Marco Rubio, l’Occidente dopo Gaza

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Il genocidio di Gaza è una voragine. Ha fagocitato pezzo a pezzo “il mondo di ieri”. Ventotto mesi di crudeltà e sofferenza hanno dimostrato che la vita umana può non valere nulla. In tanti se ne sono accorti solo quando questo nulla ha cominciato a corrodere leggi, prassi, istituzioni. In sostanza, quando Donald Trump si è scagliato contro i pilastri della nostra democrazia. Ma l’origine è lì, nella mattanza di Gaza. Se diventa così esplicito – in piena luce, giorno dopo giorno – che la vita umana non ha valore, come possono averlo gli apparati che sono chiamati a rappresentarla, organizzarla, tutelarla?

Si è aperta una voragine di senso che dà quasi le vertigini. Ricordo un titolo del Corriere della Sera dei primi mesi della mattanza. A Gaza erano già stati uccisi oltre ventimila palestinesi, e il primo quotidiano italiano riferiva di un’imboscata subita da un drappello di soldati israeliani. Una brutta notizia in un mare di notizie terribili. Ma era il titolo a segnare uno spartiacque.

Almeno per me: “Giornata di sangue nella Striscia: Hamas uccide 24 soldati israeliani”. Quello stesso giorno erano stati uccisi 210 palestinesi, ma fosse stato per loro la giornata non sarebbe stata di sangue. Mi ricordo il senso di sgomento, se non di vero e proprio tradimento provato a leggere quel titolo: queste parole non appartengono al mondo in cui sono cresciuto, vissuto e invecchiato. Sono davvero un’altra cosa. Fino a ieri era pacifico che almeno a parole eravamo tutti uguali, e oggi il Corriere mette nero su bianco che c’è sangue e sangue, vita e vita, dolore e dolore. Ma come fanno a pensarla così? Chi sono, da dove vengono, dove si nascondevano fino ad ora?



Ho ripensato a quel titolo – e a questi due anni di serena accettazione del dolore altrui da parte di tanta parte del nostro establishment politico e mediatico – ascoltando il discorso di Marco Rubio alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera. La mattanza di Gaza ha avuto due distinti cori di accompagnamento: la monodia suprematista di tanti politici, militari, opinion maker e cittadini comuni israeliani; e il borbottio ipocrita di chi, soprattutto in Occidente, preferisce non vedere, fa finta di non capire, sceglie di non parlare. Ma se il suprematismo è un disvalore, l’ipocrisia è il nulla. Se il primo è l’approdo di una società intossicata di violenza, la seconda mina la realtà stessa in cui vorrebbe affermarsi. A furia di menzogne, si finisce per non esistere.

Chi parla di diritti umani universali senza mai ribellarsi a un genocidio compiuto in pieno giorno, si condanna al grottesco, all’irrilevanza, se non all’inesistenza. Da ventotto mesi viviamo immersi in quest’ipocrisia. Siamo chiamati ad accettare i massacri di un paese alleato, senza che nessuno rivendichi esplicitamente che – quando non siamo noi – gli essere umani sono sacrificabili a migliaia. Si va avanti senza dirlo, ipocritamente sperando che la nottata passi da sola. Ma l’ipocrisia è appunto un vuoto, Che chiama il pieno, e prima o poi lo impone. 

Il discorso di Marco Rubio è il pieno che arriva dopo ventotto mesi di giornate di sangue senza importanza. Il Segretario di Stato americano spazza via ogni ipocrisia, e ci dice che c’è sangue e sangue. Che c’è l’Occidente e c’è il resto del mondo. Fantasticavamo di essere diventati uno scrigno di buone pratiche a disposizione di tutti. Scopriamo di essere rimasti il solito, eterno apparato di potere pronto a ogni aggressione. Ci illudevamo di esserci lasciati alle spalle cinquecento anni di “missionari, pellegrini, soldati, esploratori che dalle nostre coste hanno attraversato gli oceani, popolato nuovi continenti e costruito vasti imperi in tutto il mondo”.

Capiamo che i nuovi leader di Washington guardano con fattiva nostalgia a quelle imprese coloniali. Il periodo nero, quello cui deve andare la damnatio memoriae, non sono i secoli delle conquiste a fil di spada, ma i decenni che hanno visto “il declino terminale degli imperi occidentali, accelerato dalle rivoluzioni comuniste e le ribellioni anticoloniali”. L’età dell’oro non è quella che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, ha donato a noi democrazia e benessere, e all’umanità leggi, diritti e istituzioni universali, ma quella che per secoli ha messo il mondo a ferro e fuoco in nome della supremazia d’Occidente.

Rubio ama i soldati che si impadroniscono di terre altrui, non gli imperi che se ne ritraggono a furor di popolo. Nella sua visione sfrontatamente imperialista, il sangue torna ad avere una gerarchia perché è tornato l’Occidente che gerarchizza il mondo. Non quello ipocrita che si benda gli occhi di fronte ai massacri farneticando di ”unica democrazia del Medio Oriente”. Ma quello che i massacri li rivendica in nome della comune, gloriosa eredità di dominio, potere e sfruttamento. Da Leopoldo II a Netanyahu, e un domani, dio non voglia, a Marco Rubio, la formula è sempre la stessa: civiltà per noi, genocidio per chi si mette di mezzo.

Sono più di due anni che i nostri governi e i nostri media mainstream praticano un racconto razzista dei massacri, un’acquiescenza razzista con i colpevoli, un’indifferenza razzista per le vittime. È il razzismo dei doppi standard che distingue tra bambino e bambino, ostaggio e ostaggio, sangue e sangue, sofferenza e sofferenza, crudeltà e crudeltà. Sembrava confinato a Gaza, ma l’abitudine all’orrore lo spinge fino a Monaco, dove Marco Rubio esalta cinque secoli di esplorazioni, stragi, conversioni e conquiste, invitando l’Occidente a ridiventare la potenza egemone del pianeta: “L’ordine globale non può più avere la precedenza sugli interessi dei nostri popoli e delle nostre nazioni”. Si chiarisce così che sovranismo non vuole dire dedicarsi al proprio orticello. Vuole dire trattare ogni orticello altrui potenzialmente come proprio.

Ma se l’obiettivo è la reconquista del mondo da parte dell’Occidente, un’adeguata dose di razzismo è quasi inevitabile. Il magnifico ultimo libro del libanese Amin Maalouf (“Il labirinto degli smarriti”, Nave di Teseo, 2024) ricorda che alla conferenza di pace di Parigi del 1919, la delegazione giapponese fece una semplice richiesta. Allora i nipponici sedevano dalla parte dei vincitori, e, forti del loro contributo alla sconfitta degli imperi centrali, chiesero che nello statuto della futura Società delle Nazioni fosse inserita una “clausola di uguaglianza di tutte le razze”. Gli alleati occidentali si opposero risolutamente, perché sembrava davvero troppo prevedere l’uguaglianza non già tra bianchi europei ma tra colorati cittadini dei cinque continenti. Era il 1919, e fino a ieri sembrava un secolo fa. Poi il genocidio ha cambiato tutto.

La violenza contro gli animali umani massacrati in diretta streaming per oltre due anni ha spalancato le porte al razzismo di ritorno: siamo tornati dov’eravamo al tempo delle guerre coloniali. Marco Rubio incita l’Occidente a riprendere lo scettro (dominance) che gli spetta. Non ci sono nazioni unite, non ci sono diritti universali. C’è l’Occidente che non ha più intenzione di “considerarsi una civiltà tra le tante, né di chiedere permesso prima di agire”. Senza Gaza tutto questo non sarebbe possibile. Per ventotto mesi abbiamo tollerato, armato, incoraggiato e protetto i colonnelli Kurtz israeliani che volevano “sterminare quelle bestie”. Ora siamo pronti ad accogliere l’invito americano a replicare le pagine più sanguinose della nostra storia. A Monaco il discorso di Marco Rubio è stato accolto da una fragorosa standing ovation. Ad applaudirlo, l’élite politica, economica e militare della vecchia Europa. Che tristezza.