Il commercio, in un sistema globalizzato come il nostro, rappresenta la fonte primaria di sviluppo per molti Paesi, e controllarne le rotte significa controllare la ricchezza sia del proprio Paese che degli Stati che vivono di quel commercio. In questo senso, il mare, con le sue rotte intercontinentali, è ancora oggi la via su cui insistono le maggiori rotte commerciali del mondo. Rotte in cui si trasporta di tutto, dal petrolio, ai semilavorati, fino ai prodotti finali. Ma soprattutto rotte che hanno dei passaggi obbligati attraverso i quali è necessario passare. Controllare questi passaggi vuol dire garantirsi la propria sopravvivenza e, di contro, avere la capacità di controllare quella altrui.

Gli stretti strategici sono tantissimi, basti pensare al Bosforo, a Gibilterra e a Suez, ma per i conflitti futuri è opportuno concentrarsi su tre di questi: Stretto di Malacca, Stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb. Partendo dallo stretto di Malacca, basta soltanto un dato per comprenderne l’importanza fondamentale: il 40% del commercio mondiale transita per questo stretto. Lo stretto di Malacca rappresenta un corridoio strettissimo che collega l’Oceano Indiano all’Oceano Pacifico. In sostanza, i commerci tra Paesi del Golfo Persico e i Paesi dell’Estremo Oriente, in particolare quello petrolifero, passa per una lingua di mare lunga ottocento chilometri e che arriva a essere larga anche solo due chilometri e mezzo. Non è un caso, quindi, se questo stretto sia quello più infestato dalla periferia insieme al Golfo di Aden. Ma soprattutto non è un caso se l’Arabia Saudita, l’India, la Cina, il Giappone e i Paesi dell’ASEAN alleati degli Stati Uniti siano tutti interessati al controllo di queste rotte. Il volume d’affari è enorme, e la Cina, in particolare, sa perfettamente che se vuole arrivare in Africa, Golfo Persico ed Europa, deve inevitabilmente passare di lì. Alla stessa consapevolezza sono giunti gli alleati degli Stati Uniti, i quali, insieme a Washington, hanno un forte interesse affinché le rotte commerciali cinesi siano in qualche modo minate. E anche l’India, gigante dormiente fino ad oggi, ha il 50% del proprio commercio costretto a transitare attraverso lo stretto di Malacca. L’espandersi di movimenti ribelli, pirati e fazioni islamiste nell’area non deve dunque sorprendere: avere il controllo delle rotte, anche attraverso l’uso di strumenti non convenzionali, come possono essere le frange ribelli, è una chiave delle relazioni diplomatiche del continente asiatico.

Lo stretto di Hormuz, a sua volta, è uno stretto strategico d’importanza fondamentale. Questo stretto divide l’Iran dalla Penisola Arabica. In sostanza divide le potenze rivali del Medio Oriente: Arabia Saudita (e monarchie del Golfo) e Repubblica Islamica dell’Iran. Per il passaggio di questo stretto, si entrano in due acque territoriali, o in quelle iraniane o in quelle dell’Oman. Se una delle due parti, in particolare l’Iran, decidesse un giorno di chiudere il transito alle navi cargo dirette verso il Golfo Persico o dirette verso l’Estremo Oriente dal Golfo Persico, il danno sarebbe enorme. Secondo fonti dell’US Energy Information Administration, soltanto nel 2011 il traffico di barili di petrolio nello stretto era di 17 milioni al giorno: in pratica le economie del Golfo Persico si basano, in gran parte, su questo Stretto. La presenza della più grande base militare americana in Medio Oriente a Doha e della Quinta Flotta in Bahrein non è dunque un caso, perché controllare lo specchio d’acqua dove si muovo decine di milioni di barili di petrolio, vuol dire controllare le economie degli Stati che vivono grazie a questo mare. Nessuno, oggi, tantomeno l’Iran, si sognerebbe mai di chiudere questo stretto, perché ne deriverebbe la messa a repentaglio della propria stessa sopravvivenza. Tuttavia, minacciarne la chiusura o possederne il controllo, questo sì che può essere uno strumento di potere.

Per quanto riguarda Bab el-Mandeb, l’attuale conflitto in Yemen è forse l’esempio più lampante di cosa significhi avere il controllo di determinate aree. Inutile ridurre il conflitto allo scontro religioso tra sciismo e sunnismo. Quello semmai è corollario per capire chi controlla il Paese. Ma controllare lo Yemen vuol dire avere il controllo su un lato di uno Stretto che è la porta dell’Oceano Indiano con l’Europa. Appurato che Suez è in mani egiziane e che non sembra destinato a rivoltarsi contro i partner commerciali mondiali, il nodo geopolitico del Mar Rosso si è spostato più a Sud, a Bab el-Mandeb, dove da anni c’è una corsa mondiale per disporre basi militari al fine di controllarne l’area. E anche qui, come per lo Stretto di Malacca, lo sviluppo della pirateria e di gruppi islamisti sta a significare che quest’arma può effettivamente essere usata come strumento di ricatto e di controllo di alcuni attori su altri e come strumento per minare la stabilità economica e commerciale di potenze rivali. La guerra in Yemen, che è riproposizione del conflitto fra Iran e Arabia Saudita, è un esempio di tutto questo. Ma anche la corsa alle basi nel Corno d’Africa è un esempio lampante dell’importanza di questo stretto, che congiunge il Mar Rosso al Golfo di Aden. La chiusura di questo stretto avrebbe, come conseguenza certa, lo spostamento delle rotte verso il Capo di Buona Speranza, e ciò significherebbe non solo ritardi immensi nelle rotte commerciali, ma anche spese molto più cospicue e ulteriori Paesi coinvolti nel traffico marittimo. L’instabilità dello stretto è fondamentale per comprendere le dinamiche internazionali che legano l’Oceano Indiano al Golfo Persico. Il fatto che la Cina abbia una base militare a Gibuti e che le flotte occidentali siano lì per la pirateria, qualcosa vorrà pur dire.