Il Giappone potrà mai tornare grande? Per rispondere a questa domanda dobbiamo prima concordare il significato di “grande”. Tokyo confronta sempre più con maggiore insofferenza la sua situazione odierna, ricca di sfide politico-economiche e problemi sociali, con i fasti del recente passato, quando, nel periodo compreso tra il secondo dopoguerra e gli anni Novanta, i nipponici avevano invaso l’Occidente con le proprie merci ed erano una potenza in espansione. Sembrava che niente e nessuno potesse arginare i brand giapponesi, forti nel settore auto così come in ambito tecnologico. Poi, a partire dalla fine degli anni ’80, la frenesia che aveva contagiato imprese e cittadini contribuì a creare una bolla speculativa che sarebbe esplosa di lì a poco provocando quello che è stato ribattezzato il “decennio perduto”. In teoria il Giappone dovrebbe essersi lasciato il peggio alle spalle, ma le cicatrici della forte ustione non sono ancora rimarginate, tra stagnazione, deflazione e l’incubo di una nuova recessione sempre in agguato.

La frustrazione giapponese

Abe Shinzo, che per la quarta volta ricopre la carica di primo ministro del Giappone, ha un obiettivo da raggiungere: riportare il suo Paese a essere una potenza riconosciuta e tangibile dell’Asia. Questa, almeno, la prima fase del piano, in attesa di tornare a contare in campo internazionale. Certo, il Giappone occupa le posizione più alte in tutte le classifiche economiche ma Tokyo si è stancato di una gloria effimera, anche perché la Cina oggi è distante anni luce, quasi irraggiungibile, mentre la Corea del Sud è un’avversaria ostica con cui spartire l’influenza commerciale nell’Indo-Pacifico (e non solo). Abe intende poi modificare la Costituzione pacifista del Giappone per restituire al Giappone il pieno controllo delle forze militari, e con vicini alquanto esuberanti (vedi Corea del Nord e di nuovo Cina) questa diventa un’esigenza fondamentale.

La missione di Abe

La strada intrapresa da Abe è lunga e irta di ostacoli. Due sono i nodi principali che il primo ministro deve sciogliere al più presto per contribuire a una qualsivoglia rinascita giapponese: la definizione di un nuovo rapporto con la Cina e la ricerca di un modello capace di arginare l’invecchiamento della società giapponese. Tokyo non ha i mezzi per affrontare Pechino in campo aperto, quindi dovrà dimostrarsi astuto nel gestire l’ascesa cinese nell’attesa del momento giusto per battere i pugni sul tavolo. Quando arriverà il momento giusto? Non è dato saperlo. Potrebbe anche non arrivare mai. Tutto o quasi passa dal citato superamento della Costituzione pacifista, conditio sine qua non per allentare l’ormai tossica relazione che lega il Giappone agli Stati Uniti. Nei mesi precedenti il governo giapponese ha più volte mostrato la volontà di agire in modo indipendente per questioni riguardanti i propri interessi. Ad esempio, non era così scontato che, nel bel mezzo della crisi scoppiata nello Stretto di Hormutz, Tokyo contraddicesse gli Stati Uniti sul ruolo dell’Iran nell’attacco ai danni di petroliere legate al Giappone. Dopo aver normalizzato la situazione politica, Abe è atteso al secondo step: staccarsi definitivamente dagli Stati Uniti. Solo in quel momento il Giappone potrà prepararsi alla terza e ultima fase: tornare a competere per la leadership dell’Asia, e quindi influenzare anche le decisioni globali.