Benjamin Netanyahu? Sarà colpito dal mandato d’arresto del Dipartimento di Polizia di New York se metterà piede nella Grande Mela. Parola di Zohran Mamdani, che ieri ha parlato delle sue volontà future da sindaco eletto della città di New York. Mamdani si insedierà l’1 gennaio e ha ripercorso i punti chiave del suo programma parlando con ABC7 il giorno dopo che il suo predecessore, Eric Adams, ha visitato Israele incontrando proprio Netanyahu e sollevando dubbi sulla sicurezza degli ebrei nella città in cui Mamdani sarà il primo sindaco musulmano della storia.
L’affondo di Mamdani contro Netanyahu
“Essere una città di diritto internazionale significa impegnarsi a rispettare il diritto internazionale“, ha dichiarato il 34enne nativo dell’Uganda, aggiungendo che “ciò significa rispettare i mandati della Corte penale internazionale, che siano a carico di Benjamin Netanyahu o di Vladimir Putin“. Per Mamdani la visita di Adams in Israele “è il motivo per cui i newyorkesi desiderano così disperatamente una nuova amministrazione, una che si concentri sui bisogni della città e cerchi di parlare ai newyorkesi della classe operaia su quali siano tali bisogni, anziché ai criminali di guerra”.
Insomma, se Netanyahu dovesse recarsi, da premier di Israele, all’Assemblea Generale dell’Onu nel settembre 2026 rischierebbe di essere arrestato. E questo nonostante gli Stati Uniti non siano membri della Corte Penale Internazionale, come dimostrato dall’impunità con cui Netanyahu ha più volte fatto la spola con Washington o anche dall’atterraggio tranquillo di Putin a Anchorage per il vertice con Donald Trump in Alaska del 15 agosto.
Mamdani contro Netanyahu, e il diritto sopra le leggi degli Usa
Mamdani propone un cambio di paradigma presupponendo un diritto internazionale valido a prescindere dai trattati sottoscritti dal suo Paese, contrapponendo dunque un universalismo valoriale di cui New York sarebbe portavoce al solipsismo delle leggi nazionali. Presupposto ambizioso, rintuzzato da molti esperti di legge, come Joseph Weiler, che dirige il Jean Monnet Center for International and Regional Economic Law and Justice alla New York University e a Jns ha dichiarato che “gli Stati Uniti non hanno né il dovere né il diritto di arrestare Netanyahu a seguito di un mandato di arresto emesso dalla Cpi”, forse però non cogliendo che la volontà di Mamdani è andare proprio oltre questo vincolo formale.
Mamdani, che alle elezioni comunali ha portato in dote al Partito Democratico le comunità ebraiche di Manhattan e Brooklyn lasciando allo sfidante Andrew Cuomo i voti dei più ortodossi, è stato colpito da una serie di anatemi politici da parte dei segmenti più oltranzisti della politica filoisraeliana a stelle e strisce, sia democratica che repubblicana. Accusato da 850 rabbini americani di “normalizzazione politica” dell’anti-sionismo, Mamdani ad Abc7 ha dichiarato che “sarà mia responsabilità non solo proteggere gli ebrei newyorkesi, ma anche celebrarli e onorarli”.
Mamdani e le istituzioni di New York
Il sindaco entrante prende una posizione netta e su Netanyahu sicuramente scontenterà chi, nel suo partito e nel Partito Repubblicano, lo ha indicato come presunta minaccia ai valori americani. Ironia della sorte, parte dei conservatori duri e puri ha tirato in ballo il presunto oltraggio rappresentato dall’elezione di un musulmano a sindaco nella città degli attentati dell’11 settembre proprio pochi giorni prima che Ahmad al-Sharaa, un ex membro di Al-Qaeda, l’organizzazione responsabile della strage delle Torri Gemelle, varcasse le porte della Casa Bianca e incontrasse Trump come redento capo di Stato della nuova Siria. Un caso di tempismo non ottimale, verrebbe da dire.
Mamdani, in ogni caso, si presenterà all’esordio da sindaco con grandi aspettative: vuole costruire una New York più sostenibile, accessibile e inclusiva su ogni fronte. Su quello economico come su quello politico. La promessa di arrestare Netanyahu rientra nella volontà di fare della città un avamposto globale per un nuovo modello di sviluppo che non può prescindere dal prestigio delle sue istituzioni.
Il precedente: quando Giuliani attaccò Arafat
Non è la prima volta che un sindaco di New York rivendica il suo ruolo come figura non solo amministrativa: il 23 ottobre 1995 l’alloral sindaco Rudy Giuliani, repubblicano e filoisraeliano di ferro, fece cacciare il leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Yasser Arafat, che due anni prima aveva ricevuto il Nobel per la Pace, da un concerto al Lincoln Center mentre l’ex guerrigliero si trovava in città per l’assemblea che celebrava i 50 anni delle Nazioni Unite.
Giuliani definì Arafat un “terrorista e assassino impunito” nonostante due anni prima avesse firmato gli Accordi di Oslo con Yitzhak Rabin. Potrebbero i sostenitori di quella mossa di allora lamentarsi di Mamdani se decidesse di agire contro chi la Cpi ricerca oggi come criminale di guerra e contro l’umanità, dunque come molto più di un “assassino impunito”, ovvero Netanyahu? Se qualcuno lo facesse, citiamo Bettino Craxi, “presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro”.
Noi di InsideOver ci mettiamo cuore, esperienza e curiosità per raccontare un mondo complesso e in continua evoluzione. Per farlo al meglio, però, abbiamo bisogno di te: dei tuoi suggerimenti, delle tue idee e del tuo supporto. Unisciti a noi, abbonati oggi!

