Il voto delle elezioni europee è stato, su certi punti di vista, paradossale: a Strasburgo la maggioranza resta in mano al fronte formato da Popolari, Socialisti e liberali di Renew Europe che sosteneva Ursula von der Leyen. Ma i riflessi politici internazionali di questo voto non sono stati secondari. Lo si è visto dal momento dell’annuncio dei risultati, soprattutto in Germania e Francia. E sotto la superficie anche Marcello Foa, giornalista, esperto di politica internazionale e conduttore di Giù la maschera, invita a vedere i movimenti politici che si preparano dialogando con InsideOver.
Foa, come sono andate le Europee a suo avviso?
“In una definizione si potrebbero definire delle elezioni paradossali. Questo perché il voto europeo si presta a una duplice chiave di lettura. Sulla carta, vediamo che nell’Europarlamento le previsioni di una conferma della maggioranza pre-elezioni sono state rispettate. Ppe, Pse e Renew, sommati, hanno oltre 400 seggi a fronte di una maggioranza necessaria di 360 seggi. Dall’altro, però, è impossibile ignorare il dato di Francia e Germania”.
Cosa ci dicono le bocciature elettorali di Scholz e Macron?
“Ci parlano di un duo di testa dell’Europa che si trova in una grave crisi di identità. Chi osservava attentamente le dinamiche politiche a Parigi e Berlino di questo si era reso conto da tempo: Francia e Germania vivono da anni una situazione di crisi politica, crisi economica particolarmente acuita nel caso tedesco e divergenza tra centro e periferia. E gli esiti delle elezioni, che hanno sonoramente punito i due leader, confermano la disaffezione dei Paesi nei loro confronti”.
Ci saranno ripercussioni europee?
“Questo è un dato di fatto da osservare, perché la crisi di due Paesi leader in Europa frammentata non può affatto essere ignorata. Scholz appare profondamente depotenziato, mentre Macron giocandosi il tutto per tutto ha chiamato elezioni anticipate in Francia per rinnovare il Parlamento. Sarà una fase critica per Parigi e Berlino tutta da osservare”.
Ora si dovrà capire chi guiderà l’Unione Europea. Che scenari si aprono?
“E qua si aggiunge un altro elemento di complessità. L’incrocio tra Europarlamento e Consiglio. Mi spiego: l’Europa, dietro l’apparente stabilità, vive una fase di frammentazione politica. Basti pensare a un dato: il vero vincitore di queste elezioni europee è il Partito Popolare Europeo, che guadagna seggi. Ma molto nella spartizione delle cariche apicali è legate alle dinamiche che coinvolgono l’assemblea dei capi di Stato e di governo, cioè il Consiglio”.
E nel Consiglio i popolari sono meno rappresentati: i principali Paesi che guidano sono Polonia e Grecia…
“Esatto. Questo demanderà molte delle discussioni sui temi ai dialoghi politici che si creeranno a livello di Consiglio Europeo tra i leader e nel Parlamento europeo tra i partiti. Un dato da evidenziare è che tra i principali governi europei tengono solo, elettoralmente, a sinistra quello spagnolo di Pedro Sanchez e a destra quello italiano di Giorgia Meloni. E anche queste dinamiche dovranno esser tenute in considerazione nelle trattative”.
Avanzano i Popolari, tengono con qualche lieve calo i socialisti, crescono ma non dilagano le destre radicali. Due gli sconfitti in Europa: i liberali da un lato e, al netto del dato italiano, i partiti verdi. Cosa ci raccontano questi risultati?
“Sul fronte dei Verdi, si parla di una ridotta condivisione della risposta politica che è stata data alla sfida ambientale che anni fa aveva premiato gli ecologisti. La svolta del Green Deal di cui i Verdi si sono fatti portavoce, insomma, non convince l’elettorato. Mostrando quanto spesso le priorità delle élite e quelle dei popoli divergano. Discorso simile per lo scollamento tra élite e popolazioni che mostra il calo dei partiti liberali, non solo apertamente europeisti ma anche spiccatamente globalisti in una fase in cui il trend politico europeo va in un’altra direzione. Aggiungerei, poi, un punto fondamentale”.
Prego…
“Il dato allarmante dell’astensione. Un campanello d’allarme che deve riguardare tutti, a destra come a sinistra. Va a votare circa metà della popolazione comunitaria, e anche in Italia si scende sotto il 50%. Questo problema di partecipazione, che si inserisce in un trend consolidato, deve spingere i leader a una profonda riflessione. Per le Europee, alla fine, ha tirato molto di più l’affluenza di voti ritenuti in grado di avere un riflesso nazionale, come in Francia e Germania. Altrove, si parla piuttosto di una tendenza generale alla disaffezione. E questo deve far pensare”.
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