Quella dei “manifestanti pagati” al fine di esprimere finta indignazione e simulare il dissenso è una pratica assai diffusa negli ultimi anni negli Usa. Parliamo di vere e proprie società che si occupano di organizzare finte proteste a pagamento. L’ultimo episodio lo riporta il Los Angeles Times, che racconta della denunciata presentata dell’imprenditore ceco Zdenek Bakala contro Pavol Krupa e la Crowds on Demand, società accusata di diffondere fake news attraverso il web e inscenare false proteste. La Crowds on Demand, secondo il sito web della società, fornisce dei servizi molto peculiari come l’organizzazione di manifestazioni, raduni, flash mob e altre iniziative pubblicitarie. Krupa si sarebbe rivolto a quest’ultima per delegittimare l’odiato avversario presso l’opinione pubblica. 

Come riporta Bloomberg, Zdenek Bakala afferma che le persone che hanno marciato per le strade della località turistica di Hilton Head Island, nella Carolina del Sud, in agosto, cantando “Bakala è un cane! Ruberà la tua casa mentre dormi!”, a due passi da casa sua, erano stati pagati per essere lì. La diatriba con Krupa dura da diversi anni. Il 57enne ceco ma residente negli Usa divenne miliardario dopo aver comprato le miniere del suo Paese a un prezzo favorevole. Secondo l’imprenditore slovacco Pavol Kurba, creditore di Okd – la società statale acquistata dall’avversario per pochi soldi – Bakala avrebbe fortemente danneggiato investitori e lavoratori. 

Manifestanti pagati: negli Usa esplode il caso

Al netto della disputa sulle miniere tra i due businessman, ciò che appare più interessante è la modalità con la quale è stata studiata a tavolino la presunta campagna diffamatoria contro Bakala. Nella causa intentata dall’imprenditore ceco contro il rivale presso la corte federale a Beaufort, nella Carolina del Sud, si parla apertamente di “l’astroturfing”, una pratica ingannevole che ha acquisito notorietà negli affari e nella politica negli ultimi anni.

Secondo la denuncia presentata da Bakala, Krupa ha avviato cause frivole, ha promosso minacce di morte su Facebook e ha inscenato delle false proteste al di fuori dell’abitazione del rivale. Lo slovacco avrebbe inoltre offerto di interrompere la sua campagna diffamatoria se Bakala avesse pagato 23 milioni di dollari per l’acquisto delle azioni di Okd, di proprietà del fondo di investimento di Krupa. Dal canto suo Adam Swart, fondatore di Crowds on Demand, sentito dai giornalisti del Los Angeles Times, non na confermato né negato di aver lavorato per Krupa.

Una pratica diffusa 

La causa intentata da Bakala porta alla luce un dibattito in corso sui proteste organizzate. Il presidente Donald Trump, ad esempio, ha ripetutamente sottolineato, in più occasioni, come i contestatori che si scagliavano contro di lui fossero in realtà pagati da associazioni vicine al magnate liberal George Soros, importante finanziatore della campagna elettorale di Hillary Clinton e fondatore della Open Society Foundations, la “rete filantropica” che ha investito nell’accoglienza di milioni di rifugiati in Europa e promosso l’immigrazione di massa. 

Come spiega Edward Walker, professore di sociologia presso la Ucla, “ ci sono centinaia di società di lobbisti e di aziende che fanno il lavoro” della Crowds on Demand “anche se non tutti agiscono nello stesso modo”. Walker è autore del libro Grassroots for Hire: Public Affairs Consultants in American Democracy pubblicato nel 2014 nel quale evidenzia come “molta partecipazione di massa oggi sia sponsorizzata da consulenti d’élite che lavorano per corporazioni e potenti gruppi di interesse”.

Quella dei contestatori pagati per partecipare a false proteste non è dunque una bislacca teoria “complottista” come qualcuno vorrebbe far credere ma è oggetto di studio di un importante e stimato professore americano. In più, i fatti degli ultimi anni, a cominciare dai manifestanti pagati per essere in piazza contro Donald Trump, dimostrano che è una pratica sempre più diffusa.

Come vi abbiamo raccontato non più tardi di due settimane fa su Gli Occhi della Guerra, per esempio, ad alimentare la protesta contro il giudice Kavanaugh c’è proprio l’ombra del finanziere liberal George Soros e di almeno una ventina di associazioni da lui finanziate. Non va dimenticato, inoltre, che la Women’s March ha ricevuto ingenti donazioni da parte della Open Society Foundations.

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