Non sarà a chi ha nel proprio bagaglio qualche lettura di Carl Schmitt, o perlomeno ha orecchiato i commenti a qualche scampolo della sua opera, che andrà ricordato quanto fondamentale sia, in politica, individuare un nemico – e farsene uno spauracchio per cercare di raccogliere attorno a sé il maggior numero di amici, sempre utili in eventuali situazioni di emergenza. Chi ha compreso e digerito quella lezione non ha dunque di che stupirsi se, dopo la fulminea e in gran parte imprevista chiusura della lunga fase del condominio bipolare del pianeta, imperniata sullo scontro a distanza tra le superpotenze sovietica e statunitense, la seconda di queste, rimasta padrona del campo, non si è accontentata di spadroneggiare in solitaria sui più diversi teatri bellici in versione “gendarme planetario”, ma ha cercato in vari modi di tenere in piedi quel mito dell’Occidente “mondo libero” che le era servito a tenere a bada i Paesi europei per più di mezzo secolo, confinandoli in una condizione di puro e semplice vassallaggio.
Smobilitare l’apparato – prima ancora simbolico che militare– con cui era stato preventivamente soffocato ogni seppur minimo tentativo, o semplice tentazione, di autonomia degli alleati (ne sa qualcosa la Francia di de Gaulle, guardata con sospetto per il rifiuto di integrare completamente la sua force de frappe nella Nato e di costruirsi un arsenale atomico indipendente) non è mai passato per la testa degli inquilini che si sono succeduti alla Casa Bianca dopo il 1989 e, soprattutto, il 1991.
In un contesto in cui il soft power si era peraltro già dimostrato più efficace della sua controparte hard per assicurare a Washington l’egemonia sulla scena internazionale, allo smantellamento del Patto di Varsavia non ha quindi corrisposto lo scioglimento, o almeno il ridimensionamento, dell’apparato strategico costituito con l’esclusivo compito di fronteggiarlo, bensì il potenziamento di quello strumento, chiamato a compiti “allargati”, con l’obiettivo di gettare le basi non più di un Secolo ma di un Millennio Americano all’insegna del rinnovato binomio Democrazie liberali versus Autocrazie.
Le avventure contro il mondo arabo
Assegnato alla Cina il ruolo di modello e spauracchio di questa seconda categoria, approntata dai think tanks neoconservatori sulla base di un restyling dell’ormai obsoleto concetto di totalitarismo, e strette le maglie del controllo della “nuova” Nato, Washington – consapevole di non poter indurre i governanti di Pechino a compiere mosse false estranee alla mentalità millenaria del loro Paese che potessero servire da pretesto per una Crociata orientale, e di doversi limitare a fare del colosso asiatico, a suon di documenti ufficiali, il suo teorico nemico principale – si è messa alla ricerca di antagonisti più abbordabili per far risuonare il grido di guerra dell’Occidente conquistatore. E in un primo momento li ha trovati nel mondo arabo, all’epoca particolarmente appetibile per le risorse petrolifere, scatenando la prima guerra del Golfo e poi sfruttando le inevitabili conseguenze di quell’avventura, prima fra tutte l’escalation del terrorismo islamista culminato nell’attacco dell’11 settembre 2001, per fabbricare un “Asse del Male” ad hoc e lanciare lo slogan del Nuovo Ordine Mondiale, a sua volta pretesto – come dimostrò la sceneggiata delle inesistenti “armi di distruzione di massa” interpretata all’Onu da Colin Powell – della demolizione dell’Iraq.
La facile vittoria su Saddam Hussein, pur essendo servita a dimostrare per l’ennesima volta, con la trovata della “coalizione dei volenterosi”, la capacità degli Usa di tenere al guinzaglio i Paesi amici, non poteva però bastare a giustificare la loro pretesa di continuare a condizionare politicamente ed economicamente a proprio vantaggio il resto del mondo “occidentale” come era accaduto dal 1945 al 1990, soprattutto in un periodo in cui, a seguito del trattato di Maastricht, la nascita dell’Unione europea faceva temere ai circoli neocons che il Vecchio Continente potesse ipotizzare, sia pure in una prospettiva di lunghissimo periodo, una propria emancipazione dalla tutela degli eredi dei Padri Fondatori. C’era perciò bisogno di rispolverare, in forma aggiornata, quella “minaccia da Est” che aveva per più di mezzo secolo cementato i vincoli transatlantici e suggestionato le pubbliche opinioni dei vari Stati europei, inclusi quelli che all’epoca figuravano come meri satelliti dell’Urss.
La scacchiera euroasiatica
Quando la funzione di fantoccio di Boris Eltsin iniziò a dimostrarsi troppo fragile per impedire alla Federazione Russa di ritornare a prendere coscienza della propria specificità storica e culturale e di opporsi alla crescente influenza dell’american way of life su una popolazione anestetizzata e resa vulnerabile da settantaquattro anni di comunismo, la ricerca del “vero” nemico riprese pertanto a guardare dalle parti di Mosca. E fu l’epoca delle “rivoluzioni colorate” tentate o realizzate con la collaborazione di strutture quali l’Open Society di George Soros, per far avanzare, nel nome degli ideali di libertà (di opinione e di mercato) e democrazia, le pedine nordamericane sulla scacchiera euroasiatica. Sperimentato con successo il meccanismo nell’ex Jugoslavia, sia pure con il decisivo apporto dei bombardamenti della Nato su Belgrado, ne seguirono le sollevazioni istigate fra il 2003 e il 2005 in Georgia, in Ucraina e in Kirghizistan e, con esiti meno fausti, in Bielorussia e in Uzbekistan. L’obiettivo apparve già allora chiarissimo: debellare, grazie all’addestramento, al finanziamento e all’appoggio logistico di minoranze estremizzate e teleguidate, l’influenza della Russia sulle scelte politiche di Paesi alleati o confinanti, farla apparire come l’ostacolo principale alla diffusione dei “valori occidentali” in masse popolari anelanti ad abbeverarsene e stringerla in un cordone sanitario, spingendo progressivamente i governanti dei regimi così conquistati ad entrare nella sfera di controllo stars and stripes attraverso la trafila adesione all’UE-adesione alla Nato.
Il progetto, ambizioso e ben congegnato, si è però scontrato con un’imprevista resistenza di forti componenti delle popolazioni in questione, che nelle tanto vantate elezioni libere si sono espresse criticamente verso i governanti insediati a seguito delle sommosse, a causa soprattutto delle prove deludenti offerte da costoro sul piano delle politiche economiche e sociali. Il peggioramento delle condizioni di vita e la scoperta dei ripetuti episodi di corruzione in cui era invischiata la classe dirigente “democratica” hanno così in breve tempo rovesciato gli equilibri graditi all’“Occidente” e portato al potere leaderships meno ostili alla Russia. È stato a quel punto che si è messa in moto la macchina della diffamazione e dell’inganno rivolta contro i capi di governo irriconoscenti di fronte ai preziosi doni ricevuti e si è aperta la raffica delle accuse: brogli, usurpazioni, interferenze degli onnipresenti hackers, repressioni, violenze, bavagli alle opposizioni. Poche e spesso dubbie le prove, ma intensissimo il fuoco di fila massmediale e quello delle dichiarazioni dei maggiorenti di Washington e Bruxelles, certamente sufficienti a radicare in ampi settori delle opinioni pubbliche euroatlantiche l’epiteto di “autocrati” assegnato agli avversari.
La voce critica del Papa
Questa strategia, che offre sempre nuovi preoccupanti riflessi tattici a chi sappia individuarla, con la reiterata negazione della volontà espressa dalle elezioni in Moldavia, in Georgia e adesso perfino – e clamorosamente – in Romania, ha avuto il suo momento culminante nel braccio di ferro inaugurato nel febbraio 2014 in Ucraina dalle manifestazioni violente dell’Euromaidan e giunto attraverso varie tappe, fra cui quella cruciale dell’attacco russo di otto anni dopo, alla situazione che abbiamo oggi sotto gli occhi. Una vicenda che, al di là del colpo di scena del recente confronto in diretta televisiva fra Trump e Zelensky, offre cospicuo materiale per rileggere in chiave attuale l’intuizione schmittiana da cui abbiamo preso le mosse e trarne alcuni preziosi insegnamenti.
Il primo di questi è che, a distanza di oltre cinquecento anni dalla stesura del Principe, la lezione di Machiavelli resta più che mai valida: l’ipocrisia, la dissimulazione, l’inganno sono elementi cardine dell’azione politica, sia all’interno di ciascuno Stato, sia – e ancor più – nei rapporti tra di essi. Fin dall’inizio, la rappresentazione delle vicende che coinvolgono l’Ucraina e la Russia in un conflitto che, qualunque ne sia l’esito, è destinato a lasciare una grave ferita aperta le due componenti del continente euroasiatico, è stata infatti improntata alla mistificazione della realtà.
Malgrado poche voci critiche, fra cui quella teoricamente molto autorevole del Papa (che aveva parlato, senza fare nomi, di coloro che avevano a lungo “abbaiato alla porta” della Russia), la narrazione ufficiale, rilanciata dalla stragrande maggioranza dei giornali, delle radio e delle reti televisive, ha puntato a far credere che l’“operazione speciale” (che continuiamo a giudicare errata) decisa da Putin fosse un’aggressione a freddo immotivata voluta da un folle dittatore ai danni di un paese pacifico e retto da regole democratiche e non l’ultimo anello di una catena di reciproci eventi ostili.
La sparizione dei “realisti”
Un’operazione programmata e voluta dalla Nato a guida nordamericana con l’obiettivo di spostare la propria presenza militare a ridosso della frontiera russa, inaugurata nel 2014 nel quadro di una espansione verso Oriente del dispositivo bellico occidentale, è diventata perciò, nel linguaggio dei commentatori allineati, nient’altro che la doverosa reazione alla minaccia di un fantomatico neo-imperialismo moscovita. E, nel surriscaldarsi dei toni, si è arrivati a favoleggiare di un Cremlino che, se non fermato sul Dniepr, si sarebbe spinto fino a Lisbona (sic), inghiottendo nelle sue fauci l’intera terraferma europea, in un remake potenziato dei progetti hitleriani di Reich millenario – un’allucinazione che ha trovato tra i suoi divulgatori persino titolari di alte cariche istituzionali.
Nel giro di pochi giorni, nel febbraio 2022, sono scomparsi dalla scena, intimiditi dal minaccioso frastuono dei cani da guardia transatlantici, quasi tutti i commentatori “realisti”, convertiti al ruolo di ragazzi del coro o additati come quinte colonne del nemico. Nessuno di loro ha avuto modo di chiedere al grande pubblico perché mai la Nato dovesse avere il diritto di avanzare ad Est e la ex superpotenza russa dovesse subire il graduale accerchiamento senza battere ciglio. Né di ricordare il precedente della crisi di Cuba, quando si rischiò una terza guerra mondiale perché gli Stati Uniti non potevano tollerare che sull’isola si installassero missili (difensivi) russi e minacciarono l’uso dell’arma atomica qualora non fossero stati ritirati, come difatti avvenne.
Un secondo insegnamento della vicenda ucraina è che, oggi, le armi più potenti per prevalere in un conflitto non sono quelle che si dispiegano sul campo di battaglia – i carri armati, gli aerei, i missili, la fanteria – ma quelle che attraversano l’etere su onde elettromagnetiche o supporti digitali. Le armi della comunicazione: la propaganda e la manipolazione.
Le ammissioni di Angela Merkel
Ci si obietterà che, se dopo tre anni l’Ucraina non si è ancora piegata alla Russia, ciò è accaduto in virtù dell’ingente sostegno militare ottenuto dagli Usa di Biden, dai paesi dell’Unione europea e dalla Gran Bretagna; e che, per converso, se i russi hanno conquistato larghe porzioni del Donbass, hanno potuto farlo per i sacrifici e la consistenza delle loro truppe. È indiscutibilmente vero. Ma il non meno rilevante scontro internazionale che aveva come posta in gioco il controllo dell’opinione pubblica si è giocato su un altro piano. Ed anche qui ha prevalso la logica dell’inganno.
Tanto il governo statunitense quanto quelli dei Paesi alleati erano, e sono, consapevoli che la tenuta del “fronte interno” occidentale è legata all’accondiscendenza dei loro governati allo status quo decretato dagli accordi di Yalta ed aggiornato (ma non ridiscusso) dopo la caduta del Muro di Berlino. Ed è per questo che, ogni qualvolta una consultazione elettorale fa balenare il rischio di un successo di partiti che potrebbero mettere in discussione anche solo parzialmente i fondamenti di quella sorta di costituzione materiale, i sistemi di allarme mediatico vengono attivati, scatta la gara alla demonizzazione e ai disturbatori viene ingiunto di allinearsi o soccombere. Un atteggiamento identico è stato assunto, con intensità crescente, da quando il golpe di palazzo anti-Yanukovich e la conseguente riappropriazione russa della Crimea hanno fatto dell’Ucraina il teatro centrale del rinnovato scontro Est/Ovest, e convincere il pubblico dei telegiornali e dei talk shows di trovarsi di fronte all’aggressione del prepotente verso l’inerme, dell’Orso assetato di sangue contro l’Agnello incolpevole, è diventato il copione obbligato di tutti i mezzi di (presunta) informazione.
Le voci dissidenti dalla versione autorizzata del conflitto sono state perciò soffocate in tutti i Paesi europei, né più né meno di quanto accadeva sul versante opposto. Tutte le notizie che potevano avere echi sgraditi sono state sottaciute. Non si è più parlato del rifiuto della popolazione di lingua e cultura russa di sottostare ai diktat dei governanti occidentalisti, né dell’espulsione di una parte significativa di essa dai territori in cui viveva a seguito della repressione militare dell’insurrezione indipendentista. Si è minimizzata l’ammissione di Angela Merkel che gli accordi di Minsk, volti a risolvere quella questione, erano stati fin dall’inizio sabotati dal Governo ucraino, dagli Usa e dalla Ue, che li consideravano un mero espediente per prendere tempo. Si è dimenticato che Zelensky aveva vinto l’elezione presidenziale perché aveva promesso di far cessare i combattimenti nel Donbass e di ristabilire rapporti amichevoli con Mosca, salvo fare poi il contrario.
Per tre anni, l’unica versione autorizzata dello scontro in atto è stata quella degli eroici difensori del Davide aggredito contro le soverchianti forze del Golia-Impero del Male. Chiunque abbia avanzato argomenti diversi è stato investito dall’accusa di essere infeudato a Putin e ai suoi malvagi disegni. Salvo qualche parziale distinguo di Viktor Orbán e Robert Fico, subito accusati di tradimento dei “valori” europei, nessun politico di un qualche rilievo ha osato sollevare obiezioni. C’è voluta la sfuriata di Trump nella Sala Ovale per far uscire allo scoperto quel non-detto che in realtà molti conoscitori della politica reale da tempo coltivavano.
Il primo a stracciare la cortina del silenzio è stato François Fillon, per cinque anni primo ministro francese durante la presidenza Sarkozy ed ancor prima ministro del Lavoro di Chirac, che in un’intervista rilasciata il 4 marzo al settimanale “Valeurs Actuelles” ha finalmente denunciato la strategia dell’inganno che avvolto la questione russo-ucraina fino ad oggi. Il diverbio fra Trump e Zelensky, ha detto, “ha il merito di mandare in frantumi le falsità che caratterizzano le analisi occidentali del conflitto”, che “avrebbe potuto essere evitato se i governanti occidentali avessero cercato di comprenderne la cause invece di drappeggiarsi nel campo del Bene”, aggiungendo che “Zelensky non è l’eroe irreprensibile magnificato dagli europei a cui procura il fremito di una battaglia per la libertà combattuta per procura”, ma un uomo che “ha la sua parte di responsabilità nello scatenamento della guerra”e oggi commette l’errore di rifiutare “di far cessare una guerra che non può vincere”. La sfuriata di Trump, ha ancora sostenuto Fillon, “non è che la versione brutale di una realtà innumerevoli volte dimostrata: l’America non ha amici” e i suoi presidenti hanno “l’uno dopo l’altro gettato benzina sul fuoco manipolando il dibattito politico in Ucraina e promettendole un’irresponsabile adesione alla Nato”. Con la conseguenza che “tutto è stato fatto per rendere definitiva la rottura con la Russia” e oggi “i russi non si aspettano più niente dall’Europa, con la quale le relazioni rimarranno permanentemente compromesse”.
La colpa di tutto ciò è, secondo l’ex primo ministro francese, nelle “inefficaci smargiassate degli europei, nell’accumulo sino all’assurdo di sanzioni, nell’inutile incriminazione di Vladimir Putin da parte della Corte internazionale di giustizia”. Errori che hanno ormai una portata strategica e proiettano ombre preoccupanti sul futuro, poiché “il problema non è capire se si ami o meno il regime russo, ma quello della relazione strategica che si deve avere con quell’immenso Paese in gran parte europeo, per assicurare la sicurezza del continente”.
Basta confrontare questa assennate parole con le improvvisate elucubrazioni di Von der Leyen sugli ottocento miliardi di euro che i membri dell’Unione europea dovrebbero sborsare, a danno delle politiche sociali a vantaggio dei propri cittadini, per potenziare le proprie dotazioni militari, o con le relazioni isteriche e con la bava alla bocca della quasi totalità dei componenti del circo mediatico-intellettuale italiano e internazionale all’indomani della sceneggiata della Casa Bianca, ben compendiate nei preventivi improperi di un Giuliano Ferrara contro i “traditori illiberali dell’Occidente” e “il ritorno della pace demoniaca”, per rendersi conto del grande inganno che i vassalli piccoli e grandi dell’imperialismo occidentale stanno perpetrando ai danni dei loro popoli. E denunciarlo con sempre maggiore forza.
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