C’è un post su Instagram che annuncia la manifestazione pro-Palestina di oggi 5 ottobre a Roma che è un servizio terribile alla causa palestinese. Un favore a quelle voci che lanciano da un anno accuse di antisemitismo in cattiva fede. Lo firma l’account di Giovani Palestinesi Italia ed è costato di fatto il divieto alla protesta da parte del ministro dell’Interno. Poco importa se – come noterebbe un osservatore imparziale – la manifestazione non è promossa da una sigla sola, ma da organizzazioni (tra cui anche Udap e Associazione dei palestinesi in Italia) che raccoglieranno un vasto pubblico che quel post non l’hanno letto, che non sa nemmeno chi siano gli organizzatori e che non ha alcuna intenzione di glorificare il 7 ottobre. Un pubblico che non ha rappresentanza politica e non ha voglia di farsi dettare il da farsi dai soliti difensori dello status quo.
Ci sarà però una defezione non irrilevante: la Comunità palestinese di Roma e del Lazio, l’associazione più vicina all’ambasciata palestinese in Italia, che aveva promosso altre manifestazioni in precedenza. Questo perché nessuna di quelle manifestazioni era stata rovinata da parole d’ordine come «il 7 ottobre è l’inizio di una rivoluzione», da «Israele» messo tra virgolette e dalla minimizzazione della Shoah: parole che hanno preso adesso il sopravvento su tutta la comunicazione dell’evento.
Gli estremismi parolai hanno, infatti, storicamente e non solo nel caso della questione palestinese, proprio come obiettivo la perimetrazione del dissenso («gli unici veri filopalestinesi siamo noi») e l’auto-criminalizzazione («ci attaccano quindi è vero che siamo gli unici non collusi con le istituzioni»). Il loro effetto è nel conferire un’identificazione chiara e inequivocabile a chi se ne fa carico.
Come scrive Il Manifesto, però, la Questura ha basato il proprio diniego su una formula piuttosto fumosa: la manifestazione del 5 ottobre, si legge nel provvedimento della polizia, «è stata pubblicizzata e associata attraverso piattaforme riconducibili ai più noti social network, al tema “un anno di resistenza – un anno di genocidio – 7 ottobre 2023 è la data di una rivoluzione”» e quindi «esprime una volontà celebrativa della strage consumata in danno dello Stato di Israele» da parte di Hamas. Discorso valido in linea formale, anche se le frasi incriminate non fanno parte della piattaforma di convocazione. A questo, dice ancora la questura capitolina, si aggiunge «un’intensificazione dell’interesse da parte di una variegata galassia antagonista». Eppure la galassia non è indicata chiaramente.
L’ong Amnesty Italia, sotto assedio da mesi da parte dei provocatori filoisraeliani massimalisti sia online sia nei gazebo, è la sola grande organizzazione che si schiera cogliendo il punto fondamentale: «Possibili atti o espressioni di odio antisemita che vanno condannati nella maniera più netta, non possono essere attribuiti anticipatamente e automaticamente alla maggioranza se non addirittura alla totalità della protesta», scrive in un comunicato sul suo sito.
Va da sé che l’irresponsabilità e l’antisemitismo sciocco di chi scrive certi post, inguaiando le persone di buona volontà, siano fuori scala. Gli osservatori onesti della politica dovrebbero però avere il coraggio di ricordare anche che quest’opera di autocritica non serve poi a molto, in frangenti del genere: innanzitutto perché è del tutto inevitabile che a fronte di una mattanza così oscena ci sia un crescendo di radicalizzazioni feroci e frasi dal senno fuggite. E in secondo luogo perché, di questi tempi e con questi rapporti di forza nei media e nei partiti, una manifestazione sulla Palestina in Italia, con qualsiasi piattaforma, verrebbe attaccata. Dalle quinte colonne pro-Netanyahu nei partiti e nei media. Dai “riformisti” che stanno sempre con Golia. Da chi accusava Amnesty di photoshoppare i suoi cartelli. Ogni singolo slogan scandito dai partecipanti sarebbe passato al setaccio, al fine di trovarne uno che rendesse impresentabile tutta la piazza.
In fondo, se il PD e i suoi storici quotidiani di riferimento avessero indetto una loro manifestazione contro lo scempio in Medio Oriente, avrebbero potuto sottrarla ai gruppuscoli della sinistra radicale con tendenze nichiliste. Come nel 2003 con la guerra in Iraq, quando i rossobruni schierati con Saddam non li conosceva nessuno. Il divieto a questa manifestazione è di stampo illiberale: fatto per dividere, isolare e indebolire. Ma una piattaforma chiara sul 7 ottobre che non si esponesse stupidamente all’accusa di voler liquidare Israele e legittimare attacchi terroristici contro civili avrebbe creato difficoltà a chi vuole svilire qualunque critica radicale a Netanyahu.
Ma il PD è diviso in un vuoto di potere, la critica radicale a Israele è disertata dai principali leader, gli intellettuali spesso si accontentano di firmare appelli innocui e la stampa tradizionale è messa com’è messa. Così, nella gravità della situazione, le piazze vengono lasciate a estremisti con cartelli e slogan imbecilli, che vengono usati da chi difende lo status quo per delegittimare un’intera protesta. Nella passività generale. È stato così tante volte, per tanto tempo.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

