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A pochi giorni dal colpo di Stato di Juan Guaidó, che si è autoproclamato Presidente del Venezuela sfidando la legittimità, certamente non granitica, di Nicolas Maduro, si cominciano a intravedere in filigrana gli equilibri di potere che hanno portato l’amministrazione Trump a riconoscere immediatamente il giovane Presidente dell’Assemblea Nazionale come leader della Repubblica Bolivariana, innescando un effetto domino che ha compattato il fronte filo-statunitense dell’America Latina (capeggiato dal Brasile di Jair Bolsonaro) e spaccato il Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Tutti gli indizi portano al Senatore della Florida ed ex candidato alla nomination repubblicana per la Casa Bianca Marco Rubio come principale ispiratore della mossa di Donald Trump.

Rubio, 47enne esponente della comunità cubano-americana che è un’importante riserva di voti per i repubblicani e Senatore della Florida dal 2011, è stato infatti in prima linea nel guidare gli sforzi degli Usa di Trump in America Latina in una fase storica che ha visto, di recente, l’appannamento dell’influenza di Washington nell’ex “cortile di casa”. Rubio, scrive Alainet, è il “principale consigliere di Trump” per quanto riguarda l’America Latina e già in passato ha indicato quali fossero le linee guida per il ristabilimento dell’influenza di Washington nella regione, fondate su due pilastri: da un lato l’appoggio ai movimenti pentecostali, agli adepti del “Vangelo della prosperità” che hanno contribuito con forza al successo di Macrì in Argentina e Bolsonaro in Brasile, nonché dei nuovi governi di El Salvador e Guatemala, e supportato una svolta filo-statunitense in politica estera; dall’altro, il contrasto netto ai governi più irriducibili nei confronti degli Stati Uniti.

Ovvero, in ultima istanza, Cuba e Venezuela. Rubio ha operato una forte pressione sull’amministrazione Trump, e sui suoi Segretari di Stato Rex Tillerson e Mike Pompeo, per ribaltare la politica di Obama di apertura al governo castrista dell’Avana e per proseguire la linea dura contro Maduro, iniziata nel 2013 con il disconoscimento di fatto della prima elezione di Maduro, avvenuta al contrario della successiva senza riscontrabili violazioni procedurali o frodi. Nel febbraio 2018, Rubio è arrivato via Twitter a invitare i militari venezuelani al colpo di Stato. Ora, la mano di Rubio dietro le azioni degli Stati Uniti in Venezuela e le iniziative del “burattino” Guaidò sono riscontrabili dalla retorica sciorinata dall’aspirante Presidente, che proprio sui militari pro-Maduro ha concentrato tutti i suoi sforzi per consolidare la sua posizione.

Ci sarebbe lo zampino di Rubio, secondo Repubblica, “nella spallata che arriva dall’America alla compattezza di quell’esercito che ancora tiene al potere Nicolas Maduro. Il video dove il colonnello José Luis Silva, addetto militare dell’ ambasciata venezuelana di Washington, riconosce Guaidó come «unico presidente legittimo» è stato postato per primo sul sito del giornale conservatore della Florida El Nuevo Herald, fratello in lingua spagnola di quel Miami Herald vicino a Rubio”. E arriva proprio mentre Guaidó offre l’amnistia ai militari disposti a passare “dalla parte del popolo” , eufemismo che nasconde le implicazioni più importanti della politica statunitense in Venezuela. E si accompagna al rifiuto di ogni minimo spazio di compromesso da parte del Presidente riconosciuto dagli Stati Uniti, che ha negato anche la saggia iniziativa proposta dal Messico e dall’Uruguay.

In questo contesto, il ruolo del Miami Herald è palese: gli articoli del quotidiano del Sud della Florida spingono fortemente la linea propugnata da Rubio, soprattutto nell’invito ai militari venezuelani alla rivolta contro Maduro. E l’editoriale con cui l’Herald segnala che dietro Guaidó vi sono “non Rubio e Trump”, ma i cittadini venezuelani appare un tentativo di excusatio non petita che difficilmente fuga i sospetti di un coinvolgimento diretto del Senatore. Intento in questo modo a rafforzare la posizione di Washington agli occhi dei governi latinoamericani amici e a rafforzare la pressione su quelli rivali. Ma anche a coltivare la sua base politica in Florida e nella diaspora venezuelana che, in aggiunta a quella cubana, gli fornisce un punto di partenza importante per coltivare future ambizioni. Non ultima la Casa Bianca per cui Rubio, in prospettiva, data la giovane età appare un potenziale candidato da non escludere.