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Crisi, declino, sconfitta, eclissi, deriva, debolezza, stanchezza, ritirata, disfatta, decadenza. È ormai in atto un saccheggio del vocabolario da parte di giornalisti, accademici e politici per descrivere, in un clima emotivo che si avvicina sempre più ai toni di uno psicodramma collettivo, la situazione in cui – a detta di costoro – si troverebbero imbrigliati l’Occidente, i suoi valori e i suoi modelli, sia istituzionale che culturale.

Mea culpa, dibattiti che assomigliano a sedute di autocoscienza e consulti per trovare un rimedio alla malattia e scongiurarne l’evoluzione in catastrofe si susseguono sui palcoscenici mediatici e su quelli intellettuali. Sembra passata un’intera epoca da quando, solo poco più di sei anni fa, sulle pagine di quotidiani, settimanali e riviste engagés, sfruttando l’occasione del centenario della pubblicazione del primo volume dell’Untergang des Abendlandes spengleriano, ci si faceva beffe delle fosche previsioni dell’eclettico pensatore prussiano, contrapponendo alla sua immagine del tramonto di una Zivilisation spiritualmente inaridita la realtà di una Kultur trionfante ed in continua espansione, veleggiante, grazie soprattutto alla spinta dell’innovazione tecnologica, verso la definitiva conquista – economica, militare, ma soprattutto psicologica – dell’egemonia planetaria. Con l’unico inconveniente dell’ancora incontrollabile variante cinese, da isolare e circoscrivere.

Che cos’è accaduto, in un così breve lasso di tempo, per trasformare gli entusiastici proclami di vittoria in sofferti piagnistei? Quali eventi hanno indotto alla drastica revisione dei giudizi di cui si fa eco un sempre più nutrito plotone di Cassandre?

ucraina

C’è chi avanza, come fattore di spiegazione onnicomprensiva, lo choc da Covid, lo smarrimento, spesso degenerato in paranoia, provocato alla base e al vertice di sistemi abituati d enumerare gli innegabili progressi compiuti dalla comunità scientifica nella prometeica lotta contro le leggi della vulnerabilità umana da un virus sconosciuto e da un’epidemia omicida. Aggiungendo al peso di quel flagello le conseguenze indotte dal tentativo di farvi fronte con il ricorso al confinamento coattivo e all’isolamento sociale, che avrebbe reso la generazione degli adolescenti più fragile ed introflessa e sprofondato quelle di età più avanzata nel culto dei social, sfogatoio dei peggiori umori ed istinti che l’umanità è in grado di secernere. Ipotesi da non scartare, ma che non tiene conto del fatto che la pandemia ha avuto, appunto, effetti sull’intero pianeta, non soltanto sui paesi legati all’asse transatlantico euroamericano.

Altre chiavi di lettura sono possibili, e alcune meritano senz’altro attenzione, a partire da quelle che si richiamano all’influenza di processi endogeni di disgregazione dei rapporti sociali e dei modi di vita tradizionali indotti dalle crescente ondate migratorie: multiculturalismo e rivendicazioni particolaristiche in stile woke sono, in questa prospettiva, gli indiziati particolari, e sarebbe difficile negare i loro effetti negativi sulla convivenza civile in molti contesti, specialmente urbani. Tuttavia, al di là di questi spunti di analisi, c’è un interrogativo che è necessario porsi: questo preteso declino dell’Occidente, al di là dei sintomi che starebbero ad attestarlo, esiste davvero? O meglio: va inteso sul serio come un morbo potenzialmente incurabile oppure ridotto a malessere passeggero? In questo secondo caso, si potrebbero dividere le letture “decliniste” del disagio occidentale in due categorie: quelle in buonafede – che meritano comunque di essere discusse – e quelle strumentali e vittimistiche, che puntano a sollevare il timore di un crollo del colosso occidentale dai presunti piedi d’argilla per rendere più efficace la chiamata a raccolta dei fedeli e ridare ulteriore fiato alla propaganda tesa a presentare l’Occidente come il migliore dei mondi possibili e le alternative al dominio di chi lo comanda, gli Stati Uniti d’America, come le incarnazioni del Male sempre in agguato contro l’impero del Bene.

A noi pare che, nelle espressioni più diffuse e “popolari”, quelle che si manifestano sotto forma di contributi giornalistici e più genericamente mediatici, sia la seconda delle opzioni che abbiamo citato a prevalere. E che il vero motivo che giustifica la loro proliferazione sia la volontà di coprire una realtà che è opposta a quella fittiziamente rappresentata: l’offensiva multilaterale che gli alfieri e le truppe dell’egemonismo occidentale stanno attualmente conducendo, con tutti gli strumenti che hanno a disposizione, contro chiunque tenta di resistere al loro progetto di omologazione planetaria alle credenze e agli interessi che sono alla base della loro visione del mondo – materialista, economicista, universalista, nemica della specificità dei popoli, delle loro culture e dei fondamenti dell’ordine naturale.

Ad indurci a questa considerazione sono una serie di dati di fatto incontestabili, che per adesso ci limitiamo a riassumere sinteticamente, in attesa di poterci ritornare sopra nel dettaglio. Il primo di questi è l’azione sul terreno prettamente militare che gli Usa e i loro ausiliari stanno conducendo nelle aree conflittualmente più calde del pianeta: il Medio Oriente e le zone poste ai confini orientali dell’Europa.

Nel primo di questi scenari, è Israele a compiere, con efficacia e solerzia, il lavoro sporco. Con un obiettivo che era evidente sin dal giorno successivo al brutale e controproducente attacco di Hamas del 7 ottobre 2023: l’espulsione della popolazione palestinese dal territorio dove affondano da millenni le sue radici. Una pulizia etnica associata ad un massacro dei residenti, di cui le 46.000 vittime, nella stragrande maggioranza civili, offrono un’inconfutabile testimonianza. Le parole di Trump nell’incontro con Netanyahu del 4 gennaio 2025, dopo il sostegno in armi e munizioni che Biden non ha mai interrotto, confermano la piena corresponsabilità di Washington in questo piano con un cinismo di cui non si può che essere grati all’inquilino della Casa Bianca. Chi bollava come fake news le notizie sulle agenzie immobiliari israeliane che fin da subito prospettavano ai clienti l’acquisto di terreni e ville con vista mare a Gaza è infatti sbugiardato dall’annuncio che gli Stati Uniti intendono assumere il controllo della striscia ed espellere in blocco i palestinesi in Egitto e Giordania, per fare della landa oggi desolata (con il 60% delle abitazioni distrutte e un altro 25% gravemente danneggiate) “la Riviera del Medio Oriente”. Come espressione di “indebolimento” del fronte occidentale nei confronti dei nemici arabi, non c’è male.

Non molto diversamente vanno le cose sul versante della guerra russo-ucraina, salvo il fatto che in questo caso l’immane sostegno economico e militare degli Usa e dell’Unione europea non può giungere agli stessi risultati, data la diversa caratura dell’avversario – che comunque paga il fio di un grave iniziale errore tattico-strategico. Camuffato da azione difensiva, il conflitto innescato sin dal 2014 da Stati Uniti e Nato contro la Russia, quale che ne sia il provvisorio esito sul campo, ha già raggiunto alcuni dei suoi obiettivi, e non dei minori: eccitato le opinioni pubbliche di vari paesi europei contro l’“orso” moscovita, divulgato l’infondata leggenda delle sue mire espansioniste nel Vecchio Continente (chi può dimenticare il «vuole arrivare fino a Lisbona» dei più ottusi pasdaran dell’occidentalismo?), reciso molti dei legami economici fra paesi europei e Russia e indotto Stati a lungo neutrali a schierarsi nei ranghi atlantisti. Anche su questo fronte, il “gendarme planetario” è tutt’altro che in ripiegamento.

Anche a lasciar da parte, per ora, altri scenari fondamentali come quelli africano, est-asiatico e sudamericano, dove la partita tra gli Usa e la Cina, da tempo designata come nemico principale dalle amministrazioni succedutesi alla Casa Bianca, va progressivamente surriscaldandosi, c’è un terzo ambito in cui l’aggressività dell’Occidente sta salendo di toni: quello europeo. Dove, per il momento, i colpi più duri vengono sferrati ad Est, in probabile attesa di rimbalzi anche a diverse longitudini. Qui la strategia seguita è duplice. Da un lato si punta ad ingigantire la or ora ricordata “minaccia” russa con uno stillicidio di colpi mediatici parossistici – i servizi segreti inglesi che profetizzano una “campagna di sabotaggio incredibilmente sconsiderata [sic]” ordita dal Cremlino; il capo di Stato maggiore francese che paventa una prossima guerra sul territorio dell’Esagono; il premier polacco Tusk, sempre all’avanguardia in queste provocazioni, che accusa la Russia di “pianificare atti di terrore aereo”; i giornali che favoleggiano di armate di congolesi e nepalesi (oltre che di nordcoreani) nel Kursk… Dall’altro lato si sferrano attacchi alle elementari leggi della democrazia ovunque i risultati elettorali non diano gli esiti auspicati e ferreamente perseguiti. Così, se ci si accontenta di averla scampata per il rotto della cuffia in Moldavia, si passa all’attacco in Georgia e in Slovacchia, sobillando le piazze e sostenendo economicamente gruppi di protesta per negare il responso delle urne (che, va da sé, è truccato quando vincono “loro”, limpido quando vinciamo “noi”). E si arriva addirittura ad annullare il decisivo turno di ballottaggio di una elezione presidenziale in Romania, visto l’incolmabile vantaggio nei sondaggi del candidato cattivo e sbagliato (“filorusso” e “populista”) Calin Georgescu, usando una Corte costituzionale che è in gran parte di nomina politica “amica” e sollevando il risibile pretesto dell’eccesso di messaggi pubblicitari a favore del reprobo comparsi durante il periodo di campagna su TikTok. Al di là degli aspetti grotteschi della vicenda, sulla quale ritorneremo, che tanto ricorda la celebre battuta sul pugile che si lamenta con l’arbitro perché l’avversario, spostandosi, gli impedisce di colpirlo, basta quest’ultima vicenda per dimostrare di che pasta sono fatti i richiami dei tanti intellettuali allineati e coperti sulla superiorità morale dei valori liberali su quelli dei loro critici.

Potremmo proseguire, data l’abbondanza di materiale sullo stato di comprovata salute delle mire imperialistiche statunitensi e sull’azione dei vassalli europei e di altri continenti (faremmo un torto a Milei se non lo includessimo nel novero) che le sostengono che le cronache quotidianamente ci forniscono, soprattutto da quando Donald Trump ha cominciato a svolgere il suo ruolo di infaticabile esternatore, con gli appetiti e le minacce su Groenlandia, canale di Panama, Canada, Messico o con l’inarrestabile smascheramento, ora che non può essere più negata l’avanzata sempre più in profondità delle forze russe nel Donbass, del profluvio di menzogne sostenute dai media dei paesi “liberi” per quasi due anni a sostegno di Zelensky, accreditandogli inesistenti successi sui campi di battaglia per sostenerne la traballante popolarità. Ma preferiamo fermarci, provvisoriamente, qui, per dare tempo e modo a chi ci legge di riflettere sul quesito che abbiamo posto all’inizio, e giudicare autonomamente se quella di un Occidente in ritirata, incalzato dai nemici e generosamente disposto a sacrificarsi per difendere la libertà da chi la insidia sia un’immagine realistica oppure una finzione utile a coprire una ben diversa realtà.

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