Prima l’arresto vicino Catania, poi il rilascio, perché impossibile procedere all’estradizione. Gli eventi che hanno visto coinvolto Mohamed Mahsoub, ex ministro egiziano del governo di Mohamed Morsi tornano a di nuovo a dividere (e far discutere) Itala ed Egitto.

Il governo egiziano, una volta saputo del fermo di Mashoub, aveva inviato alle autorità italiane l’immediata richiesta di estradizione. Ma è una richiesta che non poteva essere accolta. Come spiega l’Huffington Post, la mancata estradizione poggia su tre ragioni: “Perché non contemplata dall’Accordo bilaterale tra Italia ed Egitto. Perché non si estrada chi nel frattempo ha ottenuto la cittadinanza italiana. E perché estradarlo significava, con ogni probabilità consegnarlo al boia di Stato”. E così le autorità hanno rilasciato l’ex ministro.

Ma dietro questa storia si nasconde, ancora una volta, la relazione sempre più complessa e multistrato che vivono Roma e Il Cairo, mai come in questi ultimi anni al centro di importanti questioni di ordine giudiziario. Prima fra tutte il caso di Giulio Regeni. Da quell’omicidio, di cui ancora oggi si chiedono verità e giustizia, i rapporti fra Italia ed Egitto sono cambiati. Un alone di sospetto grava sulle rispettive autorità. E ogni episodio di frizione fra i due Paesi rischia di far ricadere nel baratro della tensione rapporti che invece sono fondamentali.

Perché anche nel caso di Mashoub, molto più semplice e molto meno grave di quello Regeni, c’è tanta politica dietro le decisioni da parte del Cairo. Innanzitutto nella richiesta di estradizione, palesemente infondata, quasi a voler cercare uno scontro o avanzare una richiesta di negoziato.

Il governo egiziano non avrebbe mai potuto ricevere l’ok al trasferimento dell’ex ministro. L’Accordo di cooperazione di Polizia tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo della Repubblica araba d’Egitto, stipulato nel 2000 fra il nostro Paese e l’Egitto, prevede all’articolo 6 un’intesa sul rilascio e l’espulsione in caso di terrorismo e reati legati alla criminalità organizzata.

Ma il concetto di “terrorismo” è diventato particolarmente lato nei tribunali egiziani, dove il governo di Abdel Fattah al Sisi ha riempito le prigioni patrie di tutti i suoi oppositori politici, specialmente legati alla Fratellanza musulmana. Fratellanza a cui appartengono molti membri di al Wasat, il partito di Mashoub.

Quell’accordo nasceva su altri presupposti. E adesso, specialmente dopo la condanna dell’Unione europea alle operazioni messe in atto dal presidente Sisi, è apparsa una vera e propria forzatura questa richiesta di estradizione. Tanto che l’Italia non ha potuto fare altro che negare questa richiesta giunte dalle autorità del Paese nordafricano. In particolare dopo le 75 condanne a morte emesse in questi giorni.

Certo è, che l’arresto e il successivo rilascio dell’ex ministro arrivano in un momento estremamente importante per i rapporti fra i due Paesi. Il nuovo governo italiano a guida Giuseppe Conte ha reimpostato le relazioni con l’Egitto cercando di riportarle a un livello di normalità. I rapporti economici, politici e d’intelligence fra i due Paesi sono fondamentali. Lo ha ribadito lo stesso Matteo Salvini in visita al Cairo nelle scorse settimane. E questa ricerca di distensione rende questo caso ancora più interessante.

Perché il caso Regeni non sembra destinato a diventare ininfluente nelle relazioni tra Il Cairo e Roma. E non a caso, proprio l’omicidio Regeni era stato considerato da Al Jazeera come possibile contraltare dell’arresto di Mashoub. La televisione panaraba di base in Qatar parlava di un possibile scambio di prigionieri che avrebbe visto coinvolti l’ex ministro egiziano e l’autore dell’omicidio del giovane ricercatore italiano. Forse una suggestione: ma qualcosa evidentemente c’era.

Certo era difficile prevedere che l’Italia potesse dimostrarsi così aperta nei confronti del Cairo. All’impossibilità giuridica si aggiunge infatti una più spinosa questione politica. L’Egitto non può pretendere dall’Italia azioni favorevoli quando esistono ancora profonde lacune nella ricerca della verità sulla tortura e sull’uccisione del ricercatore italiano avvenuta a inizio 2016.

Due anni e mezzo dopo, le incertezze sono ancora molte. E l’impegno dell’Egitto è stato minimo, molto spesso ostruzionistico. Ma nel frattempo, i rapporti fra i due Stati rischiavano di essere seriamente lesi. Questo l’Italia non poteva e non può permetterlo. Gli interessi sono enormi, a cominciare dal gas.

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