Masafer Yatta si trova nel Sud della Cisgiordania, nella regione collinare a Sud di Hebron, ed è interamente sotto controllo israeliano sia dal punto di vista militare che civile. L’area rientra nella cosiddetta “Area C”, secondo quanto stabilito dagli Accordi di Oslo, e ospita circa venti villaggi palestinesi. Villaggi e comunità che, a causa di una recente direttiva dell’Amministrazione Civile israeliana, perderanno definitivamente le loro terre e le loro abitazioni.
A partire dagli anni Settanta, Israele ha destinato il 18% della Cisgiordania occupata, comprese la Valle del Giordano e le colline a Sud di Hebron, a “zone di tiro” per l’addestramento militare. Questa decisione ha incluso anche Masafer Yatta e circa altre quaranta comunità palestinesi, coinvolgendo oltre 6.000 persone. In seguito, politici israeliani e inchieste giornalistiche hanno rivelato che l’obiettivo reale di queste zone militari era quello di sottrarre le terre ai palestinesi per consegnarle ai coloni, tracciando così un confine etnico tra popolazione palestinese e israeliana.
Nel corso degli anni, le autorità israeliane e i coloni hanno minacciato costantemente le comunità locali, demolendo abitazioni e distruggendo attività agricole con il pretesto della mancanza di permessi edilizi, permessi che, nella pratica, sono impossibili da ottenere. Il risultato è che molte famiglie palestinesi si sono ritrovate senza casa, costrette a spostarsi mentre sul luogo delle loro abitazioni i coloni si appropriavano dei loro territori.
Secondo un report di Kerem Navot, organizzazione israeliana che mappa l’espropriazione di terre in Cisgiordania, i coloni hanno occupato circa il 7% dell’Area C attraverso settantasette avamposti agricoli. Nonostante le “firing zones” dovrebbero essere off-limits sia per palestinesi che per israeliani, i soldati israeliani hanno espulso i pastori palestinesi e hanno permesso ai coloni di rimanere e costruirci abitazioni, come è emerso da risposte che i soldati dell’IDF hanno dato su richiesta di attivisti. Nonostante le colonie israeliane siano illegali secondo il diritto internazionale e violino la IV Convezione di Ginevra, che vieta a una potenza occupante di trasferire la propria popolazione nel territorio occupato, oggi il 10% della popolazione israeliana vive nelle colonie costruite illegalmente all’interno del versante palestinese della Green Line.
Dall’inizio del genocidio a Gaza, la violenza dei coloni è solo aumentata. Secondo l’OCHA, da quando la stessa Organizzazione ha iniziato a tracciare la violenza dei coloni venti anni fa, il 2024 è stato l’anno peggiore con 1,860 attacchi da parte dei coloni israeliani contro le comunità palestinesi in Cisgiordania, circa quattro attacchi al giorno, lasciando senza terra e senza casa 6,463 palestinesi. Tra questi non si contano i 40.000 palestinesi sfollati da tre campi profughi a Jenin e Tulkarem a seguito delle intense operazioni israeliane nel Nord della Cisgiordania da gennaio.
Tutto questo però, non ha mai fermato la resistenza palestinese, specialmente a Masafer Yatta, che, come è stato mostrato nel documentario vincitore agli Oscar “No Other Land”, è sempre stata portata avanti dagli attivisti palestinesi delle comunità locali per anni, fronteggiando la violenza quotidiana dei coloni e le minacce dei soldati.
Una violenza, quella dei coloni, dirompente e senza limiti. Infatti, come si può vedere sia nel documentario sia nelle varie pagine degli attivisti palestinesi, sia di giorno che di notte i coloni arrivano a gruppi con spranghe di ferro e fucili, entrano nei villaggi e nelle case, distruggendo gli averi delle famiglie palestinesi residenti, uccidendo le loro pecore al pascolo e ferendo, a volte a morte, i residenti dei villaggi.
Negli anni Ottanta, l’allora ministro dell’Agricoltura Ariel Sharon ha ufficialmente designato l’area di Masafer Yatta come “Zona di Tiro 918”, un’area militare di circa 3.000 ettari che comprende dodici villaggi palestinesi. Nel 1999 più di settecento residenti sono stati espulsi e le loro case sono state distrutte perché vivevano illegalmente nelle “firing zones”, da allora i residenti di Masafer Yatta hanno vissuto in un limbo legale sotto la minaccia persistente di perdere le proprie terre e le proprie case.
Tuttavia, negli ultimi mesi, sia i soldati che i coloni hanno intensificato gli attacchi e la violenza, minacciando di espellere le 2.500 persone che vivono nei villaggi di Masafer Yatta. A maggio di questo anno, per esempio, a Khilet Al-Dabe gli israeliani hanno effettuato la demolizione più grande mai registrata nell’area.
Oggi, una nuova direttiva militare pone le basi per la pulizia etnica della regione: secondo una recente decisione dell’Amministrazione Civile israeliana, tutte le domande di costruzione presentate dai palestinesi a Masafer Yatta saranno automaticamente respinte. La misura, formalizzata dall’Ufficio Centrale di Pianificazione — l’organo militare responsabile dei permessi edilizi nei territori occupati — si basa su presunte necessità militari e si concentra in particolare sulla cosiddetta “Zona di Tiro 918”. L’obbiettivo del Comando Centrale dell’esercito è dunque allontanare gli abitanti palestinesi con ogni mezzo disponibile, sia militare che civile, per consentire all’esercito di utilizzare i terreni per esercitazioni militari con fuoco vivo. La direttiva è giustificata come preparazione a scenari di guerra multipli, una condizione che è ormai divenuta abituale e che avrebbe raggiunto il suo apice con l’operazione “Rising Lions” in Iran. Tuttavia, la storia del popolo palestinese insegna che queste sono solamente scuse presentate alla comunità internazionale per legittimare le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale da parte di Israele.
La conseguenza principale che seguirà questa direttiva è dunque la probabile demolizione di ogni casa e l’espulsione totale delle comunità palestinesi della zona, che ancora una volta si troveranno senza territori e senza case in cui alloggiare. Già nella giornata di ieri, nel villaggio di Al Mirkiz, situato a Masafer Yatta, le forze di occupazione israeliane hanno effettuato una serie di arresti, fermando quattordici palestinesi, tra cui donne e bambini.
Anche l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani si è espresso a riguardo di questa nuova direttiva affermando che: «La recente direttiva dell’Amministrazione Civile israeliana apre di fatto la strada all’esercito israeliano per demolire le strutture esistenti nell’area ed espellere circa 1.200 palestinesi che vi risiedono da decenni. Ciò costituirebbe un trasferimento forzato, che rappresenta un crimine di guerra. Potrebbe inoltre configurarsi come crimine contro l’umanità se attuato nell’ambito di un attacco esteso o sistematico diretto contro una popolazione civile, con la consapevolezza dell’attacco”.