Il Mar Nero è il luogo in cui, da tempo immemorabile, si incontrano e scontrano le potenze e le civiltà in lotta per il fato di Europa e Asia. Incuneato tra i mondi europeo, russo e turco, anelito di tutti, ma dominio esclusivo di nessuno, il Mar Nero è quel teatro che, spesso e volentieri, ha funto da poderosa valvola di sfogo alle tensioni e ai nervosismi geopolitici accumulati altrove.

Il curriculum bellicosus di quello che gli antichi greci avevano ribattezzato apotropaicamente Póntos Éuxeinos, il mare ospitale, è la prova corroborante dell’imperitura funzione di sfiatatoio esercitata dal Mar Nero: le battaglie tra rus’ e bizantini, le guerre russo-turche, la guerra di Crimea, il ruolo giocato durante i due conflitti mondiali e il crescendo di escalazioni del 2021.

Gli eventi che quivi stanno avendo luogo sembrano suggerire che la centralità del mare (in)ospitale sia destinata ad aumentare negli anni venturi, in ragione della nuova guerra fredda, della rinascita imperiale della Turchia e del suo essere l’antemurale inamovibile di quel formicaio brulicante e in piena espansione che è l’area transcaspica. Perché chi ha le chiavi del Mar Nero controlla Balcani orientali, Caucaso e Anatolia, e chi comanda queste ultime due regioni ha come destino ineluttabile una proiezione sul Mar Caspio, ergo sull’Asia centrale. È per la ragione di cui sopra che il Mar Nero è divenuto la cortina di ferro della guerra fredda 2.0.

La cortina di ferro marittima

Il Mar Nero è la nuova cortina di ferro, parola di Frederick Benjamin Hodges, ex comandante generale dell’esercito degli Stati Uniti in Europa, che il 20 aprile è stato intervistato dal giornale rumeno Digi24. Gli eventi del neonato 2021, in effetti, sembrano dare ragione a Hodges: il Cremlino ha chiuso lo stretto di Kerc al passaggio delle flotte militari straniere fino a ottobre e sta potenziando le difese navali della Crimea, la Gran Bretagna ivi dovrebbe inviare dimostrativamente due navi da guerra il prossimo mese, la Turchia vorrebbe ricalibrare l’attuale equilibrio di potere attraverso il superamento della convenzione di Montreux e qui avrà luogo una parte dell’imponente esercitazione Defender Europe 21.

Hodges non ha dubbi sul perché il Mar Nero sia divenuto uno dei principali terreni di scontro tra Occidente e Oriente: “La Russia vuole controllare l’intera regione costiera dell’Ucraina, da Odessa alla Crimea, passando per il mare d’Azov”. Gli obiettivi degli Stati Uniti, le cui mosse nella regione sono guidate e legittimate da suddetta visione degli eventi, sono di evitare che l’Ucraina venga isolata dal Mar Nero e che la Russia migliori le proprie capacità di controllo sul medesimo.

Il generale in pensione, che esplica l’attuale e crescente centralità del Mar Nero in termini di “nuova cortina di ferro” (noua Cortină de Fier), è convinto che il Cremlino non avrebbe “alcun problema ad utilizzare la forza contro Moldavia, Ucraina e Georgia“, da qui il riorientamento strategico dell’ago della bussola dell’Alleanza Atlantica, e in particolare degli Stati Uniti.

Il ruolo franco-tedesco

L’Europa, esattamente come ai tempi della guerra fredda, è chiamata ad esprimere una posizione chiara e netta all’interno del confronto egemonico. La differenza, rispetto alla seconda parte del Novecento, è che la Germania ha cessato di essere il cuore pulsante della divisione in blocchi e che la sua primazia egemonica sul Vecchio Continente è spartita equamente con la Francia.

Ed è precisamente a loro, Berlino e Parigi, che Hodges lancia un messaggio: “Questo è il momento in cui devono dimostrare [di possedere] le loro capacità leaderistiche”. Perché, in qualità “di motore dell’Unione europea”, hanno il dovere di esercitare pressioni sulla Russia in relazione alla questione del Donbass e alla difesa dell’Ucraina. Secondo l’ex generale, “Parigi e Berlino sono le uniche capitali che possono influenzare il comportamento del Cremlino, in ragione degli enormi investimenti economici che rappresentano”, e dal loro coinvolgimento dipende il successo dell’Occidente in questa partita determinante.

Il ruolo di Bucarest e Ankara

Gli stati europei devono sapere dove e come schierarsi, perché in corso v’è la ripresentazione della guerra fredda, da qui gli appelli ai riluttanti decisori-chiave, ovvero Parigi e Berlino, e a coloro che saranno investiti di incarichi altrettanto elevati, cioè Bucarest e Ankara.

Hodges ha spiegato che l’amministrazione Biden potrà proteggere la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina soltanto risanando le relazioni con la Turchia, trattandosi di “un Paese molto importante nella regione e di un vecchio alleato”, e ha confermato uno scenario delineato sulle nostre colonne lo scorso novembre: la trasformazione della Romania nella colonna portante del paragrafo balcanico dell’Alleanza Atlantica.

L’ufficiale in pensione ha definito Bucarest il “centro gravitazionale di ogni tipo di strategia” che verrà formulata a Washington, perché saldamente ancorato all’atlantismo e dotato di una posizione geostrategica, perciò negli anni venturi auspica, e crede, che ivi saranno dirottati “investimenti economici, nelle compagnie rumene e nelle infrastrutture”.

Rispetto al passato, in sintesi, il fato dell’ultima riedizione dell’eterna rivalità tra Occidente e Russia non verrà scritto esclusivamente nel Vecchio Continente, oramai quasi del tutto piombato e messo in sicurezza dagli Stati Uniti grazie a Unione Europea e Nato, ma anche e soprattutto nel Mar Nero, diluviano punto di scontro tra civiltà e cortina di ferro della nuova guerra fredda.