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Il caos nelle Maldive non è solo una questione meramente interna, ma un’intricata partita fra tutte le grandi potenze interessate al destino dell’Asia e, in particolare, dell’oceano Indiano. La battaglia fra il presidente Abdulla Yameen e l’ex presidente in esilio a Londra, Mohamed Nasheed, è infatti anche un confronto geopolitico di due visioni del tutto opposte delle Maldive rispetto al grande gioco delle influenze asiatiche. La sfida fra le due opposte fazioni che si contendono la politica degli arcipelaghi è incardinata su due giganti asiatici che si sfidano per il controllo dell’oceano Indiano: Cina e India. Yameen, fratellastro dell’ex dittatore Maumoon Abdul Gayoom (finito ai domiciliari dopo lo stato d’emergenza varato dal presidente), è stato uno degli artefici dello scivolamento delle Maldive verso due potenze che, in quel determinato Stato, hanno interessi tutto sommato convergenti: Arabia Saudita e Cina. Negli ultimi anni è stata evidente una radicalizzazione dell’islam delle isole che ha dato ampia dimostrazione anche nell’esplosione del fenomeno dei foreign fighters: ben 500 combattenti. Un numero molto rilevante se si pensa alla scarsa popolazione delle isole (circa 350mila unità) ma anche al cambiamento della cultura religiosa locale che, in poco tempo, è passata da una religione molto vicina al sufismo a un islam sostanzialmente incardinato nel conservatorismo se non sfociante nel wahabismo.

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L’Arabia Saudita è arrivata nelle isole in punta di piedi, con il supporto del presidente Yameen, e ha avviato un graduale e scientifico inserimento nell’economia e nella religione locale, con la tipica politica d’influenza saudita: petroldollari e islamismo. Così, insieme ai predicatori di Riad, sono arrivati anche i fiumi di dollari per la costruzione di centri turistici e aree portuali, centri di cultura islamica e piccole postazioni militari. Tutto per espandere la propria influenza culturale, ma anche per controllare le rotte del petrolio che solcano quei mari per raggiungere l’estremo Oriente, in particolare la Cina. Ed è proprio la Cina la grande potenza che supporta il mantenimento della leadership di Yameen perché nel tempo ha permesso a Pechino di penetrare nella politica locale e dare il via all’inserimento delle Maldive nella cosiddetta “Collana di perle”, quella cintura di basi, empori e Paesi amici che collegano la Cina al suo ultimo avamposto commerciale di Port Sudan. Il presidente delle Maldive ha anche siglato con la Cina un accordo di libero scambio nell’ambito dell’One Belt One Road. Il tutto allo scopo di controllare le rotte commerciali per raggiungere il Golfo Persico, l’Africa e il Mediterraneo, ma anche per circondare l’India evitando che questa possa conquistare spazi commerciali e politici a discapito del gigante cinese.

In quest’ottica, allora, non deve sorprendere che il leader dell’opposizione, Mohamed Nasheed, abbia invocato l’aiuto di India e Stati Uniti contro le ultime scelte di Yameen sul carcere per gli oppositori e sul ripristino dello stato d’emergenza che ha sospeso le garanzie democratiche. Nasheed non era stato particolarmente avverso all’islam radicale, assumendo, come ricordato da Il Foglio, una posizione ambigua e poco netta né in un senso né nell’altro. Aveva però una chiara predisposizione favorevole al sistema filo-Usa e legato all’India. Predisposizione confermata in questi ultimi giorni quando l’ex capo dello Stato ha invocato addirittura un intervento militare indiano e un blocco finanziario da parte degli Stati Uniti per fermare il presidente Yameen. “Vorremmo che il governo indiano inviasse un rappresentante, appoggiato dal suo esercito, per liberare i giudici e i detenuti politici, tra i quali l’ex presidente Maumoon Abdul Gayoom”, ha detto Nasheed. Un’invocazione da non sottovalutare. L’India è già intervenuta militarmente nelle Maldive negli ultimi decenni. Nel 1988, con l’operazione “Cactus”, Nuove Delhi aveva inviato i suoi soldati per sventare un tentativo di golpe proprio ai danni di Maumoon Abdul Gayoom. E alle richieste di Nasheed ha risposto dicendo che “è imperativo che tutti gli organi del governo delle Maldive rispettino l’ordine del tribunale supremo”, in riferimento all’appoggio alla decisione della Corte suprema di liberare i politici arrestati per dare la maggioranza all’opposizione. Inoltre, la fazione che si oppone a Yameen ha pregato l’amministrazione Usa di assicurarsi “che gli istituti finanziari americani interrompano ogni transazione in dollari dei responsabili del regime delle Maldive”. Invocazioni che non sono piaciute alla Cina, come si può osservare anche dall’editoriale del tabloid cinese Global Times che titola “L’India deve smettere di intervenire a Malé”. Una dichiarazione d’intenti esplicita che lancia una nuova sfida fra i due giganti dell’Asia. 

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