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L’accoglienza calorosa riservata a Zohran Mamdani la scorsa settimana, durante un grande evento della comunità Satmar di Brooklyn, non è un episodio folkloristico né una semplice fotografia destinata ai social.

Arriva in un momento politicamente densissimo: a poche settimane dalla sua elezione a sindaco di New York, a ridosso dell’insediamento previsto per l’inizio del 2026, e a circa un anno dalle elezioni di midterm, quando ogni segnale di riallineamento elettorale viene scrutato con attenzione maniacale. È un evento che condensa tensioni accumulate negli ultimi anni e che mette a nudo lo stato reale della politica democratica urbana negli Stati Uniti.

La cronaca è ormai chiara. Mamdani è stato invitato e pubblicamente salutato in una delle comunità chassidiche più grandi e influenti del paese, storicamente radicata a Brooklyn e nota per il suo antisionismo religioso, distinto ma non sempre separabile, nel dibattito pubblico, dalle polemiche politiche su Israele. L’appoggio non è stato compatto: la fazione Satmar Ahronim gli ha espresso sostegno, mentre l’altra ala ha scelto una posizione di neutralità. Questo dettaglio, emerso già nelle ore immediatamente successive all’evento, è cruciale perché rivela quanto sia fuorviante continuare a parlare di “comunità ebraica” come di un blocco unico. Anche laddove il voto appare disciplinato, le divisioni interne, spesso stratificate da oltre un decennio, contano più delle etichette esterne.

Il tempismo dell’evento non è casuale. Nei mesi precedenti, soprattutto tra la primavera e l’autunno di quest’anno, Mamdani aveva avviato un lavoro sistematico di contatto con leader religiosi e comunitari ebraici, non solo a New York ma anche in altri Stati. Incontri riservati, dialoghi informali, aperture misurate. L’evento Satmar rappresenta quindi la prima emersione pubblica di una strategia che non nasce all’improvviso, ma che accompagna la fase finale della campagna e il passaggio verso il governo della città.

Dal punto di vista delle leadership, l’apertura a Mamdani non va letta in chiave ideologica. Da decenni, soprattutto dagli anni Ottanta in poi, una parte consistente del mondo ultraortodosso negozia il proprio sostegno politico su basi eminentemente pragmatiche: accesso alle istituzioni, tutela degli interessi educativi e religiosi, autonomia amministrativa, sicurezza dei quartieri. In questo schema, la politica estera e il conflitto israelo-palestinese restano sullo sfondo. Ciò che conta è la capacità di un’amministrazione di garantire stabilità e canali diretti di interlocuzione nei prossimi anni. In questo senso, Mamdani viene testato non come simbolo, ma come potenziale gestore del potere urbano.

Ed è qui che l’episodio assume una valenza più ampia. Negli ultimi anni, soprattutto dopo l’intensificarsi delle tensioni legate al conflitto israelo-palestinese tra il 2023 e il 2024, Mamdani è stato spesso raccontato come una figura rigidamente “pro-Pal”, musulmana e ideologicamente schierata, quasi estranea al tessuto ebraico della città. La scena di Brooklyn incrina questa narrazione proprio nel momento in cui i Democratici stanno cercando di capire come recuperare fiducia in settori dell’elettorato ebraico che, pur restando in maggioranza democratici, appaiono più frammentati e diffidenti rispetto al passato.

Questo non significa che le diffidenze siano evaporate. Nei giorni immediatamente successivi all’evento, Mamdani ha incontrato una delegazione di rabbini di diverse correnti newyorkesi. Il clima, secondo i resoconti, è stato definito “costruttivo” ma tutt’altro che risolutivo. Sono riemerse con forza le preoccupazioni legate alla sicurezza, all’antisemitismo e al linguaggio politico utilizzato negli anni passati. Una parte rilevante del mondo ebraico continua a guardare al nuovo sindaco con sospetto, temendo che una certa radicalità retorica possa tradursi, nel tempo, in un peggioramento del clima culturale e della percezione di sicurezza.

È proprio questa ambivalenza a rendere l’operazione Mamdani politicamente interessante. Da un lato, sta cercando di costruire una coalizione trasversale che tiene insieme ebrei progressisti, sionisti liberali e segmenti del mondo chassidico. Una configurazione che sarebbe sembrata quasi impensabile solo cinque o sei anni fa, prima della pandemia e prima della radicalizzazione del dibattito identitario. Dall’altro, questa coalizione è estremamente fragile e dipende da una gestione chirurgica dei simboli, delle parole e delle priorità amministrative.

Il nodo centrale, non è più soltanto cosa un politico pensa di Israele, ma come governa una città complessa in una fase di insicurezza diffusa, aumento del costo della vita e tensioni sociali. Per alcuni leader comunitari, soprattutto quelli più pragmatici, la domanda che conta è temporale e concreta: cosa succederà nei prossimi due o tre anni? Chi saprà garantire ordine, servizi e accesso alle istituzioni? In questo quadro, Mamdani diventa una scommessa, non una conversione ideologica.

La narrazione secondo cui i Democratici avrebbero “perso l’elettorato ebraico” va quindi ridimensionata e storicizzata. A livello nazionale, il voto ebraico resta prevalentemente democratico anche dopo il 2024. Ciò che è cambiato nel corso dell’ultimo decennio è la sua coesione interna. Le fratture non corrono più semplicemente tra partiti, ma all’interno delle stesse comunità, tra diverse concezioni di identità, sicurezza e priorità politiche. New York, nel 2025, è il luogo in cui queste fratture diventano più visibili e più politicamente rilevanti.

Guardando avanti alle midterm del 2026, Mamdani rischia di trasformarsi in un simbolo nazionale, suo malgrado. Nei primi mesi del 2026, la sua amministrazione sarà osservata come un banco di prova: se riuscirà a dimostrare competenza amministrativa, capacità di tenere insieme comunità diffidenti e attenzione concreta al tema della sicurezza, verrà indicato come esempio di una nuova possibile coalizione democratica urbana. Se invece emergeranno crisi, anche solo simboliche, legate all’ordine pubblico o alle tensioni intercomunitarie, l’episodio Satmar verrà riletto retroattivamente come l’inizio di una deriva.

In definitiva, ciò che è accaduto mercoledì sera a Brooklyn non è una svolta definitiva né una semplice parentesi. È un momento di passaggio, collocato in una fase di transizione profonda della politica americana. Il suo significato reale emergerà solo con il tempo, quando sarà chiaro se Mamdani avrà saputo trasformare una fragile apertura in una relazione stabile, o se le fratture identitarie, già così evidenti, finiranno per prevalere ancora una volta.

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