Washington-Mosca, ma anche lasciare all’Isis licenza di uccidere. In Medio Oriente come altrove,È bene ricordarlo quando si pensa alle stragi del recente passato, da quella di Manchester a quella che oggi ha preso la vita di quei poveri bambini accalcati davanti a un gelataio di Baghdad (e della cui sorte importerà poco ai media europei).Ha ragione McCain quando dice che l’Isis fa «cose orribili»: proprio per questo certe ambiguità, del passato come del presente, sono più che inaccettabili.