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“L’asse Mosca-Pechino minaccia gli interessi Usa. Ma spezzarlo richiede pragmatismo, non ideologia”. A dirlo è Mark Episkopos, ricercatore per l’Eurasia presso il Quincy Institute for Responsible Statecraft e professore di Storia alla Marymount University. Esperto di politica internazionale, abbiamo raggiunto Episkopos per porgli qualche domanda su una sua analisi piuttosto interessante, pubblicata sulla rivista The American Conservative, (Splitting Russia From China Is Possible—and Vital), che sta facendo discutere gli strateghi americani in merito all’opportunità di spezzare la partnership strategica tra Mosca e Pechino. Di fatto una risposta all’articolo, pubblicato su Foreign Affairs, dall’ex ambasciatore Usa neoconservatore Michael McFaul ed Evan S. Medeiros intitolato China and Russia Will Not Be Split, che sostiene la tesi opposta a quella di Episkopos.

Lei sostiene che contrastare i rivali sia preferibile a permettere loro di allearsi contro gli Stati Uniti. Quali pericoli specifici rappresenta per gli interessi americani, specialmente in Eurasia, un partenariato consolidato tra Mosca e Pechino?
“Il pericolo maggiore a lungo termine della cooperazione sino-russa contro gli Stati Uniti è la graduale formazione di un blocco geopolitico anti-occidentale con sistemi finanziari, politici e di sicurezza autonomi. Questo è problematico in tempo di pace perché limita la capacità degli Stati Uniti di esercitare la propria influenza in aree cruciale per i loro interessi. In caso di un grave conflitto tra grandi potenze, la situazione potrebbe diventare catastrofica, non tanto perché Cina e Russia combatterebbero fianco a fianco contro gli USA, ma perché agirebbero in tandem per sfruttare la crisi, creando una serie di problemi su diversi fronti regionali per l’America”.

Perché pensa che i politici neoconservatori abbiano sistematicamente rifiutato strategie di equilibrio del potere a favore di approcci più conflittuali? È una preferenza dottrinale o una risposta a fattori strutturali?
“La visione neoconservatrice non parte dalle realtà del sistema internazionale, come dovrebbe fare qualsiasi strategia ponderata, ma da premesse ideologiche su Stati “buoni” e “cattivi”, concependo la politica estera come una crociata infinita per punire i malfattori. Rifiuta esplicitamente la logica dell’equilibrio dei poteri in favore di una narrazione metafisica della politica internazionale come scontro esistenziale tra due campi ideologici—tipicamente autocratie contro democrazie—intrinsecamente e irrimediabilmente ostili tra loro”.

Studiosi come McFaul e Medeiros sostengono che tentare di allontanare la Russia dalla Cina sia inutile e rischioso. Quali sono, secondo te, le principali lacune del loro ragionamento?
“Espongo meglio questo punto nel mio articolo su TAC, ma in sintesi, la loro tesi sull’impossibilità di un riavvicinamento con la Russia si basa su una narrativa ideologizzata che dipinge Mosca come un attore irrimediabilmente anti-occidentale. Questa visione è smentita dal comportamento russo negli anni Novanta e Duemila e non riflette la realtà del pensiero strategico russo contemporaneo. Inoltre, pongono un limite irrealistico su cosa debba significare la normalizzazione con la Russia, trascurando che il beneficio principale è negativo più che positivo: non si tratta di ottenere qualcosa di specifico da Mosca, ma di prevenire e parzialmente invertire lo status quo inaccettabile di un’intesa russo-cinese sempre più orientata contro l’Occidente”.

Come valuta l’apparente resistenza di Germania e Francia a un disgelo tra USA e Russia? Agiscono per preservare autonomia o ci sono altri interessi in gioco?
“Alcune parti d’Europa sono purtroppo bloccate nell’inerzia degli anni di Biden, ripetendo il mantra dell’amministrazione precedente di sostenere l’Ucraina “finché sarà necessario”, senza una seria riflessione strategica su come porre fine alla guerra in modo realistico. La verità è che l’Europa non può sostenere lo sforzo bellico ucraino a lungo senza gli USA, né tantomeno garantire una vittoria militare di Kiev. Sarebbe quindi nell’interesse europeo che la Casa Bianca riesca a raggiungere una pace duratura. L’Europa è una delle principali parti in causa in questa guerra, e un accordo stabile è impossibile senza di essa, ma porre fine al conflitto richiede anche canali di dialogo costruttivo con Mosca. I leader europei hanno ogni motivo di voler giocare un ruolo chiave in questi sforzi e, oltre la guerra, di delineare meccanismi pragmatici di deterrenza e impegno diplomatico con la Russia”.

Mark Episkopos

Quali concessioni dovrebbero chiedere gli USA a Mosca in cambio di una reintegrazione nei mercati occidentali? E come potrebbe Washington evitare che la Russia faccia un “doppio gioco” con Occidente e Cina?
“È prematuro parlare di concessioni specifiche, poiché qualsiasi trattativa con la Russia sulla Cina avviene sullo sfondo di un negoziato più ampio e complesso su cosa ciascuna parte è disposta a cedere per porre fine alla guerra in Ucraina. Sul fronte cinese, è controproducente chiedere alla Russia di ridurre la cooperazione con Pechino in cambio del ritorno nelle istituzioni occidentali. Piuttosto, il semplice atto di normalizzare i rapporti con Mosca creerebbe inevitabilmente distanza strategica tra Russia e Cina. Prendiamo l’energia: il ritorno russo nei mercati energetici europei diversificherebbe le esportazioni di Mosca, riducendo la leva economica cinese e dando alla Russia maggiore autonomia in aree (come l’Asia centrale o alcune questioni del Pacifico) dove i suoi interessi non coincidono con quelli di Pechino”.

McFaul e altri descrivono l’asse Mosca-Pechino come ideologicamente motivato. Lei è d’accordo o è una semplificazione del loro allineamento pragmatico?
“Come ho già accennato, Mosca ha una lunga storia di collaborazione con democrazie come India, Brasile e persino alleati stretti degli USA come Israele, perché l’ideologia del regime non determina il pensiero strategico russo. La visione manichea del sistema internazionale (democrazie contro autocrazie) è un costrutto intellettuale occidentale, estraneo alla logica strategica dei nostri rivali”.

Quali errori devono evitare i policymaker americani per non spingere Mosca e Pechino a una cooperazione più stretta?
“Qualsiasi tentativo di punire la Cina per il sostegno alla Russia (ad esempio con sanzioni secondarie) sarebbe controproducente, incentivando Pechino a cooperare ancora di più con Mosca. Le sanzioni contro la Russia non hanno fermato la guerra, ma hanno accelerato la creazione di piattaforme finanziarie alternative guidate da Cina e Russia, indebolendo l’Occidente. L’errore più grave, però, è la profezia autoavverante dei leader occidentali, che trattano i rapporti con Russia e Cina come inevitabilmente legati. L’idea, spesso ripetuta, che il destino di Taiwan dipenda dall’Ucraina non solo è falsa, ma invia a Mosca e Pechino il messaggio che devono allearsi contro Washington”.

Se una strategia di equilibrio avesse successo, come potrebbe evolversi l’ordine internazionale nel prossimo decennio?
“Dalla fine della Guerra Fredda, il mondo si è allontanato dal “momento unipolare” americano verso un’era di competizione tra grandi potenze. Gli USA non controllano questi cambiamenti, ma possono decidere come posizionarsi. La strategia americana nei prossimi decenni sarà giudicata sulla capacità di gestire alleanze e rivali in modo creativo. Nixon e Kissinger riuscirono a evitare che gli USA fossero il “lato corto” del triangolo USA-URSS-Cina, e l’obiettivo della distensione era garantire una competizione stabile senza scontri diretti. Allo stesso modo, le scelte di oggi determineranno se USA e Cina potranno competere e cooperare in modo controllato. Il rapporto con la Russia è cruciale perché legato alla sicurezza europea e alla posizione globale degli USA. Una Russia non ostile all’Occidente aprirebbe opportunità in Europa, Eurasia, Artide e Medio Oriente, dove Mosca è un attore chiave”.

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