Sport e politica non hanno mai vissuto due vite del tutto parallele. Molto spesso, i due binari si incrociano. E la propaganda di un regime, la sua opposizione, la sfida a un potente o i messaggi in favore di un movimento sono diventati molte volte parte della narrazione sportiva in cui i gesti di un atleta pesano nell’immaginario collettivo molto più di quello che si possa credere. Non fa eccezione il Venezuela, un Paese che vive una delle più gravi crisi istituzionali, sociali ed economiche degli ultimi anni. Qui il governo di Nicolas Maduro ha da sempre un alleato prezioso nel mondo dello sport. Paladino della rivoluzione bolivariana ai tempi dell’ascesa al potere di Hugo Chavez, Diego Armando Maradona non ha abbandonato la causa del Venezuela socialista nemmeno nel momento di maggiore sfida da parte del sistema mediatico mondiale. Nonostante le proteste dell’opposizione, gli scontri di piazza, i morti, che da una parte e dall’altra hanno insanguinato il Venezuela, El Pibe de Oro resiste e consolida la sua amicizia con Maduro, tanto da diventare la voce del mondiale Russia 2018 per la rete televisiva Telesur.  

A testimoniare questo rapporto di amicizia ed economico fra Maradona e il governo del Venezuela, sono arrivate le ultime immagini dell’amichevole organizzata dal governo e a cui è stato invitato a partecipare il campione argentino. Nell’incontro tenutosi nel campo della polizia militare a Fuerte Tiuna ha partecipato anche il vicepresidente venezuelano, Tareck El Aissami, il ministro per la gioventù e lo sport, Pedro Infante, e il governatore dello stato Carabobo, Rafael Lacava. Mentre i video mostrano un Maduro sorridente che palleggia in tuta con i bambini, insieme a Maradona, quello che pesa sono le parole dell’ex campione del Napoli e della nazionale argentina, che, incurante di tutto quello che sta succedendo in Venezuela, giura eterna fedeltà alla causa chavista ed ha ringraziato il leader venezuelano, sottolineando la sua forza di fronte agli attacchi della destra locale e internazionale, che “cercano di porre fine alla rivoluzione bolivariana”. “Indossare questa maglia [quella del Venezuela] significa molto per il comandante, per Nicolás, per aver resistito a molti attacchi da parte dell’opposizione e per dire loro che siamo risoluti. Siamo tutti soldati della grande patria “, ha detto la stella del calcio argentino.

Il governo di Maduro ha pochi alleati nel mondo, e persone che hanno difeso a spada tratta il suo governo si contano sulla punta delle dita, sia per motivi di convenienza, sia per motivi di opposizione vera ed effettiva a un sistema di matrice socialista che genera, per forza di cose, sentimenti contrastanti: o lo si ama, o lo si odia. O si cerca, nella migliore delle ipotesi, di avere uno sguardo il più possibile neutrale, consapevoli degli errori e orrori del regime e di chi invece soffia sulla guerra civile che sta sconvolgendo il Paese. Maradona ha sicuramente un pregio, quello della coerenza. Virtù che non va molto di moda in questi tempi. Ma anche la coerenza, a volte, dovrebbe cedere il passo a una visione del mondo meno riduttiva e meno ancorata all’ideologia. Soprattutto se un gesto può significare tantissimo. Il Venezuela sta sprofondando in una crisi senza precedenti e, forse, il messaggio che doveva dare Maradona, come campione amato dal mondo intero, avrebbe dovuto essere quello di provare una riconciliazione nazionale. L’opposizione ha il sostegno internazionale? E’ del tutto evidente. Ma forse proprio partendo dalla riconciliazione, si possono troncare questi dubbi sulla lealtà degli altri partiti e cercare di resuscitare il Paese. Invece, il campione argentino non solo ha minimizzato le violenze del governo, ma ha ribadito che “siamo tutti soldati di Maduro”, prestandosi a una propaganda anche molto semplicistica. I bambini muoiono di fame, le medicine scarseggiano e il popolo è in fuga: in questo momento non serve dividere il Venezuela né cercare lo scontro con l’opposizione. Serviva un messaggio distensivo e soprattutto serviva ricordare che il popolo, se protesta per fame, non può essere bollato semplicemente come burattino delle destre del mondo. Un campione non ha responsabilità politiche, ma ha il dono di arrivare nel cuore di tutti. Forse Maradona, dall’alto del lusso in cui vive, doveva prima riflettere sul perché Caracas e il Venezuela sprofondino nel caos, senza esaltare un governo che ha commesso (inutile negarlo) molti errori che sta pagando a caro prezzo. Se si vuole difendere la sovranità di uno Stato, come sostenuto dal campione argentino, allora bisogna evitare di disseminare venti di discordia.

 

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