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Politica

Marco Tarchi: le mosse di Trump in Medio Oriente e il grande abbaglio dell’Occidente

la “guerra dei dodici giorni” intrapresa da Israele contro l’Iran con il sostegno logistico, militare e politico degli Stati Uniti, ha dimostrato che, al di là di ogni retorica interessata, ancora una volta il diritto internazionale non è stato minimamente rispettato da chi se ne fa a parole assertore in tutte le sedi.

Sono bastati pochi giorni, se non poche ore – quelle che sono state necessarie ai B-2 della US Air Force per raggiungere l’Iran e scaricare il loro carico di bombe da 13 tonnellate e mezzo sui siti di arricchimento dell’uranio di Natanz e Fordow – per invertire di segno una narrazione che, sui mezzi d’informazione di almeno mezzo mondo e in molti ambienti intellettuali, imperversava quasi indisturbata da anni: quella del “declino dell’impero americano”, del ripiegamento su stesso degli States, della senilità dell’Occidente a guida Stars and Stripes, ormai incapace di tenere testa al Sud globale e di far fronte alla sfida dei Brics.

Giornali, tv e web si sono immediatamente fatti eco di questa svolta, con gli stessi toni enfatici con cui, sino al giorno precedente, avevano recitato il miserere per la decadenza del “vecchio mondo”. Emmanuel Todd è stato rimesso in soffitta assieme alle sue profezie di sventura e l’immagine del Donald Trump indeciso e irrazionale, buono solo a lanciare apocalittici proclami il lunedì per modificarli il martedì e ritirarli il mercoledì, è stata in fretta e furia sostituita con quella dello scaltro giocatore d’azzardo, capace di farsi credere perplesso e temporeggiatore ma al solo scopo di prendere di sorpresa il nemico e rifilargli il colpo del ko, come nei migliori film – di guerra, western o di gangsters, poco importa – della Hollywood di altri tempi.

Fra i commentatori più accreditati e onnipresenti si è fatto quindi strada un altro Leitmotiv, quello della nuova fase dei rapporti Est-Ovest, del rinvio di decenni dell’ascesa dell’asse Cina-Russia, del riassetto dell’ordine globale su basi più favorevoli a Washington e ai suoi alleati e sudditi. Quasi che l’ipotetico – perché non provato, malgrado le trionfali conferenze stampa – smantellamento della “minaccia” nucleare iraniana avesse, da solo, segnato una svolta epocale paragonabili alla caduta del Muro di Berlino e allo sgretolamento dell’Unione Sovietica. Uno scenario che l’autocelebrazione del presidente statunitense si sforza di accreditare a suon di post sul suo social, immediatamente ripresi dai mezzi d’informazione di tutto il mondo.

iran

Capire se le cose stiano davvero così è, ovviamente, prematuro. Di certo, al momento, è che la “guerra dei dodici giorni” intrapresa da Israele contro l’Iran con il sostegno logistico, militare e politico degli Stati Uniti, ha dimostrato che, al di là di ogni retorica interessata, ancora una volta il diritto internazionale non è stato minimamente rispettato da chi se ne fa a parole assertore in tutte le sedi, che le condanne delle aggressioni di uno Stato verso l’altro funzionano a corrente alternata, che ci sono soggetti che possono agire impunemente al di sopra di qualunque legge e che, tirando le somme, l’eterna legge della forza, nell’era della lotta delle liberaldemocrazie contro le autocrazie, continua a regnare più che mai sovrana.

E nel contempo ha ribadito, se ce ne fosse stato bisogno, che le istituzioni sovranazionali si trovano sempre più di fronte ad un bivio. Da un lato l’impotenza – che è testimoniata oggi dall’incapacità di assicurare perlomeno la distribuzione di genere di prima necessità a una popolazione stremata e quotidianamente violentata quale è quella di Gaza, e di far applicare persino dagli Stati contraenti dell’accordo, le decisioni del Tribunale penale internazionale. Dall’altro, in alcuni casi, la copertura formale delle azioni di forza condotta da una delle grandi potenze (l’oscena sceneggiata del 2003 di Colin Powell sulle inesistenti “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein è ancora impressa nella mente di chi non ha dimenticato di chi è la colpa principale dei successivi ventidue anni di catastrofi mediorientali).

Nelle irresponsabili dichiarazioni di alcuni capi di Stato e di governo europei, con in prima fila il cancelliere tedesco Merz, che si sono spinti a lodare l’azione coordinata israelo-nordamericana perché avrebbe “fatto il lavoro sporco” a vantaggio dell’intero Occidente, è emersa di fatto, seppur non dichiarata, una realtà che, a chi conserva un barlume di senso critico, è evidente da numerosi decenni: l’accettazione definitiva, da parte dell’Unione europea e dei suoi dirigenti, di una condizione di subordinazione strutturale alle volontà e ai desideri del partner d’Oltreoceano e dei suoi pretoriani. Che, come nel caso del conflitto russo-ucraino, direttamente o attraverso la Nato, le dettano l’agenda e le impongono i comportamenti da tenere, anche quando sono in palese contrasto con i suoi interessi.

Questo dato di fatto si era già manifestato in modo eclatante all’indomani del malconsigliato e sanguinoso attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, quando tutti i governi europei, con marginali sfumature, avevano sin dal primo momento approvato un diritto dello Stato ebraico alla ritorsione e alla vendetta massiccia e indiscriminata che avrebbero negato a qualsiasi altro Paese, soprattutto a quelli da loro definiti “illiberali”, ben sapendo che si sarebbe trasformato in carneficina. Ed è stato ribadito dalla sostanziale inazione dell’Unione europea di fronte alle dimensioni assunte dal sistematico massacro della popolazione civile palestinese operato dall’esercito che inalbera la bandiera con la stella di David.

Le flebili proteste verbali – e la sconfessione delle iniziative appena un po’ più audaci di Spagna e Francia, intenzionate a dare un segnale di dissenso dalla strage in atto attraverso il riconoscimento puramente formale e virtuale di un’entità politica palestinese indipendente – e il richiamo alla soluzione dei due Stati, oggi palesemente impraticabile, hanno dimostrato che tutto è lecito, in un’epoca in cui ci si riempie di continuo la bocca di “diritti umani”, a chi li calpesta godendo di una non codificata ma da tutti riconosciuta condizione di eccezionalità ed impunità e, soprattutto, della copertura della Casa Bianca e dei suoi inquilini.

Gli avvenimenti più recenti hanno ribadito questo scenario, aggiungendogli qualche particolare ancor più sconcertante. Nessuno, da questa parte del pianeta, ha avanzato obiezioni al “diritto” di uno Stato che possiede un arsenale atomico che può contare, secondo gli analisti, di uno stock compreso fra le 90 e le 200 testate operative, costruite e conservate di nascosto e senza il benché minimo controllo di agenzie internazionali, di bombardare il territorio di un altro Stato distante migliaia di chilometri, sospettato, senza prove, di voler costruire in un futuro più o meno prossimo un ordigno dello stesso tipo.

Peggio: vari governanti, a partire dal ministro della Difesa italiano, si sono affrettati ad approvare la mossa, non limitandosi alla scontata formula secondo cui “l’Iran non deve possedere l’arma atomica” ma accreditando l’insensata e inconsistente ipotesi, giudicata ridicola da tutti gli studiosi del campo, inclusi quelli di sentimenti occidentalisti, che, se nelle mani di Khamenei e accoliti fosse finita una bomba creata con l’uranio arricchito nelle centrali iraniane, non avrebbe esitato ad impiegarla immediatamente (con la certezza di essere annichilito nell’arco di un’ora o poco più dagli ordigni del nemico, come si è fatto notare da parte israeliana). E non c’è stata una voce che si sia levata, su questo versante, a mettere in dubbio la legittimità dell’atto di guerra statunitense, che anzi, nella riunione del consiglio della Nato, è stato entusiasticamente lodato, con toni che, nel caso del messaggio privato ma reso pubblico di Mark Rutte a Trump perfino il giornalismo mainstream non ha potuto non definire servili.

Trump chiede la resa incondizionata all'Iran

Quali che siano i danni effettivamente inflitti al programma nucleare iraniano, gli avvertimenti che sarebbero stati preventivamente inviati da Washington a Teheran, i toni delle telefonate di Trump a Netanyahu, gli accordi sottobanco via Doha fra i contendenti per minimizzare le proporzioni della rappresaglia sulla base Usa in Qatar e favorire una tregua, gli avvenimenti del giugno 2025 stanno a dimostrare che lo squilibrio di potenza in atto nel mondo è ben più accentuato di quanto non lo fosse nell’era dello scontro bipolare, e la pericolosità della situazione complessiva non solo non si è ridotta, ma è molto cresciuta.

Il cambio di regime in Siria, i colpi portati dal Mossad a Hezbollah in Libano, la guerra agli Houthi yemeniti e ad Hamas sono oggi spacciati dalla grancassa massmediale come altrettante premesse di una pacificazione dell’incandescente area mediorientale, e la stessa (temporanea?) rinuncia a fomentare l’abbattimento del potere teocratico e il ritorno al potere della dinastia Pahlevi a Teheran è presentata nella stessa prospettiva, che dovrebbe condurre alla firma di nuovi e più saldi “accordi di Abramo”, tendenti a fare dell’Arabia Saudita il pilastro di un meno precario equilibrio filo-occidentale. Ma che le cose stiano per prendere effettivamente questa piega è tutt’altro che sicuro.

Certo è invece che da questa guerra-lampo il ruolo di aspirante Gendarme Planetario degli Stati Uniti di America appare rilanciato e rafforzato, proprio quando a capo del governo c’è un uomo che ha riottenuto la carica che ricopre dalla promessa (fra le altre) di rinunciare alle avventure belliche dei predecessori e favorire un calo della tensione complessiva sulla scena internazionale. E che invece, da quando è stato eletto, non ha nascosto di coltivare ambizioni imperialistiche persino più estese di quelle dei presidenti degli ultimi cento anni, parlando di possibili azioni di forza per avere il controllo della Groenlandia e di desiderio di annessione di Canada, Panama e magari Messico. Pretese che sono state considerate dalla maggioranza degli osservatori come pure e semplice boutades, parti della loquela immaginifica e mistificante tipica del personaggio, bolle di sapone destinate a sgonfiarsi in fretta, ma che restano indicative di una mentalità, di una personalità e di un carattere che potrebbero riservare brutte sorprese future.

Perché, anche se è necessario fare la tara della tendenza sistematica dei populisti a “spararla grossa” e della loro coazione a produrre in continuazione fake news, e se non si può ignorare che nessun inquilino della Casa Bianca può disporre di un potere illimitato – non tanto per lo sbandierato meccanismo deiCchecks and Balances, quanto piuttosto per le potenzialità vincolanti che il Deep State, evoluzione contemporanea di quel «complesso militare-industriale» che fu a suo tempo denunciato da Eisenhower, non esiterebbe a trasformare in atti se lo giudicasse opportuno –, quella che gli studiosi della materia definiscono «variabile idiosincratica», cioè l’insieme delle caratteristiche personali di un leader può sempre, nelle decisioni di politica estera, incidere in modo cruciale.

Sarebbe quindi irragionevole dare per scontato che l’aggressività tipica del carattere di Trump sia destinata a limitarsi a scatenare guerre commerciali, per giunta soggette – come si sta vedendo in questi mesi – a ritirate non meno repentine delle precedenti avanzate, con dazi a geometria variabile e accordi prima promessi, poi negati e poi riproposti. Ad una psiche instabile come la sua, il gioco del poker (pur a lui così congeniale per via della tattica del bluff) potrebbe a un certo punto non bastare, e la condizione di semi-onnipotenza a cui crede di essere pervenuto rischia di fargli venire voglia di dettare le regole di altri giochi che reputa più lucrosi.

E non dovrebbe essere solo la Cina, che peraltro sembra saperlo fare piuttosto bene, a tenere sotto osservazione le manovre del tycoon, perché anche l’Europa, con la sua politica di sudditanza ai voleri statunitensi concretizzata prima dal sostegno incondizionato all’Ucraina e dalle autolesionistiche sanzioni alla Russia, poi dal rifiuto di sospendere la cooperazione civile e militare con Israele e dalla rinuncia a qualsiasi pressione in grado di fermare il massacro dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, quindi dall’avallo soddisfatto al bombardamento dell’Iran, infine con l’accettazione della clausola-capestro del 5% sul Pil in spese militari decisa in sede Nato, rischia di passare dal ruolo ormai a lei congeniale di burattino del Grande Fratello d’oltreoceano a quello ancora meno dignitoso di docile ausiliario nelle spedizioni punitive che il Pentagono dovesse organizzare contro qualche bersaglio insignito del titolo di “Stato canaglia”. La mancanza di qualsiasi reazione di parte europea all’ennesima pretesa di ingerenza negli affari altrui del presidente americano – la richiesta in forma di ingiunzione alla magistratura israeliana di lasciar cadere qualunque procedimento penale contro il suo amico Netanyahu – è, in quest’ottica, un altro preoccupante segnale.

Un capitolo a parte, in questa storia, spetta poi al comportamento che, di fronte al succedersi degli eventi accennati, stanno svolgendo le formazioni politiche di destra.

Gaza

Premesso che l’uso di questa parola si è talmente dilatato, negli ultimi tre decenni, da includere oggi soggetti che in precedenza si sono a lungo combattuti, e in alcuni casi continuano a farlo, così da rendere più difficoltoso di sempre tracciare un perimetro preciso dell’area che il termine dovrebbe designare, non c’è dubbio che, pur in mezzo a tanta eterogeneità, in queste occasioni i partiti che ne fanno parte si sono mossi con una spontanea sintonia. Lo hanno fatto soprattutto da questa parte dell’Oceano Atlantico, perché, paradossalmente, a dissentire dalle iniziative belliche di Trump, e in particolare dal coinvolgimento nella guerra del governo di Tel Aviv all’Iran, è stata una parte del fronte dei sostenitori di The Donald, il cosiddetto movimento Maga (Make America Great Again), che a più voci, fra cui quelle non trascurabili dell’ex conduttore di Fox News Tucker Carlson e di Steve Bannon, ha richiamato il “suo” presidente al rispetto delle promesse di non coinvolgimento in nuovi scenari bellici fatte in campagna elettorale.

Sulla sponda opposta, invece, tutto ha taciuto. O, per essere più precisi, ha accolto con un coro entusiasta tutte le ultime mosse statunitensi. Le timide resistenze che, fra molti distinguo, si erano manifestate qua e là (in Italia nella Lega, in Francia nel Rassemblement National, in Ungheria ecc.) di fronte al piano di riarmo in funzione antirussa voluto da Von der Leyen e soci, si sono dissolte come neve al sole quando in campo è entrato Israele, i cui raid assassini non hanno sollevato una sola obiezione fra conservatori, patrioti, populisti, sovranisti – tutti consegnatisi al silenzio per paura di essere bollati, sia pur strumentalmente, dal temutissimo marchio di antisemiti. Ma non c’è stato solo questo, nell’allineamento pronto, cieco e assoluto ai voleri di Washington e del suo fido alleato in Medio Oriente.

C’è stato il vero e proprio culto di Trump che, da quando il miliardario ha reso note le sue intenzioni di scendere in politica, si è sviluppato in quegli ambienti. Un culto che non ha di che stupire se riferito alle destre liberali, da sempre adoratrici dei pilastri dell’american way of life – la tirannia del mercato, il primato dell’economia sulla politica, l’individualismo, il materialismo consumistico – e subalterne ai suoi interpreti, democratici o repubblicani che fossero. Ci si sarebbe però aspettati un atteggiamento diverso da quei partiti populisti e/o sovranisti che, sia pure tramite percorsi diversi e generalmente non lineari, parevano disposti ad opporre a quel modello un altro paradigma, fatto di orgoglio nazionale, desiderio di giustizia sociale, protezione delle specifiche identità popolari, valorizzazione dei lati spirituali della persona umana. Vana speranza.

Israele e gli Hunger Games di Gaza

Tutto è cambiato quando all’orizzonte è comparso un miliardario che ha puntato sui tasti giusti – lotta all’immigrazione e alla cultura woke, opposizione all’apocalittismo di un certo ecologismo, invocazione di law and order – per ampliare il suo già cospicuo seguito a molti che, in un passato ancora recente, avevano gridato slogan contro l’imperialismo yankee in nome di un’Europa davvero autonoma dalle interferenze altrui, si erano proclamati difensori dei diritti dei popoli, avevano espresso forti dubbi, se non aperta opposizione, alle scorrerie militari targate Nato nella ex Jugoslavia, in Iraq, in Afghanistan, in Libia, e persino ipotizzato l’opportunità di smettere, dopo la caduta dell’Urss e la liquefazione del Patto di Varsavia, di mantenere in piedi il costoso carrozzone dell’Alleanza atlantica, considerato – a ragione – come il vero strumento degli Usa per imporre al Vecchio Continente la sovranità limitata di cui soffre ininterrottamente dall’indomani della seconda guerra mondiale.

L’ascesa della stella di Trump ha causato anche in queste destre un accecamento, simile a quello che colpì Saulo di Tarso sulla via di Damasco. E nel volgere di pochissimo tempo le ha indotte a modificare radicalmente interi capitoli dei loro programmi, a rovesciare posizioni consolidate, ad allinearsi supinamente ai voleri dei nuovi padroni, sperando di ottenere in cambio qualche favore e di essere accolte nei posti d’onore a tavola nei simposi in cui si cerca di decidere, o almeno influenzare, le sorti del mondo. Si è trattato, per chi si illude di raggiungere in questo modo quegli obiettivi che aveva a lungo rappresentato agli occhi dei sostenitori come un irrinunciabile punto d’onore, di un clamoroso abbaglio. Svaniti i cui effetti, il contatto con la realtà della sudditanza a poteri estranei si rivelerà duro.

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