Il cambio di amministrazione a New York non si è limitato a un passaggio di consegne formale, ma ha assunto fin dall’inizio la forma di una rottura politica esplicita. La decisione del nuovo sindaco Zohran Mamdani di revocare in blocco tutti gli executive orders emanati dalla precedente amministrazione a partire dal 26 settembre 2024 ha avuto l’effetto di riportare la città al centro di un confronto che va ben oltre i confini municipali, toccando temi di rilevanza internazionale come l’antisemitismo, il conflitto israelo-palestinese, il movimento BDS (Boycott, Divestment and Sanctions) e i limiti della libertà di espressione.
La scelta di individuare una data precisa come linea di demarcazione non è neutra. Il 26 settembre 2024 coincide con l’incriminazione federale dell’allora sindaco Eric Adams, evento che ha segnato un punto di svolta nella percezione pubblica della sua amministrazione. Dal punto di vista giuridico, l’atto di Mamdani non distingue tra ordini di natura tecnica e ordini politicamente sensibili: tutti quelli emessi dopo quella data e ancora in vigore alla fine del 2025 cessano automaticamente di produrre effetti. Dal punto di vista politico, invece, il messaggio è chiaro: ciò che appartiene alla fase finale dell’era Adams viene considerato parte di un ciclo chiuso, privo di continuità automatica con il nuovo corso.
Questo tipo di “reset” amministrativo non è senza precedenti negli Stati Uniti. A livello federale, i nuovi presidenti spesso revocano o sospendono pacchetti di ordini esecutivi del predecessore nelle prime ore di mandato. Tuttavia, nel caso di New York, la portata simbolica è amplificata dal contenuto degli ordini coinvolti e dal ruolo della città come attore globale, osservato con attenzione da governi, organizzazioni internazionali e comunità diasporiche.
Antisemitismo e libertà di critica
Tra gli atti più rilevanti rientra l’executive order che adottava formalmente la definizione operativa di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance. Questa definizione, approvata dall’IHRA nel 2016 come strumento non giuridicamente vincolante, è stata progressivamente fatta propria da numerosi governi nazionali, enti locali e istituzioni sovranazionali come riferimento per identificare e contrastare l’antisemitismo contemporaneo. Anche l’Unione Europea e diversi Stati membri la richiamano nei propri documenti ufficiali. Allo stesso tempo, la definizione è diventata uno dei punti più controversi del dibattito pubblico, soprattutto per via degli esempi che collegano alcune forme di ostilità verso Israele all’antisemitismo.
A New York, l’adozione dell’IHRA aveva lo scopo dichiarato di fornire alle agenzie cittadine uno strumento uniforme per riconoscere episodi discriminatori e orientare formazione, prevenzione e risposta istituzionale. La sua revoca non elimina la definizione dal dibattito né nega l’esistenza del fenomeno, ma rimuove un riferimento ufficiale che aveva valore operativo. Questo riporta la città in una posizione di indeterminatezza: resta l’impegno generale contro l’antisemitismo, ma senza uno standard formalmente codificato a livello esecutivo.
La questione assume particolare rilievo se messa in relazione ai dati disponibili. Negli Stati Uniti, gli audit annuali dell’Anti-Defamation League mostrano un aumento costante degli incidenti antisemiti negli ultimi anni, con il 2024 che registra oltre novemila episodi a livello nazionale, il dato più alto mai rilevato dall’organizzazione. New York, secondo i report ufficiali della polizia cittadina e i documenti del Comune, concentra una quota significativa dei crimini d’odio antisemiti del Paese. In alcuni periodi recenti, più della metà dei crimini d’odio denunciati in città ha avuto come bersaglio la comunità ebraica. Questi numeri rendono politicamente sensibile qualsiasi decisione che possa essere interpretata come un indebolimento degli strumenti di contrasto, anche quando motivata da considerazioni di carattere costituzionale o civile.
Accanto alla definizione IHRA, la revoca colpisce anche gli executive orders che affrontavano il tema del movimento BDS. Uno di questi riguardava in modo diretto il sistema degli appalti pubblici e degli investimenti, richiamando il principio di non discriminazione nei confronti di Israele e degli israeliani e sottolineando il peso economico del Comune di New York. I documenti ufficiali citavano cifre molto elevate: decine di miliardi di dollari in contratti pubblici annuali e centinaia di miliardi di dollari gestiti dai fondi pensione municipali, con investimenti anche in asset israeliani.
Un rese amministrativo e politico insieme
La cancellazione di questi atti non comporta automaticamente un disinvestimento né un cambiamento immediato nelle politiche contrattuali. Le decisioni in materia di investimenti pensionistici, ad esempio, coinvolgono organi di governance specifici e devono comunque muoversi all’interno di un quadro normativo che include direttive statali, come l’ordine esecutivo emanato nel 2016 dal governatore di New York contro il BDS. Tuttavia, sul piano politico, la revoca segnala la volontà di non utilizzare l’apparato esecutivo municipale per prendere posizione esplicita contro un movimento che, pur fortemente contestato, si definisce come forma di pressione non violenta ispirata ad altri boicottaggi storici.
Il tema del BDS è uno dei più divisivi nel dibattito internazionale contemporaneo. In diversi Stati americani sono state approvate leggi o ordini esecutivi anti-BDS, spesso giustificati come misure contro la discriminazione, ma criticati da organizzazioni per i diritti civili, tra cui l’American Civil Liberties Union, come potenzialmente lesivi del Primo Emendamento. Le corti statunitensi hanno prodotto decisioni non sempre uniformi, riflettendo la complessità del confine tra condotta economica regolabile e espressione politica protetta. La scelta di New York di rimuovere i propri ordini municipali si inserisce in questo contesto giuridico e politico ancora aperto.
Un ulteriore ordine revocato riguardava la gestione delle proteste nei pressi dei luoghi di culto, affidando alla polizia cittadina il compito di valutare modifiche alle regole operative. Anche in questo caso, il testo richiamava esplicitamente la necessità di bilanciare sicurezza e libertà di parola. La sua cancellazione riporta il tema a un punto zero, in una fase storica in cui le manifestazioni legate al conflitto in Medio Oriente hanno messo sotto pressione le autorità locali di molte grandi città occidentali, chiamate a garantire ordine pubblico senza comprimere il diritto di protesta.
Sul piano internazionale, le conseguenze dirette delle decisioni del sindaco Mamdani sono limitate, perché New York non dispone di competenze di politica estera. Eppure, la città esercita un’influenza simbolica sproporzionata rispetto al suo status giuridico. È sede delle Nazioni Unite, ospita una delle più grandi comunità ebraiche del mondo e una vasta diaspora mediorientale, ed è un riferimento culturale e politico globale. Per questo motivo, ogni sua scelta su IHRA o BDS viene immediatamente interpretata come un segnale: per alcuni, un arretramento nella lotta all’antisemitismo; per altri, un necessario riequilibrio a tutela della libertà di espressione.
È plausibile che nei prossimi mesi la nuova amministrazione proceda a una ricostruzione selettiva del quadro normativo, reintroducendo alcune misure in forma diversa, magari più circoscritta o accompagnata da linee guida alternative. Questo consentirebbe di mantenere un impegno esplicito contro l’antisemitismo, riconosciuto come problema reale e documentato, senza vincolarsi a strumenti che una parte significativa della società civile considera controversi. In ogni caso, l’azzeramento degli ordini del periodo finale dell’amministrazione Adams ha già prodotto il suo effetto principale: trasformare una questione amministrativa in un caso politico internazionale, emblematico delle tensioni che attraversano oggi le democrazie pluraliste quando identità, memoria storica e conflitti globali entrano nello spazio urbano.