Come spesso capita nel nostro buffo Paese, se vuoi sentire una cosa (morettianamente o no) di sinistra o addirittura un po’ rivoluzionaria devi chiedere a un cattolico. Così è successo che Marco Tarquinio, classe 1958, dal 2009 al 2023 direttore di Avvenire (da lui portato tra i primi quattro quotidiani più diffusi in Italia) e ora candidato indipendente all’Europarlamento per il Pd, è diventato il ragazzo terribile di questa campagna elettorale. Come ha fatto? Parlando di pace, pensa un po’. Dicendo (è il suo slogan) che “la pace è meglio”. Che l’Europa o è pace o non è. Facendo notare che quello che avviene a Gaza magari non è un genocidio ma una pulizia etnica sì, e che forse due paroline a Israele l’Europa potrebbe dirle. E che le teorie della nuova Nato rischiano di portarci tutti al disastro. In pratica un eretico, con qualcuno già pronto a raccogliere legnetti e fiammiferi.
Direttore (ho collaborato a lungo con lui e mi piace chiamarlo ancora così), come ti è venuto di andare così controcorrente?
“Io voglio parlare di Europa, perché quello che accade in Europa orienta poi la vita dei Paesi membri, l’Italia come gli altri e forse più degli altri. Il fatto che noi in Europa non abbiamo un ruolo propulsivo purtroppo rallenta la costruzione europea e crea problemi al nostro sistema Paese. Così ho scelto delle idee forti, imperniate sulla questione della pace, perché vedo una torsione in senso militare della politica europea che procede ormai da anni, almeno dal 2022, da tutto il secondo tempo della guerra in Ucraina, e che rischia davvero di disfare l’Europa. Non so se ci saranno ancora elezioni europee tra cinque anni, con questa configurazione dell’Unione. Perché la guerra spacca l’Unione e rischia di fare a pezzi, come sta già facendo, non solo il popolo ucraino ma anche altre parti importanti della nostra umanità e dell’Europa che abbiamo costruito negli anni. Per me il punto fondamentale è questo”.
Ma secondo te, perché è diventato così difficile parlare di pace in Europa? È solo colpa di Putin o c’è qualcos’altro?
“C’è una scelta precisa, per me pericolosissima, di fare della politica della guerra lo strumento principe dell’azione dei due Occidenti, quello anglosassone e quello euro-continentale, che hanno interessi convergenti ma anche divergenze strategiche rispetto a ciò che è avvenuto con il fallimento della globalizzazione realizzata con la fine della guerra fredda. L’Europa dovrebbe proporsi sulla scena globale come potenza plurale e non imperiale, perché questo è il suo specifico. Altri hanno ancora una vocazione imperiale, la custodiscono e cercano di imporla agli alleati nella partita per l’egemonia globale che pensano giocata solo tra Oriente e Occidente, senza tener conto del fatto che stanno emergendo altri grandi soggetti”.
Per esempio?
“In questi giorni stiamo vedendo il ritorno sulla scena della grande democrazia indiana. Questo già ci dice che la situazione è assai più complessa di quanto voglia chi descrive una mera contrapposizione tra due blocchi, uno occidentale a guida americana e uno orientale a guida cinese con la Russia in condizione ancillare rispetto a Pechino. L’Europa dovrebbe essere capace, con le sue caratteristiche di potenza plurale e non imperiale, di praticare una politica altra e alta che escluda la guerra dal proprio orizzonte, si dia strumenti difensivi e non aggressivi e sia capace di proporre il metodo che ha usato con se stessa: eliminare la prospettiva della guerra attraverso l’integrazione pacifica e la conciliazione delle differenze. Un procedimento forse lento e a volte contraddittorio, che però esclude lo scontro armato dall’orizzonte…”.
E invece?
“Vedo una classe dirigente che oggi, assommando anche pezzi dei partiti che hanno costruito l’Europa in senso democratico, gli europopolari e i socialisti democratici, prende l’altra strada, quella dello scontro bellico. Questo è il problema politico. Se io mi candido da indipendente nel Pd è perché penso che si possa partecipare al dibattito politico europeo e contribuire a correggere la rotta, anche di pochi gradi ma cambiando il punto di approdo. L’Europa, oggi, non è al centro di un sistema di composizione dei conflitti ma è ridotta a seguire i carri da guerra degli altri. Lavorerò per cambiare questo, con umiltà ma anche con la consapevolezza che non c’è tempo da perdere, perché la storia va velocissima”.
Perché il tema della pace è così difficile, oggi, da far passare, anche in ambito cattolico?
“Invece devo dire che ho sentito voci variegate e tanto consenso, sia in ambito cattolico sia nella base del Pd. Voci anche di dirigenti del Pd, persone come Gianni Cuperlo, Andrea Orlando, Arturo Scotto… Interessante che ci sia ascolto per chi dice che l’Europa deve stare alla stessa altezza degli Usa e aperta al dialogo con gli altri. Questo non vuol dire armarsi come l’America, che spende 990 miliardi di dollari l’anno. Noi europei ne spendiamo 350, tutti divisi gli uni dagli altri quando potremmo fare massa critica, spendere meno e darci uno strumento militare non aggressivo e un braccio civile non violento di corpi di pace. Credo che questo ragionamento possa avere diritto di cittadinanza nel dibattito su cosa l’Europa vuol fare nel mondo di oggi per se stessa e per gli altri”.
E nel mondo cattolico propriamente detto?
“Credo che nel mondo cattolico molti la pensino così. Non mi piace citare gli esponenti di Santa Madre Chiesa nella campagna elettorale, però quando il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato di papa Francesco, esamina la “dottrina Stoltenberg” e ammonisce a fare attenzione ai passi che si intraprendono, che potrebbero farci affacciare sull’abisso, non mi pare dica cose lontane dalle preoccupazioni mie e di altri. La “dottrina Stoltenberg” prevede che l’attacco con armi atlantiche contro il territorio della Russia sia lecito e possa essere deciso anche da un singolo Stato dell’Alleanza. Questo, ovviamente, mette a rischio di ritorsione quel singolo Stato e rende anche possibile l’applicazione dell’articolo 5 del Patto Atlantico, quello che prevede la reciproca assistenza militare. Così l’iniziativa di un singolo Stato porterebbe tutta l’Alleanza alla guerra con la Russia. Sono scenari da incubo, purtroppo concreti nella crisi che stiamo vivendo in Europa”.
Da quello che dici si può dedurre che la sensibilità dei cittadini sia molto diversa da quella che sia la politica nazionale ia quella europea oggi esprimono…
“C’è un deficit impressionante di rappresentanza politica ma anche di rappresentazione mediatica, soprattutto da parte dei media tradizionali, la stampa e le grandi Tv controllate dai partiti e dai gruppi di potere. A fronte, poi, di popoli interi indignati dagli orrori della guerra, che hanno assoluta determinazione a non collaborare agli arruolamenti dei propri figli e delle proprie figlie, perché è questa la parità che abbiamo oggi, nella guerra in Ucraina come in quella in Terra Santa. È chiaro che la gente sta da un’altra parte, dalla parte delle vittime, perché nelle guerre sono tutti vittime. Lo sono gli israeliani massacrati il 7 ottobre in una caccia all’uomo di stampo nazista come i palestinesi uccisi dalla rappresaglia di un incredibile orrore che ha fatto finora 35 mila morti per mano degli israeliani. Sono vittime gli ucraini che fanno la guerra con le armi dell’Occidente come sono vittime i ragazzi russi sbattuti al fronte. Quelli che possono scappano, sia in Russia sia in Ucraina. Quando non possono scappare, gli uni e gli altri sono costretti a massacrarsi a vicenda. E molti cominciano a vedere e a capire”.
Anche il tema del lavoro ti sta a cuore. C’è chi dice che la guerra crea lavoro…
“Vorrei portare in Europa il tema del lavoro proprio collegandolo al tema della pace. Se si riesce a scongiurare l’economia di guerra si possono fare le politiche per la transizione verde, per la salute (fondamentali in un continente dove l’età media è la più alta del mondo, Giappone a parte) e per il futuro dei giovani. Mentre orientare le risorse alla produzione di armi e all’economia di guerra vuol dire orientarsi alla distrazione e alla distruzione delle risorse stesse. Economisti acuti e profondi ci hanno spiegato che imprimere una svolta ecologista alle nostre economie, cambiare paradigma, vuol dire offrire nuove possibilità sia a chi è già formato sia a uomini e donne che si stanno ancora formando. L’Europa, inoltre, indica una direzione, quella del salario minimo garantito, anche a Paesi come il nostro che non ce l’hanno. Poiché molti dei contratti in vigore non danno garanzie di quadro ma congelano dentro la precarietà, molti dei nostri giovani hanno la valigia pronta per andarsene in Paesi magari ancora più precari del nostro ma più generosi nelle retribuzioni. Ed è un vero misfatto rispetto al futuro, che un Paese in crisi demografica come il nostro si permetta di perdere altre energie, altre professionalità, altre braccia. Questo è un tema su cui l’Europa deve tenere alta l’asticella e, a cascata, produrre cambiamenti nei Paesi membri. E poi ci vuole l’unione fiscale, che è nel programma dei socialisti democratici: non puoi realizzare il reddito in un Paese e poi trasferirlo in un Paese dove si paga di meno. Se non cadiamo nell’economia di guerra possiamo fare tutto questo. Altrimenti no”.
Ti preoccupano le prospettive sovraniste e il rischio dell’astensione?
“Accanto alla torsione militare in Europa c’è la torsione a destra. Entrambe sono l’esatto contrario della politica pacifica, inclusiva e non imperiale che ha fondato e fatto crescere l’Europa. È paradossale che si pensi di dare spazio alle rivendicazioni dei singoli Stati e agli egoismi nazionali proprio mentre tutti i Paesi si riarmano ognuno per sé. Si rischia di andare ben oltre il folklore dei Paesi frugali e Paesi cicala, di quelli oculati e quelli sciuponi. Si rischia di andare a fratture vere. Qui abbiamo di fronte due destre che agiscono separatamente per colpire unite. Sappiamo che la Von Der leyen è disposta a contemplare anche una maggioranza che includa il partito della signora Meloni. Se ci fosse questa deriva l’Europa verrebbe disfatta, non cambiata. Avremmo un’Europa che forse protegge i confini ma certo non protegge i cittadini”.
