I leader della Cina hanno sempre considerato la lotta alla corruzione una priorità assoluta per salvaguardare la legittimità del sistema politico nazionale. Negli ultimi decenni, nonostante le ripetute repressioni contro il malcostume e la disonestà dei dipendenti pubblici, l’immoralità era quasi diventato un fenomeno istituzionalizzato, con il conseguente rischio per il governo cinese di paralizzate le enormi prospettive di sviluppo del Paese.
Con l’elezione di Xi Jinping, nel 2013, la crociata contro la piaga della corruzione ha ripreso slancio in maniera tanto radicale quanto efficiente. L’attuale presidente cinese ha fin da subito intrapreso un’ambiziosa missione per spazzare via da i funzionari corrotti da ogni angolo del mastodontico Partito-Stato, ovvero l’apparato formato dagli organi istituzionali statali e da quelli del Partito comunista cinese (Pcc).
Ebbene, se per 10 anni, Xi ha dispiegato i “cani da guardia” interni del Pcc per sradicare il tradimento politico e in ogni aspetto della burocrazia cinese, adesso quegli stessi investigatori, profondamente temuti, sono a loro volta finiti nell’occhio del ciclone.
Lotta ai corrotti (e alla corruzione)
Passando in rassegna analisi accademiche e annunci ufficiali, almeno 20 funzionari delle potenti unità anti corruzione cinesi – e cioè la Commissione centrale per l’ispezione disciplinare (Ccdi) e la Commissione nazionale di vigilanza (Nsc) – sono stati indagati nel corso del 2023. Il conteggio dei casi registrati negli ultimi sei mesi sarebbe addirittura superiore al totale annuale di qualsiasi anno preso in esame a partire dal 2014, al culmine della crociata anti corruzione di Xi.
Possiamo quindi affermare, come ha sottolineato Alex Payette, amministratore delegato della società di consulenza Cercius, che l’operazione imbastita dal leader cinese sia entrata in una nuova fase. Payette ha spiegato al Financial Times che, almeno in un primo momento, molti dei controlli riguardavano personaggi di “basso profilo” e non erano focalizzati sulla leadership. Adesso il controllo all’interno dell’apparato anti corruzione sarebbe diventato “molto intenso”. “Si stanno muovendo verso una fase diversa della repressione della corruzione cercando di mantenere la lama pulita“, ha dichiarato l’esperto.
In ogni caso, l’elenco dei funzionari colpiti quest’anno dalla mannaia dell’anti corruzione copre un’ampia fetta dell’apparato statale cinese, coinvolgendo membri degli uffici di pubblica sicurezza, dipartimenti governativi regionali, istituzioni finanziarie, università e comitati di partito a livello provinciale. Ma copre anche l’intera geografia del Paese, passando dalla megalopoli di Chongqing alla Mongolia Interna. La lista include, tra gli altri: Hao Zongqiang, vice capo del dipartimento di propaganda del Ccdi; Liu Weihong, segretario di partito dell’agenzia anti corruzione per la Open University of Guangdong; Zhou Peibin, capo della squadra Ccdi nell’ufficio di pubblica sicurezza della provincia di Shanxi; Yin Xueru, vice segretario del Ccdi della provincia di Ningxia; e Wang Xuefeng, vicedirettore del Congresso del Popolo di Hebei.
Avvertimenti e azioni mirate
A dire il vero, lo scorso gennaio, a pochi mesi dall’ottenimento del suo terzo mandato quinquennale a capo del Pcc, Xi aveva lanciato alcuni avvertimenti agli alti funzionari della Ccdi in relazione alla loro condotta. “I funzionari corrotti che non mostrano alcun segno di moderazione dovrebbero essere puniti. La corruzione che coinvolge elementi sia politici che economici dovrebbe essere risolutamente indagata e affrontata”, aveva dichiarato il presidente cinese.
Nell’ultimo decennio, la repressione della corruzione ha colpito almeno 4,7 milioni di funzionari di basso rango, o “mosche“, così come migliaia di profili di alto livello, o “tigri“. A detta di vari esperti, le repressioni avallate da Xi avrebbero il duplice scopo di eliminare le contaminazioni endemiche nell’amministrazione della Cina e abbattere eventuali rivali politici.
Ma a cosa si deve l’ultima ondata sopra descritta? Per Andrew Wedeman, esperto di corruzione cinese presso la Georgia State University, è probabile che il controllo interno rifletta la natura “cronica e senza fine” del problema della corruzione nel Paese.
Certo è che i recenti casi di corruzione che hanno preso di mira gli investigatori non sembrano essere collegati ad un’eventuale crociata contro una determinata fazione politica o cricca. Si tratterebbe, al contrario, di una radice cresciuta nuovamente e nuovamente da estirpare. Già, perché Xi ha letteralmente ereditato una Cina abbagliata da un’età dell’oro che, nei primi anni Duemila, ricordava quella vissuta dall’America della fine del XIX secolo. Un periodo, insomma, caratterizzato da un’ascesa economica nazionale poderosa, ma anche da evidenti diseguaglianze, numerosi plutocrati conniventi e politici corrotti.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

