In occasione della conferenza annuale sulla Siria organizzata dall’Unione europea a partire dal 2017, lunedì 17 marzo è stato ricevuto a Bruxelles il ministro degli esteri siriano Asaad al-Shibani, membro del Governo di transizione capeggiato da Al-Sharaa/Al-Jolani che governa il Paese dalla caduta di Bashar Al-Assad nel dicembre scorso. Al suo ritorno in Siria, Al-Shibani ha potuto contare su solide garanzie che attireranno nelle casse di Damasco complessivamente 5,8 miliardi di euro di nuovi aiuti economici per il sostegno alla ripresa del Paese.
Si tratta della prima conferenza di questo genere da quando è avvenuto lo storico cambio di potere a Damasco, una riflessione sugli aiuti esteri e la situazione economica della Siria a pochi giorni dagli scontri che hanno visto morire più di un migliaio di civili alawiti per mano delle forze di sicurezza di Damasco, che hanno dichiarato di aver agito in risposta a una serie di imboscate tese da alcune cellule appartenenti a truppe pro-Assad rimaste attive nella zona costiera.
La scelta di campo dell’Unione europea
I violenti eventi delle ultime settimane avevano fatto sviluppare il diffuso timore, sia in Siria che in Europa, che l’Unione europea avrebbe di conseguenza potuto congelare il proprio sostegno ad Al-Sharaa in assenza di solide garanzie di giustizia e non ricorrenza della repressione interna della minoranza alawita che sosteneva Assad. La decisione dell’Ue, che non si era spesa in manifeste condanne delle azioni delle forze di Al-Sharaa, però non lascia indugi e, come dichiarato dall’Alto rappresentante per la politica estera Kaja Kallas, quei 5,8 miliardi di euro raccolti “sosterranno la Siria in un momento cruciale di transizione” per “affrontare le terribili necessità sul campo”.
Nonostante alla conferenza non abbiano partecipato solamente membri dell’Unione europea ma anche ministri di Stati arabi e rappresentanti di organizzazioni internazionali, il ruolo dell’Ue è stato fondamentale perché ha assicurato da sola 2,5 miliardi di euro di aiuti con un piano biennale presentato dalla presidente di Commissione Von der Leyen. Una cifra in aumento rispetto al contributo europeo dell’anno precedente, e soprattutto in controtendenza rispetto all’alleggerimento degli aiuti registrato quest’anno (l’anno scorso il totale complessivo degli aiuti era stato di 7,5 miliardi di euro). Ad essi si andranno poi ad aggiungere anche i contributi offerti dai singoli Stati su base volontaria. La Germania, ad esempio, ha già annunciato che contribuirà ulteriormente con 300 milioni di euro.
Nonostante questo, la decisione europea di schierarsi senza se e senza ma al fianco del nuovo Governo siriano, garantendo così corposi aiuti, ha registrato fra i ministri competenti un’insolita rapidità e una totale fiducia riposta nelle garanzie, per ora solo formali, date dal capo del governo Al-Sharaa sull’esigenza di fare giustizia per quanto accaduto nelle scorse settimane perseguendo direttamente i responsabili del massacro di civili e lavorando per l’unità del paese e affinché non si verifichino più episodi dello stesso genere. Si tratta quindi di un ulteriore passo tramite il quale l’Ue compie una netta scelta di campo a sostegno del nuovo sistema di potere che si è affermato a Damasco.
Le altre incognite per il futuro siriano
Oltre al tema degli aiuti, le altre incognite sul futuro della dipendono da due ulteriori temi. Da un lato ci sono le sanzioni, perché se è vero che l’Ue, con una decisione risalente allo scorso gennaio, ha allentato una parte delle sanzioni per favorire la ripresa dell’economia siriana, rimane il nodo del settore finanziario che è ancora congelato e impedisce le transazioni private dall’estero verso la Siria, un grosso freno alla crescita di Damasco. Nella stessa sede della conferenza Al-Shibani ha insistito chiedendo un ulteriore allentamento, sottolineando che le misure intraprese finora dall’Ue “non sono state all’altezza delle aspettative” del Governo siriano.
La seconda grande incognita è invece rappresentata dal ruolo degli Stati Uniti, che ad oggi stanno ancora mantenendo intatte tutte le sanzioni applicate contro la Siria in passato, nonostante abbiano riconosciuto a pieno titolo il nuovo governo di Al-Sharaa, togliendo addirittura la taglia che pendeva su di lui in quanto riconosciuto come capo di un’organizzazione terroristica di tipo islamista. Un completo disinteresse dell’amministrazione Trump verso la Siria è altamente improbabile, ma ad oggi il nodo siriano non sembra rientrare nelle priorità più scottanti della nuova presidenza, che ha piuttosto assunto un atteggiamento di lasciapassare nei confronti di due alleati chiave molto attivi di recente nella regione, come Israele e Turchia, con cui può controllare e influenzare indirettamente gli esiti e i destini del caos siriano.