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Le scorse presidenziali francesi hanno dato vita ai discorsi sull’exploit del sovranismo continentale. Oggi, a quasi cinque anni di distanza, i sovranisti europei, dopo più di una battuta di arresto in varie competizioni nazionali e sovranazionali, guardano alla Francia come ad una speranza di rivalsa. E Marine Le Pen è in una posizione che sta diventando consueta: in vantaggio secondo i sondaggi, ma osteggiata dal sistema elettorale a doppio turno che comunque la penalizza. Siamo alle solite o forse no. Dipende, come sempre, da fattori non calcolabili per l’intero. In mezzo, ci sono quasi due anni di pandemia che certo hanno impedito ad Emmanuel Macron di fare tutto quello che avrebbe voluto. Sì, ma perché mai nel 2022 le cose dovrebbero andare in maniera diversa per i lepenisti?

Alcuni politologi pensano che i tempi possano essere maturi, quindi che il restyling da Front National a Rassemblement National possa donare i frutti sperati da Marine Le Pen. Poi c’è il quadro politico transalpino, che nel frattempo è mutato. Emmanuel Macron, nel 2017, bruciò tutte le tappe in poche settimane, raccogliendo l’eredità del consenso socialista, ma creando ex novo una formazione politica leaderistica e progressista. Qualcosa che in Francia ancora non esisteva e che sparigliò il campo partitico con estrema efficacia. Tutto il fronte di centrosinistra, al secondo turno del double ballot, che delegò a Macron la propria rappresentanza, confinando i lepenisti nel solito piazzamento minoritario. Poco dopo quella vittoria, sono poi arrivati la riforma delle pensioni, che la sinistra massimalista proprio non ha digerito, e i gilet gialli: un primo segnale di rottura all’interno di una famiglia politica stratificata. Le domande da farsi ora sono essenzialmente due.

Esiste ancora un pregiudizio anti-lepenista? Questo pregiudizio, nel caso esistesse, è tuttora condiviso tanto dalla sinistra radicale quanto dai gollisti? In sintesi: esiste ancora un blocco che ritiene i lepenisti al di fuori dell’arco costituzionale? Difficile dare una risposta diretta e univoca. Certo, il Rassemblement National in questi anni è cresciuto, dimostrando i poter attecchire in più zone dell’Oltralpe. E questo è di sicuro un segnale da tenere in considerazione. Per quanto le elezioni locali si basino su elementi, scelte elettorali e protagonisti diversi rispetto ad un appuntamento presidenziale.

Marine Le Pen potrebbe dover affrontare qualche scandalo o presunto tale in una fase delicata: stando a quanto riportato di recente dall’Huffington Post, la leader sovranista potrebbe dover rispondere di un’accusa di truffa ai danni del Parlamento europeo. Si tratterebbe di 7 milioni. Non esattamente una carezza narrativa alla vigilia dell’esordio della campagna elettorale. Oltre a questo fattore, però, pende sulle sorti dei lepenisti la formazione del quadro complessivo dei candidati, che ancora non si scoprono del tutto.

L’ombra principale è quella di Edouard Philippe, ex premier transalpino sotto la presidenza Macron, che si è dimesso, ma che è rimasto nei cuori di una parte dell’elettorato francese, in specie di quello moderato. Difficile ma non impossibile che Philippe tenti lo strappo in vista delle presidenziali. Così com’è difficile ma non impossibile che i Repubblicani tentino, provando a convincere Philippe, un colpaccio. L’uomo, d’altro canto, non ha una formazione di sinistra. Oggi è sindaco di Le Havre ma la sua, all’epoca, potrebbe essere stata una mossa strategica per avere le mani slegate dal macronismo e da Macron. Vedremo. Per ora è fantapolitica. Però si può prevedere che Philippe non starà fermo. E sarà una variabile potenzialmente determinante.

Quella di Marine Le Pen non sarà una volata in scioltezza: su questo esistono pochi dubbi. Il fatto che i protagonisti possano essere molti, come spesso accaduto, potrebbe favorire proprio l’uscente. Philippe però sarebbe un cliente davvero scomodo per Macron. Anche il Rassemblement National, in caso, potrebbe perdere parte dei consensi moderati conquistati in questi cinque anni passo dopo passo, con la rivalutazione dello storytelling partitico ed il ridimensionamento di alcune posizioni ultra-critiche sull’Unione europea.