Sergio Mattarella entra a gamba tesa su Elon Musk. E lo fa proprio mentre si commenta attivamente la notizia della nomina del patron di Tesla e SpaceX a capo di una task force che l’amministrazione Trump vuole avviare per efficientare la spesa pubblica e alleggerire lo Stato.
Nel giorno in cui la sua nomina è stata confermata l’uomo più ricco del mondo ha duramente criticato su X, piattaforma di sua proprietà, la gestione del caso-Albania da parte dei giudici italiani, scrivendo: “il popolo italiano vive in una democrazia o è un’autocrazia non eletta a prendere le decisioni?”. Un’uscita che segue di poche ore un invito ad andarsene rivolto ai magistrati che hanno condizionato l’azione del governo di Giorgia Meloni sui rimpatri dei migranti e sull’utilizzo di centri esterni per gestire l’emergenza.
Il botta e risposta
“Parole dure, parole dure di uomo davvero strano“, direbbe l’anchorman Kent Brockman de “I Simpson”, a cui il Quirinale non ha tardato a rispondere: “Chiunque, particolarmente se, come annunziato, in procinto di assumere un importante ruolo di governo in un Paese amico e alleato, deve rispettarne la sovranità e non può attribuirsi il compito di impartirle prescrizioni”. Mattarella ha fatto riferimento alle parole pronunciate per criticare il condizionamento politico del nascituro governo Meloni nell’ottobre 2022 da parte di esponenti del governo Francese, ricordando che Roma “sa badare a sé stessa”.
La questione merita un commento che prescinde dalla cronaca di un braccio di ferro a distanza, improbabile confronto tra il figlio della sinistra democristiana sicula e il magnate americano di origini sudafricane diventato guru libertario della destra trumpiana. E parla della volontà di una parte d’Europa di prendere le misure al Trump 2.0. In cui, va detto, al conosciuto (The Donald) si aggiunge l’elemento ignoto, semplificabile nel fattore Musk. Simbolo di qualcosa che è sempre esistito: il matrimonio tra oligarchie finanziarie, tecnocrazie, mondo dell’innovazione, apparati securitari e potere politico americano che plasma le dinamiche di proiezione della superpotenza Usa. Ma che oggi prende la forma concreta, da un lato, della corsa all’egemonia nell’Occidente degli Usa nei settori critici per l’innovazione e dall’altro nel matrimonio tra politica e sistema tecno-finanziario. Ben rappresentato dalla vicinanza tra Musk e Trump.
Di Musk si parla troppo?
Non vogliamo qui sposare tesi che diano a Mattarella una visione “sovranista” o oppositiva: se no si entrerebbe in una lunga sequela di casi in cui numerosi sarebbero gli esempi di mancati interventi del colle più alto della Repubblica di fronte ad affondi contro il nostro Paese. E del resto il ruolo del capo dello Stato è quello di garante dell’unità nazionale, non di ufficio reclami della Repubblica. Vero è, però, che il peso di Musk sembra manifestarsi più nel condizionamento esterno dell’immagine di Trump che nella liturgia del potere americano. Tant’è che Trump sembra spendere la figura del miliardario soprattutto di fronte al resto del mondo, ove la figura è divisiva e chiacchierata.
Giusto oggi il Guardian ha deciso che non posterà più su X citando proprio la sua deriva divisiva imposta dalla gestione Musk. E come ha ricordato saggiamente Mauro Indelicato, in Italia l’attenzione verso ogni parola di Musk sta assumendo proporzioni morbose: in quest’ottica le istituzioni concorrono, con Giorgia Meloni e Matteo Salvini concordi nell’adulare il “genio Musk”, ovvero l’immigrato, nato in Africa, consumatore di marijuana e padre anche grazie alla gestazione per altri preferito dalla destra italiana e globale. E Mattarella supportato da un ampia serie di commentatori e politici desiderosi di difendere la sovranità nazionale a targhe alterne, ovvero quando il “Baubau” diventa il mondo trumpiano, salvo poi ricordare che nel Big Tech c’è oligarca e oligarca e, ad esempio, cercare di differenziare figure come quella di Musk e quella di Gates.
La vera posta in gioco
Mattarella, non a caso, ha pesato bene le parole evitando di far passare le sue dichiarazioni come un attacco al governo citando il precedente francese. Ma c’è un’indubbia riflessione da fare: l’Europa si avvia in ordine sparso al Trump 2.0. E Mattarella ha a suo modo mostrato due capisaldi, di recente: l’affondo su Musk oggi ma, soprattutto, la visita in Cina nei giorni scorsi mostrano che esiste una volontà di pensare a politiche diverse da quelle a cui gli Usa (non Trump: gli Usa) pensano come soluzione ottimale per l’Occidente. Pensare, appunto, non mettere in atto: altrimenti l’autonomia strategica di cui tanto si discute sarebbe già realtà.
Ma soprattutto che la differenza con l’era Biden sarà, nei prossimi anni, soprattutto retorica. Quella delle parole è la sovranità rivendicata di chi ha poco margine d’azione. In questo, del resto, Meloni e Mattarella pari sono verso l’America. La realtà ci dice di una superpotenza a stelle e strisce che verso l’Europa non cambierà, realisticamente, traiettoria da amministrazione all’altra e di un’Italia in cui cavalcano le praterie dell’economia nazionale i grandi fondi, a partire da BlackRock e Kkr, e in cui lo stesso Musk intende fare affari, da Starlink in giù. A noi restano le parole. Come ha detto bene Alessandro Aresu, le parole sono il senso profondo di un’Europa in cui si è passato ” un anno a fare convegni su “cosa faremo se arriva Trump” per poi dedicarsi a un anno di convegni su “cosa facciamo ora che è arrivato Trump”. Sappiamo badare a noi stessi, dice Mattarella. Speriamo che il presidente abbia ragione. Ma dovremmo, innanzitutto, pensare a ciò che davvero plasma il mondo che verrà, che non sono i tweet di un uomo. Fosse anche il più ricco del mondo.