Malesia, Indonesia e Pakistan: Erdogan punta sull’Asia per fare pressioni su Israele

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Cosa hanno in comune Malesia, Indonesia e Pakistan, le destinazioni scelte da Recep Tayyip Erdogan per il suo ultimo viaggio istituzionale? Sono tre Paesi asiatici a maggioranza musulmana, e proprio su questo aspetto il presidente turco intende fare leva per inaugurare un delicato gioco geopolitico.

Da un lato, infatti, Erdogan vuole rafforzare i legami commerciali tra Ankara, Kuala Lumpur, Jakarta e Islamabad; dall’altro, mira a consolidare un asse anti-Israele coinvolgendo tre governi di grande influenza nella comunità islamica internazionale, che sono acerrimi rivali di Tel Aviv. Allo stesso tempo, il presidente turco ha intenzione di espandere l’influenza del suo Paese in Asia, nel cortile di Xi Jinping, che ha a sua volta recentemente accolto Vladimir Putin.

La prima tappa è coincisa con la Malesia. Qui Erdogan ha incontrato il primo ministro malese Anwar Ibrahim, con il quale ha discusso opportunità di collaborazione economica e politica, e ha lanciato pesanti attacchi all’indirizzo di Benjamin Netanyahu. “L’amministrazione israeliana deve prima di tutto pagare per la distruzione che ha provocato e avviare il processo di ricostruzione a Gaza. Il costo della distruzione di Gaza viene stimato in 100 miliardi di dollari, e Israele e il governo Netanyahu ne sono responsabili. Invece di cercare un posto per gli abitanti di Gaza, Netanyahu dovrebbe cercare una fonte per i 100 miliardi di dollari di danni provocati a Gaza”, ha tuonato il leader di Ankara.

Recep Tayyip Erdogan e Anwar Ibrahim

L’asse asiatico anti-Israele

Erdogan, accanto a Ibrahim, ha quindi chiesto la creazione di uno Stato di Palestina indipendente, basato sui confini del 1967 e con Gerusalemme Est come capitale. Il presidente malese ha assicurato che mobiliterà i Paesi dell’Asean (Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico, al momento presieduta dalla Malesia) per la ricostruzione di Gaza.

Altro giro, altra corsa. In Indonesia, dopo aver elogiato la posizione di Jakarta sulla questione palestinese in una conferenza stampa congiunta con il leader locale Prabowo Subianto, il capo di Stato di Ankara ha espresso l’intenzione di “continuare a lavorare con l’Indonesia sulla ricostruzione di Gaza”. Erdogan e Prabowo hanno inoltre firmato, tra gli altri, un accordo per costruire una joint-venture per la produzione di droni, in particolare gli UAV Bayraktar TB3 e Akinci.

Erdogan e Prabowo Subianto

In Pakistan, infine, Erdogan ha parlato della guerra nella Striscia di Gaza in maniera ancora più esplicita: “Gaza appartiene ai nostri fratelli di Gaza, se Dio vuole sarà così per sempre”. “Credo con tutto il cuore che l’alleanza dell’umanità, in particolare del mondo arabo e islamico, non lascerà la popolazione di Gaza sola e indifesa durante questo periodo critico”, ha quindi dichiarato il leader turco intervenendo a un forum economico assieme al primo ministro pachistano, Muhammad Shehbaz Sharif.

L’iniziativa Asia Anew di Erdogan

Malesia, Indonesia e Pakistan: le tre tappe di Erdogan fanno parte dell’iniziativa Asia Anew della Turchia, mirata a rafforzare i legami con i Paesi asiatici in settori quali politica, sicurezza ed economia, parallelamente alla crescente importanza economica e politica dell’Asia nell’arena internazionale.

Erdogan e Muhammad Shehbaz Sharif

Missione riuscita? Sì, almeno a sentire le parole di Ibrahim, che ha descritto Erdogan come “un leader del mondo musulmano, un difensore della giustizia, un portavoce dei diritti umani e che si batte instancabilmente per ottenere risultati equi sulla scena mondiale”.

Considerando che le soluzioni offerte dalle potenze occidentali per superare la crisi israelo-palestinese e quella siriana non hanno ancora portato a sviluppi degni di nota, proprio nei giorni in cui Donald Trump ha preso in mano le redini del dossier ucraino, il presidente turco ha dato l’impressione di voler imitare il tycoon Usa sul Medio Oriente. In tutto questo, Turchia, Indonesia e Malesia si stanno posizionando sempre più come voci autorevoli nella promozione della ricostruzione post-conflitto e degli aiuti umanitari a Gaza e dintorni.