Per Donald Trump è il 95%. Per Volodymyr Zelensky il 90%. Le percentuali variano ma, forse per la prima volta nell’ultimo anno, i due leader sono sembrati in sintonia nel rilasciare un certo ottimismo sull’esito del negoziato per far finire la guerra. Fatto non da poco, visto che Trump ha sempre “dovuto” essere ottimista, mentre Zelensky aveva il compito istituzionale di essere pessimista. Altri particolari hanno fatto pensare che l’incontro di Mar-a-Lago potesse segnare una svolta: per esempio l’insolita durata dell’incontro tra Trump e Zelensky: due ore, mai successo prima. E tutt’altro che rituale doveva essere stata anche la precedente telefonata tra Trump e Putin, anche in quel caso un paio d’ore di colloquio.
Mentre scriviamo, nella notte italiana, le conclusioni delle trattative in Florida (Trump-Zelensky, e poi i due in videoconferenza con i leder europei) vengono trasmesse alla controparte russa. E da quel che si è capito, i punti più controversi adesso sono gli stessi che erano controversi prima. Non le “garanzie di sicurezza” che l’Occidente deve accordare all’Ucraina, per 15 o più anni. Trump continua a sottolineare che l’onere dell’assistenza toccherà soprattutto all’Europa ma Zelensky vuole comunque un impegno degli Stati Uniti, che continua a ritenere assai più decisivi. Garanzie che, per l’Ucraina, sostituiranno l’ingresso nella Nato, che la Russia non vuole ma che non vogliono nemmeno diversi Paesi Nato, a cominciare dagli Usa. E nemmeno l’ingresso dell’Ucraina nella Ue, di cui al Cremlino importa davvero poco.
I punti più critici
I punti critici restano due: il Donbass e la centrale nucleare di Zaporizhzhia. E qui, invece, le cose con il Cremlino possono diventare spinose. La conquista dell’intero Donbass è l’obiettivo dichiarato dell’offensiva russa: per ragioni strategiche (respingere verso Ovest quell’allargamento occidentale che è considerato come un attentato alla sicurezza nazionale della Russia), retoriche (sarebbero questi i “territori storici” della Russia di cui così spesso parla Vladimir Putin), economiche (il Donbass è ricco di minerali), politiche (non ottenerlo vorrebbe dire aver fallito). La centrale nucleare di Zaporizhzhia è invece un asset strategico: è la centrale più grande d’Europa (6 reattori), conservarne il controllo vorrebbe dire tenere un piede importante nella regione e privare l’Ucraina dell’impianto che le forniva il 20% di tutta l’energia elettrica consumata nel Paese. Gli ucraini dicono: andatevene e la gestiremo insieme con gli americani. I russi dicono: lasciatecela, la gestiremo con gli americani. Impasse assoluta.
Da Mar-a-Lago, dalle relative telefonate e videoconferenze e dalla ridda di punti e documenti (20 punti in 6 documenti, pare), è emerso che su questi temi l’accordo non è ancora stato trovato. Quello che ora conta, dunque, è la risposta di Putin. E se pure vogliamo credere che siano possibili sorprese positive, dobbiamo anche ricordare che le premesse non sono troppo incoraggianti. Proprio ieri, dopo aver ricevuto dal capo di stato maggiore Valery Gerasimov i rapporti sulla conquista di Gulyaipole (regione di Zaporizhzhia) e di Myrnograd (regione di Donetsk), Putin ha rilasciato un commento raggelante: “A giudicare dalla rapidità con cui procedono le operazioni, il nostro interesse per una ritirata degli ucraini da ciò che resta del Donbass è pari a zero”. Perché la realtà è che, più o meno lentamente, i russi avanzano sull’intero spettro del fronte e, come si vede, lo fanno soprattutto nelle regioni cruciali per il raggiungimento di un accordo di pace, Zaporizhzhia e Donetsk. Trump avrà pure fretta di arrivare a un cessate il fuoco ma a Mar-a-Lago, parlando alla stampa ma rivolgendosi a Zelensky che gli stava accanto, ha detto: “Una delle questioni più spinose è quella dei territori. Una parte è stata occupata. E una parte potrebbe essere occupata nei prossimi mesi. Fareste meglio a concludere un accordo ora”. E non ha torto. Due giorni fa, lo stato delle cose sul campo era stato più o meno involontariamente confermato da Oleksandr Pivnenko, comandante della Guardia nazionale ucraina, che aveva dichiarato: “Non riusciamo a recuperare i corpi dei caduti perché i russi subito avanzano”.
In questo momento non si vedono molte ragioni per cui Putin dovrebbe abbandonare i suoi piani. Certo, le recenti sanzioni americane stanno creando difficoltà a Gazprom e Rosneft, tagliando gli introiti energetici della Russia. Ma il passo dell’avanzata russa, per lento che sia, è pur sempre più veloce del declino dei guadagni russi. Gli effetti delle sanzioni potrebbero diventar decisivi a conquista del Donbass compiuta. In più, le devastazioni umane, materiali e finanziarie subite dall’Ucraina (ne abbiamo parlato qui) crescono di giorno in giorno e gli enormi sacrifici fatti finora per rispondere all’invasione potrebbero Preto non bastare.
Quindi i casi sono due. Se rinunciare al Donbass e alla centrale di Zaporizhzhia sarà una condizione obbligata, il Cremlino non potrà e non vorrà accettare. Non ora, almeno. E questo lo sanno tutti. L’altro caso è che gli Usa possano offrire alla Russia qualcosa di così conveniente da farle superare qualunque contrarietà. Non si vede esattamente cosa, forse il ritiro delle sanzioni e un pacchetto di affari in comune. Per ora c’è una sola cosa possibile: aspettare.
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