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Politica

Marco Tarchi: Donald Trump o la diplomazia del bastone

Donald Trump agisce in politica estera principalmente per interessi economici mentre l’Europa rimane passiva e vassalla.

Guerrafondaio commerciale? La formula brillantemente coniata da Alain de Benoist riecheggia, in sostanza, nelle argomentazioni avanzate da gran parte dei commentatori per spiegare il senso dei comportamenti che Donald Trump sta assumendo ormai da tempo sullo scenario internazionale.

Per trovare una motivazione ai suoi irrefrenabili e paradossali appetiti sulla Groenlandia, che pare assurta per lui a un’ossessione, si cita il più delle volte la ricchezza delle terre rare celate sotto il permafrost della “terra verde”, e la questione del rilievo strategico dell’isola, della sua crucialità per il controllo delle rotte artiche, viene chiamata in causa solo di rincalzo.

Anche i persistenti e petulanti riferimenti a una presunta necessità del possesso del territorio per motivi di “sicurezza nazionale” non sono presi troppo sul serio, visto anche che i governi di tutti i Paesi del Nord Europa hanno assicurato, in coro, che nella zona bramata dal tycoon non si segnalano presenze di navi russe o cinesi e neppure investimenti economici, trivellazioni o altre forme di interferenza diretta da parte del paese del dragone.

Il mantra del “ci serve” che l’attuale inquilino della Casa Bianca non si stanca di recitare in ogni occasione viene quindi interpretato in chiave principalmente, se non esclusivamente, economica.

Nemmeno l’atto di pirateria commesso ai danni di Nicolás Maduro sfugge alla regola di questa classificazione, e del resto chi lo ha ordinato è il primo a voler accreditare il movente commerciale dell’azione compiuta, quando afferma che il petrolio venezuelano è stato “rubato” agli Stati Uniti a seguito della nazionalizzazione voluta da Hugo Chávez e deve quindi ad essi ritornare per il tramite delle compagnie made in Usa che lo estrarranno, lo raffineranno e lo distribuiranno a vantaggio prima di tutto proprio e poi del loro paese.

Dichiarazione che, fra l’altro, vanifica il pretesto con cui erano stati giustificati i numerosi mortali attacchi delle settimane precedenti a mezzi nautici di vario tipo, accusati di fare da veicolo all’esportazione di droga: del narcotraffico e dei suoi danni sui giovani yankee, a presidente venezuelano rapito e incarcerato, non si fa più cenno, tanto più che la giustizia nordamericana ammette che dell’esistenza del “cartello Maduro” di cui si era vociferato non c’è prova né traccia.

Sotto la stessa voce “avidità economica” vengono rubricate molte altre esternazioni trumpiane, fra le più recenti quelle connesse alle minacce rivolte a Cuba, dato che non vi si parla di invasioni in nome del ritorno alla libertà, in stile remake del kennedyano sbarco nella Baia dei Porci, ma di “accordi” che dovrebbero essere sottoscritti al più presto dai governanti dell’isola caraibica, onde evitare blocchi navali o altri atti di aperta ostilità, al fine di sostituire alle forniture gratuite o a basso costo di petrolio ed altri generi essenziali sin qui garantite dal regime venezuelano con merci equivalenti ma procurate onerosamente dagli States.

E sono ancora vividi nella memoria di chi non dimentica lo strazio della popolazione palestinese il video generato dall’intelligenza artificiale con cui l’idolo del popolo dei Maga profetizzava la futura metamorfosi di Gaza in riviera della sponda sud del Mediterraneo e, soprattutto, i lucrosi concreti piani di costruzione di villaggi turistici nella terra martoriata del genero Kushner, di Tony Blair e di altri personaggi legati all’amministrazione di Washington e/o ad Israele.

Inquadrato in questa prospettiva, persino l’appoggio alla politica di sterminio condotta da Netanyahu e complici ai danni della popolazione civile celerebbe motivi di interesse economico. Quegli stessi su cui, ad avviso degli stessi osservatori, poggerebbe la sempre più evidente – e del resto tutt’altro che negata – riesumazione della dottrina Monroe del “cortile di casa”.

Sarebbe insensato negare la consistenza degli argomenti che sorreggono questa tesi, alla quale lo stesso Trump ha fornito legittimazione quando ha fatto dell’imposizione di dazi all’importazione di merci da tutti gli altri paesi il primo atto qualificante del suo secondo mandato, o quando, poco più tardi, ha condizionato la prosecuzione di forniture militari all’Ucraina alla sottoscrizione di un accordo di sfruttamento futuro delle risorse naturali del paese una volta ripristinata la pace.

Ma questo aspetto di quella che ormai si comincia a definire “dottrina Donroe” ne esaurisce davvero la portata? E le uniche guerre che ci si può aspettare di veder scoppiare nei prossimi tre anni della sua gestione sono quelle legate al – e determinate dal – dominio dei mercati internazionali e dalle preoccupazioni di risanamento del bilancio interno? Ci sia quantomeno concesso di dubitarne.

L’ipotesi che l’unica ambizione sottostante allo slogan del Make America great again sia il rilancio dell’economia di un Paese che ha sofferto troppo pesantemente di processi di deindustrializzazione e di endemici squilibri del rapporto import/export non rende ragione di molti, troppi atteggiamenti borderline adottati da Donald Trump in materia di politica estera.

C’è chi tende ad attribuirne le cause agli squilibri psicologici del soggetto, e non vi è dubbio che alcune palesi connotazioni della sua personalità – narcisista, megalomane, arrogante, cinico, avido, sbruffone, mentitore seriale – possano spingere in questa direzione, ma dietro al versante idiosincratico (che, come spiegano i manuali di scienza politica, ha sempre esercitato un ruolo significativo nell’ambito delle relazioni internazionali) c’è, con ogni probabilità, una serie di altri motivi dietro la direzione da lui impressa all’azione statunitense in questo campo, con un netto voltafaccia rispetto alle promesse di ritorno all’isolazionismo fatte agli elettori durante la campagna che lo ha riportato alla presidenza.

E alcune delle sue mosse più recenti, a partire dagli incitamenti indirizzati ai protagonisti delle rivolte iraniane, conditi dalle minacce di un intervento militare diretto, stanno a dimostrarlo.

Usa

Che Trump abbia deciso di modificare la linea strategica adottata dalle precedenti amministrazioni Usa per riconfermare il ruolo egemonico del paese che pretende di essere guidato dal messianico “destino manifesto”, puntando decisamente sull’hard power anche a costo di indebolire l’attrattiva di quel soft power da american dream che tanto aveva pesato nei decenni precedenti, liquidando bruscamente le ipocrite motivazioni umanitarie delle azioni belliche passate e la pretesa di ergersi a guida della crociata universale del “mondo libero” contro il despotismo, è un dato innegabile.

Lo si è visto con il trattamento riservato prima a Zelensky e poi a Corina Machado e nella diffidenza nei confronti del figlio dell’ex imperatore persiano, ansioso di passare dall’esilio al trono. Così come è altrettanto evidente, e persino sfacciata, la sua parallela indifferenza ai principi e alle prescrizioni del diritto internazionale, che lo sta rendendo un campione del realismo più spregiudicato e gli vale per questo l’ammirazione, dichiarata o celata, di tutta la destra mondiale. Resta però da capire se a muoverlo a queste scelte sia solo l’obiettivo della riaffermazione del primato economico-finanziario planetario, sempre più insidiato dall’ascesa cinese, o uno scopo di portata più ampia.

Non sappiamo, nel momento in cui scriviamo queste righe, se lo spostamento della portaerei Lincoln dal Mar Cinese meridionale al Golfo persico preluda a un passaggio dalle parole ai fatti nei confronti del regime di Teheran. Di sicuro, se gli Usa decidessero di giocare questa pedina, con il rischio di aggravare ulteriormente l’instabilità dell’area, sarebbe impossibile continuare a coltivare dubbi sul loro intento di modificare radicalmente gli attuali equilibri geopolitici.

L’attivismo di cui essi hanno dato prove ripetute sul quadrante mediorientale nell’ultimo anno, puntando a fare del nuovo governo siriano un alleato e consentendo ad Israele di fare un consistente passo avanti nel progetto di espulsione della popolazione autoctona dalla Palestina, induce piuttosto a pensare che Trump, o più realisticamente qualcuno dei suoi consiglieri di formazione neoconservatrice, abbia deciso di allargare il terreno dello scontro con la Cina – il vero ed unico nemico principale degli Usa ormai da decenni – all’intero scenario planetario.

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C’è chi, pur non coltivando simpatie per il Grande Fratello d’oltreoceano, ne accoglie con favore il nuovo approccio, sostenendo che la franchezza spesso spinta fino alla brutalità di Donald Trump alza finalmente il sipario intessuto di retorica e manipolazioni dietro il quale gli Stati Uniti hanno, da oltre due secoli, nascosto le loro reali intenzioni imperialistiche, come fecero appunto per bocca di Monroe, quando la volontà di colonizzare i Paesi del centro e Sud America da poco approdati all’indipendenza venne spacciata per riflesso difensivo contro le interferenze europee, o del primo Roosevelt, Theodore, che ai primi del Novecento proclamò, sempre in funzione antieuropea, la necessità di «interventi di polizia internazionale» per arginare «comportamenti cronici sbagliati nel continente americano». È una posizione che ha una sua logica, ma non può portare, nell’attuale contesto internazionale, ad alcun esito positivo.

Mettere allo scoperto il vero volto dell’americanismo, il suo carattere aggressivo e immorale, serve infatti a ben poco se chi dovrebbe trarre spunto da questa visione per trovare la forza di uno scatto d’orgoglio ed iniziare a pensare seriamente a liberarsi del condizionamento degli States imbocca la strada opposta, cercando il modo più adatto per non dispiacere allo “storico alleato”. Ed è questo lo spettacolo deprimente che l’Unione europea ha offerto al mondo da quando il nuovo esecutivo di Washington ha iniziato ad esprimerle apertamente il suo (non immotivato) disprezzo.

Di fronte al j’accuse pronunciato da J.D. Vance a Berlino, che le ha rimproverato di aver sostituito la libertà di pensiero con il culto dell’ideologia woke, si è chiusa in un attonito silenzio. Quando è stata investita da una raffica di dazi per ostacolarne le esportazioni, si è recata in comitiva alla corte di Trump in un plateale gesto di vassallaggio per implorarne la benevolenza, ammainando in fretta e furia le iniziali velleità di contromisure compensative.

E nemmeno la prospettiva di vedersi amputata di una propaggine del proprio territorio le ha ispirato una credibile indignazione, se è vero che l’unica voce di decisa ripulsa dell’ipotesi di un controllo extraeuropeo sulla sua terra è stata quella dell’Alto commissario groenlandese e persino la simbolica operazione coordinata di un ristretto contingente di militari di alcuni paesi dell’Unione è stata presentata immediatamente non come un segnale di dissuasione o un atto di difesa preventiva in caso di invasione, ma come un gesto di buona volontà nei confronti dei potenziali invasori, volto a rassicurarli sulla disponibilità ad essere sempre e comunque al loro fianco, sperando di continuare ad essere almeno accettato in questo ruolo di retroguardia ausiliaria.

Stando così le cose, è inutile sperare che dal trionfale ritorno sulla scena della Big stick diplomacy possa scaturire un soprassalto di dignità da parte del Vecchio continente, troppo immedesimatosi, ormai, nella parte del fedele esecutore di ordini altrui, come dimostra il cocciuto e insensato sforzo di riarmo che Washington ha voluto soltanto per rimpinguare le già ricche casse della sua industria bellica. Se qualcuno ci libererà in futuro dal ritorno dell’era del Gendarme planetario che tanti danni fece nell’era del New World Order di George W. Bush e dei suoi neo-con, non sarà certo da Bruxelles che avrà mosso i suoi passi.

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